ORHAN PAMUK.
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IL MIO NOME E' ROSSO.
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Parte 3.
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Titolo originale: Benim Adim Kirmizi. 2001.
Traduzione di: Semsa Gezgin e Marta Bertolini.
2001. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo trentatreesimo. Il mio nome  Nero.
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Quando Sekre, vedova, orfana e infelice, se ne and via con
i suoi passi leggeri come piume, io rimasi a fantasticare sul nostro
matrimonio immerso nel silenzio della casa dell'ebreo impiccato e
nel profumo di mandorle che lei mi aveva lasciato addosso. Ero
confuso, e la mia mente ragionava cos in fretta da farmi quasi provare
dolore. Senza essere troppo in grado di affliggermi per la morte
di mio zio, tornai a casa di corsa. Da una parte il tarlo del dubbio
mi rodeva e pensavo che Sekre mi ingannasse, mi usasse come
una pedina all'interno di un grande complotto, dall'altra non
facevo che fantasticare sul nostro matrimonio.
Diedi una risposta sbrigativa alla mia anziana padrona di casa
che, sulla soglia, mi interrogava per capire dove fossi andato e da
dove tornassi a quell'ora del mattino; poi, una volta a casa, nella
mia stanza, tirai fuori ventidue monete d'oro veneziane dalla fodera
della cintura che avevo nascosto nel materasso e, con mani
tremanti, le infilai nel borsellino. Tornato di nuovo in strada,
capii immediatamente che i tristi e umidi occhi neri di Sekre non
avrebbero abbandonato la mia mente per tutto il giorno.
Prima cambiai cinque leoni veneziani da un cambiavalute ebreo
che sorrideva in continuazione. Poi tornai pensieroso nel quartiere
di cui finora non vi ho detto il nome perch non mi piace (ve lo
dico adesso: dei Rubini), nella casa dove mi aspettavano mio zio
morto e Sekre insieme ai figli. Mentre correvo per le strade, un
alto platano mi disprezz perch camminavo in modo troppo allegro,
facevo sogni meravigliosi e progetti di matrimonio nel giorno
in cui era morto mio zio. Poi, la fontana del quartiere, che scorreva
sibilando perch il ghiaccio si era sciolto, mi disse: Fregatene,
fai quello che devi fare e cerca di essere felice. Uno iettatore
di gatto nero che si leccava in un angolo mi graffi la mente dicendo:
Va bene tutto, ma chiunque, tu compreso, ti sospetta dell'assassinio
di tuo zio.
Il gatto smise di leccarsi e per un attimo mi fiss con i suoi magici
occhi. I gatti di Istanbul sono insolenti perch la gente dei
quartieri li vizia, lo sapete.
Vidi l'Imam Effendi, sembra sempre addormentato perch tiene
le palpebre dei suoi enormi occhi neri mezze chiuse, non era a
casa sua ma nel cortile della moschea del quartiere, e l gli posi una
questione giuridica molto comune, se  obbligatorio o meno testimoniare
in tribunale, e ascoltai la risposta con fare altezzoso,
alzando le sopracciglia, come se la udissi per la prima volta. Nel caso
ci siano altri testimoni, deporre  facoltativo, mi spieg Imam
Effendi, ma nel caso in cui ci sia un unico testimone,  un sacro
dovere.
Dicendo: Ecco, il mio problema  proprio questo, entrai nel
vivo della questione. Per quanto riguarda un fatto noto a tutti, i
testimoni, con la scusa che deporre  facoltativo non vanno in tribunale
per pigrizia, cos le persone che sto cercando di aiutare non
possono risolvere i loro problemi.
Eh, - disse Imam Effendi, - allora tu allenta un po' il cordone
della borsa.
E io lo allentai e gli feci vedere le monete d'oro veneziane: il
grande cortile della moschea, il viso dell'imam, di colpo tutto si illumin
del luccichio dell'oro. Mi chiese di cosa si trattasse.
Gli spiegai chi ero. Dissi: Zio Effendi  malato. Prima di morire
vuole che sua figlia sia dichiarata ufficialmente vedova, e che
le vengano concessi gli alimenti.
Non ci fu neanche bisogno che gli parlassi del vice del cad di
Scutari. Imam Effendi aveva capito tutto, e disse che era molto
tempo che l'intero quartiere si preoccupava per la sfortunata Sekre
Hanim, aggiungendo che era gi passato troppo tempo. Invece
di cercare dal cad di Scutari il secondo testimone necessario per il
divorzio, Imam Effendi propose suo fratello. Adesso, se gli davo
una moneta d'oro, avrei fatto un'opera buona anche per questo fratello
che viveva nel quartiere e conosceva il problema di Sekre e
degli adorabili orfanelli. Avevo fatto vedere all'Imam Effendi due
monete d'oro, e per il secondo testimone mi fece uno sconto; ci accordammo
subito, e Imam Effendi and a chiamare il fratello.
Nel resto della nostra giornata c' qualcosa che assomiglia alle
storie avventurose narrate dai cantastorie nei caff di Aleppo. Coloro
che fanno scrivere queste storie sotto forma di poema, con
bella calligrafia, non le fanno illustrare, non le prendono sul serio
perch sono troppo piene di avventure e di inganni. Io invece, passai
tutta la giornata ad illustrare con quattro scene le pagine della
mia mente con le nostre avventure.
nella prima scena, il miniaturista dovrebbe disegnarci sulla
barca rossa a quattro remi che abbiamo preso da Unkapam per andare
a Scutari, in mezzo alle acque del Bosforo, tra i rematori con
i baffi folti e le braccia muscolose. L'imam e il fratello magro e dal
volto tenebroso, felici per la gita del tutto imprevista, chiacchierano
con i rematori e io, poveretto, a prua, fantastico sul mio matrimonio
felice e, timoroso, sto attento a eventuali segni di iattura,
come, per esempio, il relitto di una nave corsara in fondo alle
acque agitate del Bosforo, che in quella mattina di sole invernale
sembrano ancora pi limpide. Allora, anche se il miniaturista usa
colori allegri per il mare e le nuvole, dovrebbe pure disegnare qualcosa
di scuro, equivalente alle mie paure, e di forte quanto i miei
sogni di felicit; per esempio, dovrebbe inserire un orribile pesce
in fondo al Bosforo, in modo che il lettore della nostra avventura
capisca che in quel momento non  proprio tutto rosa.
Il nostro secondo disegno dovrebbe tenere conto di raffinatezze
degne di Behzat, con dettagli ben curati che mostrano i palazzi
dei sultani, le riunioni del Consiglio imperiale, l'accoglienza
agli ambasciatori europei, l'interno delle case affollate; dovrebbe,
in pratica, far capire lo scherzo e l'ironia all'interno del disegno.
Cio, il Cad Effendi, mentre l in un angolo con una mano alzata
come per dire frmati, fa un deciso cenno di diniego alla bustarella
che gli porgo, con l'altra mano deve intascare timidamente
le mie monete d'oro veneziane; allo stesso tempo, nel disegno
deve apparire il risultato di questa bustarella, ovvero, al posto del
cad di Scutari, bisognerebbe mettere il suo vice, lo shafiita Sahap
Effendi. S possono disegnare contemporaneamente gli eventi che
si alternano nel tempo solo con l'arguzia che i miniaturisti scaltri
applicherebbero all'ordine della pagina. In questo modo, l'occhio
che prima vede la bustarella che porgo e, in un'altra parte del disegno,
nota che colui che siede a gambe incrociate sul cuscino del
cad  il suo vice, capir, anche senza leggere la storia, che una volta
intascate le due monete d'oro veneziane, Cad Effendi ha delegato
il suo vice shafiita perch conceda il divorzio a Sekre.
Anche il terzo disegno deve mostrare la stessa scena, ma questa
volta, per i muri bisogna usare decorazioni in stile cinese con fitti rami
ricciuti, e questi devono avere colori pi cupi, e sopra il vice del
cad bisognerebbe aggiungere qualche nuvola curiosa e colorata, in
modo da far capire che nella nostra storia c' un gioco. L'imam e suo
fratello devono essere rappresentati nel disegno insieme, nonostante
siano stati ammessi alla presenza del cad separatamente. Gli hanno
raccontato che erano ormai quattro anni che il marito della pvera
Sekre non tornava dalla guerra, che lei era in miseria perch il
marito non la manteneva, i due orfani infelici e affamati, e che, dato
che lei veniva considerata ancora una donna sposata, non c'erano
candidati disposti a far loro da padre; inoltre, non le si potevano dare
soldi in prestito senza il permesso del marito. Insomma, il loro racconto
era tale che anche un muro, in lacrime, avrebbe concesso subito
il divorzio, ma il vice senza cuore non fece una piega e chiese
chi fosse il tutore di Sekre. Dopo un attimo di esitazione, mi feci
avanti dicendo che il venerabile padre di Sekre, che era stato ufficiale
ed ambasciatore del Nostro Sultano, era ancora in vita.
Se non viene lui di persona non conceder il divorzio!,
disse il vice.
Questa volta, preoccupato, gli spiegai che mio Zio Effendi era
in fin di vita, che il suo ultimo desiderio espresso ad Allah era vedere
la figlia divorziata, e che io lo rappresentavo.
A che le serve divorziare! - disse il vice. - Perch un uomo
che sta morendo dovrebbe volere che la figlia divorzi da un marito
gi scomparso in guerra. Se ci fosse un buon partito, un sicuro
candidato a marito, allora s, potrei capirlo, cos morirebbe senza
preoccupazioni per la figlia.
C', Effendi, dissi.
Chi ?
Io!
Ma si pu? Tu rappresenti il tutore! - disse il vice del cad.
- Che lavoro fai?
Ho lavorato nelle citt d'Oriente come funzionario e capo
esattore. Ho terminato un libro sulla storia delle guerre persiane
che presenter al Nostro Sultano. Mi intendo di pittura e di miniatura.
E sono vent'anni che ardo d'amore per questa ragazza.
Sei suo parente?
Mi vergognai talmente di essermi ridotto ad adulare quest'uomo
per ottenere qualcosa, quando meno me lo aspettavo, per avergli
svelato di colpo la mia vita senza pi segreti, senza misteri, come
un oggetto da mettere in mostra, che restai in silenzio.
Invece di arrossire come un peperone, rispondi. Altrimenti
non le concedo il divorzio.
 figlia di mia zia.
Mmh, ho capito. Sarai in grado di renderla felice?
Mentre me lo domandava, fece un gesto volgare con la mano.
Il miniaturista eviti di disegnare questo orrore.  sufficiente che
faccia vedere com'ero rosso in faccia.
Guadagno bene.
Io appartengo alla scuola shafiita, ma il fatto di concedere il
divorzio a questa sfortunata Sekre, il cui marito non torna dalla
guerra da ormai quattro anni, non ha nulla a che vedere con le
scritture e la mia fede, - disse il vice. - Le concedo il divorzio. Ormai,
anche se tornasse dalla guerra, il marito non pu far valere
diritti su di lei.
Il disegno successivo, cio il quarto, deve mostrare il vice che
registra il divorzio con eserciti di lettere obbedienti mossi da inchiostro
nero, poi mentre mi consegna il foglio con il timbro che
attesta che ormai la mia Sekre  vedova e non esistono impedimenti,
nel caso voglia sposarsi subito. L'intimo splendore della felicit
che provavo in quel momento non potrebbe essere espresso
n tingendo di rosso i muri del tribunale, n incorniciando il disegno
di rosso sangue. Corsi in mezzo alla folla di altri uomini venuti
l per ottenere il divorzio per le loro sorelle maggiori o minori,
figlie, e di falsi testimoni raccolti davanti alla porta del cad, e
presi la via del ritorno.
Dopo aver attraversato il Bosforo ed essere arrivato direttamente
al quartiere dei Rubini, mi liberai di quell'imam comprensivo
e di suo fratello, si erano proposti anche per sposarci. Avevo capito
subito che tutti coloro che incontravo per strada erano gelosi
dell'incredibile felicit che stavo per ottenere e stavano complottando
contro di me, cos andai di corsa nella via della mia Sekre.
Come avevano fatto le maledette cornacchie che saltellavano allegre
sopra le tegole a capire che in casa c'era un morto? Il fatto di
non potermi rattristare, di non poter versare neanche una lacrima
per mio zio mi faceva sentire dolorosamente in colpa, ma capii subito
dalle persiane e dalla porta ben chiuse, dal silenzio e perfino
dal melograno che tutto procedeva.
Avrete capito che in quell'attimo agivo di fretta, seguendo il mio
intito. Tirai un sasso raccolto da terra verso la porta del cortile, ma
la mancai! Lanciai un sasso verso la casa, colp il tetto. Feci piovere
pietre sulla casa con rabbia. Infine si apr una finestra. Era quella
del secondo piano dove, quattro giorni prima, mercoled, tra i rami
del melograno avevo visto Sekre per la prima volta. Vi apparve
Orhan, e attraverso la persiana socchiusa udii la voce di Sekre
che lo sgridava, poi la vidi. Per un attimo io e la mia bella ci fissammo
speranzosi. Come era graziosa, come era bella. Fece un cenno
che poteva significare Aspetta, e chiuse la finestra.
Mancava ancora un bel po' al calar della sera, attesi speranzoso
nel giardino vuoto ammirando la bellezza del mondo, degli alberi,
della strada infangata. Poco dopo arriv Hayriye, era vestita
come una signora, non come una serva. Senza avvicinarci, ci ritirammo
dietro i fichi.
 tutto a posto, - le dissi. Le mostrai il foglio che mi aveva
dato il cad. - Sekre ha divorziato. Adesso dal quartiere accanto...
Stavo per dire trover un imam, ma invece dissi: Viene l'imam,
Sekre si prepari.
Sekre Hanim vuole un corteo nuziale, anche se modesto, vuole
che gli abitanti del quartiere vengano a casa, che si faccia una cena
di nozze. Abbiamo preparato riso con albicocche e mandorle.
Forse avrebbe raccontato nei minimi particolari cosa avevano
cucinato, ma la interruppi. Se la notizia del matrimonio si sparge, -
dissi, - Hasan e i suoi uomini verranno a saperlo, faranno
un'irruzione, creeranno uno scandalo e annulleranno il matrimonio
e noi non potremmo farci niente. Manderebbero tutto a monte.
Dobbiamo stare attenti ad Hasan e al suocero e anche a quel demonio
che ha ucciso il nostro Zio Effendi. Non avete paura?
Certo che abbiamo paura, rispose scoppiando a piangere.
Non dovete dire niente a nessuno, - dissi. - Prendete lo zio,
mettetelo a letto in camicia da notte come se non fosse morto, ma
semplicemente malato, disponete al suo capezzale bicchieri e sciroppi,
chiudete la persiana. Non accendete la lampada nella stanza,
facciamo in modo che il padre malato funga ancora da tutore
di Sekre. Non possiamo organizzare un corteo nuziale, chiamate
solo tre o quattro vicini all'ultimo momento. E quando li invitate,
spiegate loro che  l'ultimo desiderio di Zio Effendi... Non saranno
nozze liete ma piene di lacrime. Se non dovessimo riuscirci
saremo puniti, saresti punita anche tu, hai capito?
Piangendo, annu. Le spiegai che avrei montato il mio cavallo
bianco per cercare i testimoni e che poi sarei tornato a casa, di dire
a Sekre di prepararsi, io sarei diventato il signore della casa,
ma adesso sarei andato dal barbiere. Non c'era assolutamente nulla
di premeditato. I pensieri mi venivano in mente l per l,
mentre parlavo e credevo di essere una creatura amata e protetta da
Allah, come avevo sentito dire in guerra, Lui mi proteggeva, perci
le cose sarebbero andate bene. Quando ti senti cos sicuro puoi
fare tutto quello che ti viene in mente, e ti viene bene.
Dal quartiere dei Rubini mi incamminai verso il Corno d'Oro,
attraversai quattro strade, nella moschea di un quartiere vicino a
Yasin Pasci trovai un imam dalla barba nera e dal volto luminoso,
stava inseguendo con un manico di scopa dei cani impudenti
per il cortile fangoso. Gli spiegai il mio problema, gli raccontai che
il padre della figlia di mia zia stava per morire, che come ultimo
desiderio del padre morente noi due ci saremmo sposati e che la
ragazza aveva divorziato oggi dal marito scomparso in guerra per
decisione del cad di Scutari. Quando l'imam obiett che per la
legge islamica dopo il divorzio la donna deve aspettare un mese
prima di risposarsi, risposi che il marito di Sekre non si faceva
vedere da quattro anni, perci era impossibile che lei fosse incinta,
e che proprio per questo motivo il cad di Scutari le aveva concesso
il divorzio. Gli mostrai il documento. Volevo che l'Imam Effendi
fosse sicuro che non ci fossero ostacoli al matrimonio. S, io
e la sposa eravamo parenti di sangue, ma il fatto che fosse la figlia
di mia zia non impediva il matrimonio; il suo precedente matrimonio
era stato annullato, tra di noi non c'erano differenze religiose,
n di classe sociale, n di patrimonio. Accettando le monete
d'oro che gli porgevo e celebrando il matrimonio apertamente,
davanti agli occhi di tutto il quartiere, avrebbe fatto una buona
azione anche nei confronti degli orfani della vedova. Imam Effendi
gradiva il riso con le mandorle e le albicocche?
S, gli piaceva, ma stava ancora guardando i cani sulla porta del
cortile. Prese le monete d'oro. Si sarebbe vestito per la cerimonia,
avrebbe sistemato barba e capelli, avrebbe verificato che il suo turbante
fosse in ordine e poi sarebbe venuto a sposarci. Mi chiese
dove fosse la casa, glielo indicai.
Che cosa c' di pi naturale per uno sposo che abbandonarsi
alle mani affettuose ed alle piacevoli chiacchiere di un barbiere e
farsi fare la barba per le nozze dimenticando ansie e pericoli, anche
se il matrimonio sognato per dodici anni andava celebrato in
fretta? Il barbiere dove spontaneamente mi condussero le mie gambe
era quello di Aksaray, vicino al mercato, nella via dove si trovava
la casa ormai distrutta che la buonanima di mio zio, mia zia
e la bella Sekre avevano abbandonato dopo gli anni della nostra
infanzia. Il barbiere con il quale c'era stato uno scambio di sguardi
cinque giorni prima, il primo giorno in cui, dopo tanti anni, ero
tornato, questa volta, appena entrato, mi abbracci e, da vero barbiere
di Istanbul, invece di chiedere dove fossi scomparso per dodici
anni, mi raccont subito gli ultimi pettegolezzi del quartiere
dicendo che, prima o poi, tutti saremo arrivati alla fine di quel
viaggio pieno di significato che chiamiamo vita.
Non sembrava che fossero passati dodici anni, ma dodici giorni.
Il mastro barbiere era invecchiato e, come si capiva dal rasoio tra le
sue mani coperte di nei che ballava tremando sulla mia guancia, si
era dato troppo all'alcol e aveva preso un apprendista dalla pelle rosea,
con belle labbra e occhi verdi. Rispetto a dodici anni fa era pi
pulito e ordinato. Il catino in cui aveva versato l'acqua bollente per
lavarmi con cura i capelli e il viso era sospeso a una nuova catena
agganciata al soffitto. I vecchi e larghi bacili erano stati stagnati, il
braciere era pulito e senza ruggine, e i rasoi con i manici di agata erano
affilati. Indossava un grembiule pulitissimo, che dodici anni fa non
gli sarebbe venuto in mente di mettersi. Pensai che avesse messo in
ordine il suo negozio e se stesso dopo avere ingaggiato quell'apprendista
raffinato, alto e slanciato per la sua et e, immaginando che il
matrimonio dia nuova vitalit e fertilit alla casa di un uomo celibe
come al suo lavoro e al suo negozio, mi abbandonai ai piaceri del barbiere,
al profumo di rosa, e all'acqua calda e saponata.
Non so quanto tempo pass, mi ero sciolto tra le abili mani del
barbiere ed il caldo del braciere che riscaldava dolcemente il piccolo
negozio e, dato che oggi, dopo tante sofferenze, la vita, senza
porre condizioni, mi faceva il dono pi grande, provavo gratitudine
per Allah Onnipotente, profonda curiosit per il misterioso
equilibrio da cui veniva fuori il mondo che Lui aveva creato e tristezza
e dolore per lo zio che giaceva morto nel letto della casa di
cui tra poco sarei diventato il signore. Stavo per riprendermi quando
qualcosa si mosse davanti alla porta aperta del barbiere, mi girai
a guardare: c'era Sevket!
Mi porse un foglio con fare agitato ma sicuro di s. Non riuscii
a dirgli nulla, mi aspettavo le peggiori notizie, ero scosso da brividi
freddi, lessi:

Senza corteo nuziale non mi sposo. Sekre.

Con qualche difficolt lo tirai per un braccio e lo feci sedere in
grembo. Avrei voluto scrivere alla mia Sekre: Con piacere amore!,
ma come si fa a trovare penna e calamaio da un barbiere analfabeta!
Cos, per un prudente calcolo, bisbigliai all'orecchio di Sevket
di rispondere di s a sua madre. E con lo stesso sussurro gli chiesi
come stava il nonno.
Dorme.
Adesso capisco che, come Sevket, anche voi mi sospettate (Sevket
sospetta certamente altre cose) della morte di mio zio. Peccato! Lo
costrinsi a farsi baciare. Sevket and via, proprio non gli piacevo.
E durante la cerimonia nuziale, con addosso gli abiti della festa,
mi guard da lontano con aria ostile.
Dato che non era Sekre ad andare dalla casa paterna a quella
dello sposo, ma esattamente il contrario, ero io che andavo a vivere
nella casa paterna di Sekre, il corteo nuziale era stato organizzato
in funzione di questa situazione. Certo che non potevo abbigliare
e adornare i miei amici, i parenti ricchi, farli montare a cavallo
e poi portarli alla porta di Sekre. Ma, ad ogni modo, presi
con me due amici (uno era stato funzionario come me, l'altro gestiva
un hamam), due amici d'infanzia che avevo incontrato in questi
sei giorni, da quando ero tornato a Istanbul, e il mio caro barbiere
che, augurandomi ogni bene, aveva le lacrime agli occhi;
salii sul cavallo bianco che avevo montato il primo giorno, e tutti
insieme andammo alla porta della mia cara Sekre come se dovessimo
prenderla per condurla in un'altra casa, in un'altra vita.
Diedi una ricca mancia ad Hayriye che apr la porta. Sekre indossava
l'abito rosso da sposa e l'acconciatura nuziale rosa che le
arrivava fino ai piedi; tra pianti, singhiozzi, sospiri (una donna
sgrid i bambini), grida e auguri di buona sorte usc di casa e mont
sul secondo cavallo bianco che avevamo portato con noi. C'erano
un tamburino e un suonatore di zuma ingaggiati all'ultimo momento
dal barbiere che provava tenerezza nei miei confronti, e
quando attaccarono una marcia nuziale, il nostro corteo, un corteo
povero, triste, ma orgoglioso, si mise in cammino.
Appena i cavalli si mossero, capii che il corteo nuziale era uno
stratagemma inventato da Sekre con la sua solita astuzia per mettere
al sicuro il matrimonio. Grazie al corteo, anche se all'ultimo
momento, il matrimonio veniva annunciato all'intero quartiere, e
cos confermato da tutti, e gli eventuali ricorsi sarebbero apparsi deboli.
Ma d'altra parte, far sapere apertamente che stavamo per sposarci,
celebrare le nozze in maniera palese come se sfidassimo i nostri
nemici, l'ex marito di Sekre e la sua famiglia, metteva in pericolo
la cosa fin dall'inizio. Se fosse dipeso da me, mi sarei sposato
con Sekre in segreto, senza farlo sapere a nessuno, senza festa, e
una volta diventato suo marito avrei difeso il nostro matrimonio.
In testa al corteo nuziale, mentre procedevo per le strade del
quartiere sul bianco cavallo da fiaba, i miei occhi impauriti cercavano
Hasan e i suoi uomini che potevano aggredirci da una strada
o dalla porta di un cortile buio. Vidi i vecchi davanti alle porte,
davanti ai muri, che guardavano il nostro strano corteo nuziale
senza capire bene cosa accadesse, ma con rispetto, e vidi gli uomini
del quartiere e gli estranei che si fermavano per salutarci. Nel
piccolo mercato, dove entrammo assolutamente per caso, capii subito
dall'allegria del fruttivendolo che recit: Che Allah vi benedica!,
e fece tre-quattro passi con noi, senza allontanarsi troppo
dalle sue mele cotogne, carote, mele, dal sorriso del droghiere
triste, dagli sguardi di approvazione del fornaio che faceva grattare
dal suo apprendista le parti bruciate dei pasticcini, che in realt
Sekre aveva abilmente attivato la rete di voci e pettegolezzi, e
che il divorzio e il nuovo matrimonio erano stati resi noti e accettati
nel quartiere in brevissimo tempo. Ma stavo all'erta, comunque,
temevo continuamente una spiacevole ed inaspettata incursione,
bastava la minima provocazione, una frase antipatica. Perci
non mi lamentai assolutamente degli strilli e degli scherzi dei bambini
che ci vennero dietro per chiedere la mancia all'uscita del mercato.
Capivo che la loro allegria, il loro rumore e la loro folla ci
proteggeva e ci approvava, vedevo i sorrisi delle donne dietro le
finestre, le persiane, le grate.
Il mio sguardo era fisso sulla strada che il corteo aveva preso,
grazie al cielo, finalmente stavamo riprendendo la via di casa, ma
il mio cuore era vicino a Sekre ed alla sua tristezza. In realt quello
che mi rattristava non era la sfortuna che l'aveva costretta a sposarsi
nel giorno della morte del padre, ma era quella festa, cos misera
e incolore. La mia Sekre era degna di cavalli bardati d'argento
con selle ricamate, e su quei cavalli, di cavalieri con abiti di
seta, pellicce di zibellino e ricami d'oro, di doni e corredi caricati
su centinaia di carri e cavalli, e dietro di lei un sguito di decine
di figlie di pasci, sultane ed una folla di anziane dell'harem che,
sedute sui carri, parlassero della ricchezza dei tempi andati. Invece
alla sua festa non c'erano neanche quattro servitori che, con i
bastoni in mano, sostenessero la coperta di seta rosso sangue tesa
ai quattro lati del cavallo che si usa per proteggere le figlie dei ricchi
dal malocchio, non c'era un servitore che la precedesse portando
con sfarzo le enormi candele nuziali ornate di frutta, foglie
d'oro e d'argento, pietre, fili lucenti e ornamenti a forma d'albero.
Neanche il tamburino e il suonatore di zuma avevano rispetto
per il corteo nuziale, smettevano spesso di suonare e, dato che davanti
a noi non c'era nessuno che gridasse Spostatevi, spostatevi,
arriva la sposa, ci mescolavamo tra la folla del mercato, tra i
servitori che prendevano l'acqua alla fontana della piazza, e io pi
che vergogna provavo un dolore da piangere. Mentre stavamo avvicinandoci
a casa, trovai il coraggio di guardarla voltandomi indietro
sul mio cavallo, e capii che Sekre, dietro i fili nuziali rosa
e il velo rosso sangue, invece di rattristarsi per queste mancanze
che non meritava assolutamente, adesso era pi serena per aver finito
la sfilata e il percorso senza incidenti, e allora mi rilassai anch'io.
Cos feci scendere la bella sposa a cui tra poco mi sarei unito
con i gesti che fanno tutti gli sposi, la presi sottobraccio e versai
lentamente con la mano sulla sua testa un borsellino di ake in
modo che tutti vedessero e si divertissero. Mentre i bambini che
ci erano venuti dietro durante quel triste corteo nuziale davano la
caccia alle monete, io e Sekre entrammo nel cortile, passammo
dall'ingresso e, appena entrati in casa, ci accorgemmo con terrore
dell'intenso fetore di cadavere e del caldo.
Mentre la folla del corteo nuziale si sistemava in casa, vedendo
Sekre che si comportava come se non ci fosse nessun odore,
proprio come gli anziani, le donne ed i bambini a casa (da un angolo,
Orhan mi guardava sospettoso), per un attimo ne dubitai anch'io;
ma avevo sentito cos chiaramente nella bocca, nel naso e
nei polmoni il fetore dei cadaveri rimasti al sole sui campi di battaglia,
con gli abiti strappati, scarpe, stivali, cinture a pezzi, con
il viso, gli occhi, le labbra ormai ridotti a cibo per lupi e uccelli,
che ero sicuro di non sbagliarmi.
Gi in cucina, chiesi a Hayriye dove fosse Zio Effendi, e come
mai la casa puzzasse cos, le dissi che sarebbe venuto fuori tutto.
Questo non era parlare ma delirare bisbigliando. E pensavo anche
che era la prima volta che parlavo a Hayriye da padrone.
Come avete ordinato l'abbiamo messo sul materasso con la
camicia da notte, e l'abbiamo coperto con la trapunta, e al suo capezzale
abbiamo portato i bicchieri con gli sciroppi. Se puzza  per
via del caldo del braciere nella stanza, disse piangendo.
Qualche lacrima fin nella pentola dove friggeva la carne di
montone. Capii che Zio Effendi di notte la prendeva nel suo letto,
e mi vergognai di averlo pensato. Esther, che sedeva in orgoglioso
silenzio in un angolo della cucina, inghiott quello che stava
masticando e si alz in piedi.
Falla felice, - disse. - Tratta Sekre come si merita.
Il mio primo giorno a Istanbul avevo sentito dentro quel suono
di liuto che udivo camminando per le strade, ma nel suo ritmo
c'era pi vita che tristezza. Anche dopo, mentre Imam Effendi ci
sposava, nella stanza in penombra dove giaceva mio zio con la camicia
da notte, dentro di me risuonava il ritmo di quella musica.
Mio zio era in camicia da notte, non si vedeva che non era malato
ma cadavere perch Hayriye, prima, in un batter d'occhio aveva
fatto prendere aria alla stanza e aveva nascosto la candela in un
angolo buio, e durante la cerimonia fu lui il tutore di Sekre; il
mio amico barbiere ed un saccente anziano del quartiere fecero da
testimoni. Nel corso della cerimonia, che termin con gli auguri,
i consigli e le preghiere di tutti, un vecchio, preoccupato per la sua
salute, stava per avvicinarsi a mio zio, ma appena l'imam ci ebbe
uniti in matrimonio, di scatto, presi la mano contratta di mio zio
e con tutta la mia forza urlai:
Non vi preoccupate, caro zio, mio signore. Far di tutto per
far vivere Sekre e i bambini con la pancia piena, le spalle coperte,
serenit e amore.
Poi feci finta che mio zio dal letto cercasse di sussurrarmi qualcosa,
e appoggiai l'orecchio alla sua bocca con attenzione e rispetto,
proprio come noi giovani rispettosi ascolteremmo attenti un
paio di consigli provenienti dal filtro di una vita intera, quando
cogliamo il momento propizio per un anziano che rispettiamo,
come se bevessimo un magico elisir, ecco, cos anch'io aprii bene occhi
e orecchie e feci finta di ascoltare mio zio. Imam Effendi e il
vecchio del quartiere mi guardarono con approvazione, apprezzando
la mia fedelt e infinita devozione nell'ascoltare i consigli
che il suocero mi sussurrava dal suo capezzale, dalla soglia della
morte. Spero che a questo punto nessuno pensi pi che io abbia
avuto parte nell'assassinio di mio zio.
Agli ospiti della festa che erano nella stanza dissi che il pover'uomo
malato voleva rimanere solo. Uscirono subito, e mentre
passavano nella stanza accanto, dove erano riuniti gli uomini a
mangiare riso e carne di montone fritta (adesso anch'io non distinguevo
pi l'odore di cadavere da quello di carne fritta con origano
e cumino) preparati da Hayriye, uscii in anticamera e, come
un uomo triste che gira distratto e pensieroso per la propria casa,
aprii sconsideratamente la porta della stanza di Hayriye e vi entrai
sconsideratamente, senza badare alle donne terrorizzate dall'uomo,
guardai dolcemente Sekre, i cui occhi sorridevano felici,
e le dissi:
Tuo padre ti chiama, Sekre, ora siamo sposati, gli bacerai la
mano.
Un paio di donne del quartiere che Sekre aveva fatto chiamare
per rendere pubblico il matrimonio e le ragazze che presi per
parenti per la devozione nei loro sguardi, cercarono di mettersi in
ordine e fecero finta di coprirsi il volto mentre mi squadravano saziandosi
per bene gli occhi.
Pi tardi, non molto dopo la preghiera serale, la folla della festa
si dissolse, aveva finito di mangiare noci, mandorle, gelatina
di frutta e caramelle di zucchero candito. Nella stanza delle donne,
il pianto continuo di Sekre e i capricci e i litigi dei bambini
avevano scacciato l'allegria; tra gli uomini, invece, il fatto che io
non ridessi alle battute dei vicini sulla prima notte di nozze e rimanessi
chiuso in un triste silenzio venne interpretato come afflizione
per la malattia di mio suocero. Tra tutte queste angosce, la
scena che pi mi  rimasta impressa  quella in cui, prima di cena,
una volta rimasti soli, io e Sekre salimmo nella stanza dello zio e,
con vero rispetto, baciammo entrambi la mano fredda e contratta
del morto; poi, ritiratici in un angolo buio della stanza ci baciammo
come se dopo tanta sete bevessimo acqua senza saziarcene. Ero
riuscito a prendere in bocca la calda lingua di mia moglie, aveva il
sapore delle caramelle che i bambini mangiucchiavano di continuo.
...
Capitolo trentaquattresimo. Io, Sekre.

Una volta che se ne furono andati tutti dalla porta del cortile
- anche gli ultimi ospiti della nostra triste festa nuziale si erano rimessi
le scarpe, si erano coperti per bene ed erano usciti trascinandosi
dietro i figli che si infilavano in bocca l'ultima caramella
- rimanemmo a lungo in silenzio. Eravamo in cortile, si udiva solo
il becchettio del passero che beveva l'acqua dal secchio del pozzo.
Quando anche quest'uccello - aveva sul capino delle piume
cortissime che luccicavano alla luce del focolare - se ne fu andato,
realizzai con dolore che mio padre giaceva morto di sopra, nel suo
letto, nella nostra casa perduta nella notte.
Bambini, - dissi con un tono che Sevket e Orhan conoscono
molto bene e che uso per gli annunci importanti. - Venite un po'
qui.
Vennero.
D'ora in poi Nero sar vostro padre. Baciategli la mano.
Gliela baciarono silenziosi e ubbidienti. I miei sfortunati orfanelli
sono cresciuti senza padre e non sanno assolutamente come
ubbidire a un padre, come ascoltarlo guardandolo negli occhi
e come averne fiducia, - dissi a Nero. - Perci sono certa che se
saranno irriverenti, freddi, immaturi e infantili li sopporterai,
consapevole che sono cresciuti senza mai vedere il padre, senza conservarne
ricordi.
Io ricordo mio padre, disse Sevket.
Sssh... ascolta. D'ora in poi la parola di Nero per voi sar superiore
alla mia - . Mi voltai verso Nero. - Se non ti daranno retta,
se saranno irriverenti, se ti mostreranno anche il minimo segno
di insolenza, capriccio, impertinenza, prima redarguiscili, poi perdonali,
- dissi rinunciando allo schiaffo che stavo per dare a tutti
e due. - Nel tuo cuore io e loro dobbiamo avere lo stesso posto.
Sekre, Mia Signora, io non ti ho sposata solo per essere tuo
marito, ma anche per essere il padre di questi adorabili orfanelli,
disse Nero.
Avete sentito?
Allah, Mio Signore non farci mancare la tua luce, - disse Hayriye,
dall'angolo. - Allah, Mio Signore, proteggici.
Avete sentito, no? - dissi. - Bambini miei, belli e bravi,
vostro padre vi ama tanto e se, per sbaglio, vi capiter di disubbidirgli,
lui, all'inizio, vi perdoner.
Li perdoner anche in sguito, disse Nero.
Ma se faranno qualcosa che hai detto loro di non fare per ben
tre volte... Allora si meriteranno le botte, - dissi. - Avete capito?
Il vostro nuovo padre Nero  tornato dalle terribili guerre da cui
vostro padre buonanima non  riuscito a tornare, dalle pi cattive
e pi infami,  un duro. Il nonno vi ha viziati, si faceva mettere i
piedi in testa. Ma ormai vostro nonno  molto malato.
Voglio andare dal nonno, disse Sevket.
Se non sarete ubbidienti, Nero vi insegner che le botte sono
benedette. E il nonno non potr salvarvi dalle mani di Nero,
come faceva con me. Se non volete far arrabbiare vostro padre,
non litigherete pi tra di voi, dividerete tutto quello che avete, non
direte bugie, pregherete, non andrete a dormire senza avere studiato
le vostre lezioni, non direte male parole ad Hayriye e non la
prenderete in giro... Avete capito?
Nero si chin e, con un solo gesto, prese in braccio Orhan, ma
Sevket rimase lontano. Per un attimo mi venne voglia di abbracciarlo
e piangere. Povero triste orfanello, mio povero Sevket solo
e abbandonato, come sei solo in questo immenso mondo. Per un
attimo mi sentii una bambina piccola. Pensai alla mia infanzia,
ricordai che anch'io una volta andavo in braccio al mio caro padre
come Orhan che adesso era in braccio a Nero, ma lo facevo con
gioia, non nel modo innaturale di Orhan, sembrava un frutto attaccato
all'albero sbagliato, noi ci abbracciavamo e ci annusavamo
di continuo, come fanno i cani. Stavo per scoppiare a piangere ma
- con qualche difficolt - mi trattenni e, anche se non avevo affatto
in mente una cosa del genere, dissi:
Su, chiamate Nero "pap".
Come era fredda la notte, come era silenzioso il nostro cortile.
Molto lontano i cani abbaiavano tristi e dolenti. Pass un po' di
tempo, il silenzio sbocci come un fiore buio e si distese su tutto
senza farsi notare.
Va bene, bambini. Entriamo in casa, non prendiamo freddo.
Entrammo in casa esitanti, con la timidezza tipica degli sposi
che temono di rimanere da soli dopo la festa, non solo io e Nero,
ma anche i bambini, Hayriye, tutti quanti. Dentro si sentiva il ftore
del cadavere, ma nessuno sembrava accorgersene. Mentre salivamo
le scale in silenzio le ombre proiettate sui muri dalle candele
che tenevamo in mano, come sempre, giravano e si confondevano
tra loro, si ingrandivano e rimpicciolivano, ma mi sembrava
che accadesse per la prima volta. Al piano di sopra, in
anticamera, mentre ci toglievamo le scarpe, Sevket disse:
Prima di andare a dormire devo dare un bacio al nonno?
L'ho visto poco fa, - disse Hayriye. - Tuo nonno sta veramente
male, soffre cos tanto che gli spiriti maligni sono entrati
dentro di lui; ha la febbre. Andate nella vostra stanza, vi preparo
il letto.
Li aveva gi fatti entrare nella stanza. Mentre metteva a terra i
materassi, le lenzuola e le trapunte diceva che dormire qui, in una
stanza calda, nel mezzo della notte, tra lenzuola pulite e sotto calde
trapunte di piuma d'oca, era come dormire nel Palazzo del sultano.
Hayriye, raccontaci una favola, disse Orhan seduto sul suo
vaso da notte.
C'era una volta un uomo azzurro, - disse Hayriye. - E c'era
anche il suo pi caro amico, un ginn.
Perch l'uomo era azzurro?, domand Orhan.
Hayriye, per amor di Dio, - la interruppi. - Almeno stasera
non raccontare storie di spiriti, fate e fantasmi.
Perch non deve raccontarle? - chiese Sevket. - Mamma,
quando noi ci addormentiamo tu esci dal letto e vai dal nonno?
Vostro nonno, che Allah lo protegga,  molto malato. Certo
che di notte andr da lui per curarlo. Ma poi torno a letto!
Manda Hayriye dal nonno, - disse Sevket. - Di notte, non 
lei che lo cura?
Hai finito?, domand Hayriye a Orhan. Mentre gli puliva
il sedere, Orhan aveva un'aria dolcemente distratta, diede un'occhiata
nel vaso da notte e fece una smorfia, non per la puzza ma
perch trovava insufficiente quello che vedeva.
Hayriye, - dissi. - Svuota il vaso da notte e riportamelo.
Stanotte Sevket non deve uscire dalla stanza.
Perch non devo uscire? - domand Sevket. - E perch Hayriye
non pu raccontare favole con spiriti e fate?
Orhan, pi che per paura, con quell'aria di stupido ottimismo
che ha sempre dopo aver fatto la cacca, rispose: Scemo, perch
ci sono i ginn in casa.
Mamma,  vero?
Se uscite dalla stanza per andare da vostro nonno, il ginn vi
scover.
E dove dorme Nero stanotte, dove stende il materasso?,
disse Sevket.
Non lo so, - dissi. - Il materasso glielo prepara Hayriye.
Mamma, tu dormi ancora con noi?, chiese Sevket.
Quante volte ve lo devo dire. Dormir con voi come prima.
Sempre?
Hayriye usc dalla stanza con il vaso da notte in mano. Tirai
fuori dall'armadio dove li avevo nascosti i nove disegni che il vile
assassino non aveva toccato e portato con s insieme all'ultimo disegno
e mi sedetti sul letto, li guardai a lungo alla luce della candela,
cercando di capirne il segreto. Questi disegni sono cos belli
che li puoi guardare come se fossero dei ricordi dimenticati e,
come la scrittura, parlano a chi li guarda.
Guardando i disegni mi estraniai. Anche Orhan si era messo
a guardare quel rosso strano e incerto, lo capii dal buon profumo
della sua bella testolina, me l'aveva messa sotto il naso. Come cpita
a volte, mi venne voglia di offrirgli il seno e allattarlo. Poi,
quando si spavent per il terribile disegno della morte respirando
dolcemente con le sue labbra rosse, mi venne voglia di
mangiarmelo.
Adesso ti mangio, hai capito?
Mamma, fammi il solletico, disse e si distese.
Alzati da li, alzati, bestiolina, lo sgridai e gli diedi uno
schiaffo, perch si era gettato sui disegni. Poi vidi che non era successo
niente, il disegno del cavallo sopra gli altri si era un po' stropicciato,
ma non si vedeva.
Quando Hayriye torn con il vaso da notte vuoto, raccolsi i disegni.
Stavo per uscire dalla stanza quando Sevket url tutto agitato.
Dove vai, mamma?
Torno subito.
Attraversai l'anticamera, era gelida. Nero era seduto allo stesso
posto, nell'angolo dove, per quattro giorni, aveva parlato con
mio padre di disegno, miniatura e prospettiva, di fronte al cuscino
vuoto di mio padre. Appoggiai i disegni al leggio davanti a lui,
sul cuscino in terra. All'improvviso, alla luce della candela, la stanza
si riemp di colore, di luce, di calore, di un'incredibile vivacit;
sembrava che di colpo tutto fosse in movimento.
Guardammo i disegni, rispettosi, immobili e silenziosi. Appena
ci muovevamo, l'aria che portava l'odore di morte dalla stanza
di fronte, faceva ondeggiare la fiamma della candela, e i misteriosi
disegni di mio padre sembravano muoversi con lei. I disegni mi
si erano ingranditi davanti agli occhi perch avevano causato la
morte di mio padre? Ero rimasta incantata dalla stranezza di quel
cavallo, dall'eccezionalit del rosso, dalla tristezza dell'albero, dalla
malinconia dei due dervisci o avevo paura dell'assassino che, a
causa loro, aveva ucciso mio padre ed altre persone? Dopo un po',
io e Nero ci rendemmo conto che, oltre che per i disegni, il silenzio
calato tra noi era dovuto al fatto che eravamo rimasti soli in
una stanza nella nostra prima notte di matrimonio, e avevamo entrambi
voglia di parlare.
Quando ci alzeremo domattina, tutti dovranno sapere che il
mio povero padre  morto nel sonno, dissi. Anche se era vero, le
mie parole non erano sincere.
Domattina andr tutto bene, disse Nero nello stesso strano
modo, mentre, senza crederci, diceva il vero.
Fece un movimento appena accennato per avvicinarsi a me e
mi venne voglia di abbracciarlo, di prendergli la testa tra le mani,
come facevo con i bambini.
In quel momento sentii aprirsi la porta della stanza di mio padre
e saltai su terrorizzata, corsi ad aprire e guardai. Alla luce che
filtrava in anticamera, rabbrividendo, vidi che la porta della stanza
di mio padre era socchiusa. Uscii nell'anticamera gelida. Nella
stanza di mio padre il braciere era ancora acceso e c'era fetore di
cadavere. Ci era entrato Sevket, o chi altro? Alla fioca luce del
braciere il suo cadavere giaceva sereno nella camicia da notte. Mi
venne in mente che, certe notti, prima di dormire, mentre leggeva
alla luce della candela il Libro delle anime, andavo a salutarlo:
Buona notte, caro pap. Mi prendeva di mano il bicchiere, si tirava
un po' su e diceva: Che tu non rimanga mai sola, tesoro
mio, poi mi baciava sulla guancia come quando ero piccola e mi
fissava da vicino. Guardai il terribile volto di mio padre ed ebbi
paura. Da una parte non volevo guardarlo in faccia, dall'altra volevo
vedere quanto era diventato terribile il suo viso, era come se
Satana mi spingesse ad avvicinarmi.
Ero appena tornata molto spaventata nella stanza con la porta
azzurra, quando Nero mi fu addosso. Lo respinsi, pi che con rabbia,
senza sapere cosa facevo. Alla luce tremolante della candela,
ci demmo qualche spinta, ma pi che una vera e propria lotta, ne
sembrava l'imitazione. Batterci ci piaceva, toccarci le braccia, le
gambe, il petto. La mia confusione mentale somigliava allo stato
d'animo di cui parla Nizami nel Cosroe e Sirin. Chiss se Nero, che
aveva letto tanto Nizami, sentiva che mentre dicevo, come Sirin,
Non baciarmi in bocca, non sciuparmi le labbra, non lo fare,
intendevo dire continua?
Non verr a letto con te finch non si sar trovato quel demonio,
l'assassino di mio padre, dissi.
Mentre uscivo dalla stanza come se fuggissi, provai vergogna.
Avevo parlato a voce talmente alta ed era chiaro che volevo farmi
sentire dai bambini e Hayriye. Sembrava che volessi far udire le
mie urla a loro, come al mio povero padre ed alla buonanima di mio
marito, il cui cadavere decomposto era tornato polvere in qualche
landa desolata.
Appena tornata dai bambini, Orhan disse: Mamma, Sevket 
uscito in anticamera.
Sei uscito?, gli chiesi e feci per dargli uno schiaffo.
Hayriye, disse Sevket aggrappandosi a lei.
Non  uscito, - disse Hayriye. -  rimasto sempre in camera.
Per un attimo rabbrividii e non riuscii a guardarli negli occhi.
Capii subito che, dopo l'annuncio della morte di mio padre, per
salvarsi dalla mia ira i bambini si sarebbero rivolti ad HayriyeA le
avrebbero confidato i nostri segreti e questa vigliacca di una serva
avrebbe colto l'occasione per cercare di dominarmi. Sarebbe capace
di darmi la colpa della morte di mio padre e farsi concedere
da Hasan la tutela dei bambini! Ne sarebbe capace! Tutta quest'insolenza
solo perch andava a letto con la buonanima di mio
padre. Perch dovrei nascondervelo ormai? Lo faceva di certo. Le
sorrisi con dolcezza. Poi presi in braccio Sevket e lo baciai.
Ti dico che Sevket  uscito in anticamera, disse Orhan.
Andate a letto, lasciatemi in mezzo che vi racconto la storia
dello sciacallo senza coda e dello spirito nero.
Ma hai detto ad Hayriye di non raccontare favole di spiriti, -
disse Sevket. - Perch stanotte Hayriye non le pu raccontare?
Gli spiriti passeranno anche per la citt dei bambini abbandonati?,
chiese Orhan.
Ci passeranno! - risposi. - In quella citt i bambini non hanno
n mamma n pap. Hayriye, vai gi a controllare un'altra volta
le porte. A met favola ci addormenteremo.
Io non mi addormento, disse Orhan.
Dove dorme Nero stasera?, domand Sevket.
Nello studio. Avvicinatevi bene alla mamma, ci riscaldiamo
insieme sotto la trapunta. Di chi sono questi piedini gelidi?
Sono miei, - disse Sevket. - E Hayriye dove dorme?
Dopo un po' che avevo iniziato la favola, come sempre per primo
s'addorment Orhan, e io abbassai la voce.
Quando mi sar addormentato, non ti alzerai dal letto, vero
mamma?, chiese Sevket.
Non mi alzer.
E non ne avevo affatto l'intenzione. Quando anche Sevket si
fu addormentato, cominciai a pensare che dormire abbracciata ai
miei figli nella notte del mio secondo matrimonio era una gran felicit,
e poi di l avevo anche un marito bello, intelligente e pieno
di desiderio. A quanto ricordo, in quel misterioso e inquieto stato
tra sogno e veglia, prima feci i conti con l'irata anima di mio padre
buonanima, poi cercai di sfuggire all'immagine del vile assassino
che voleva mandarmi a tenergli compagnia, ma l'assassino,
pi terribile dell'anima di mio padre, non mi lasciava in pace e fece
rumore. Nel sogno, tirava delle pietre contro la nostra casa.
Colp la finestra e il tetto. Tir una pietra anche contro la porta,
anzi mi sembr che la forzasse. Poi, quando questo spirito maligno
emise un suono lamentoso che sembrava l'ululato od il gemito
di un animale, il cuore cominci a battermi all'impazzata.
Mi svegliai tutta sudata. Avevo sentito quello strano rumore
nel sogno o veniva veramente dalla casa e mi avevano svegliata?
Non riuscivo a capirlo, mi avvicinai ai bambini e restai ad aspettare
immobile. Mi ero quasi convinta di avere sentito questi rumori
nel sonno, quando udii di nuovo lo stesso lamento. Poi, in
cortile, cadde qualcosa di grande e rumoroso. Era un'altra pietra?
All'improvviso mi spaventai sul serio. Ma il peggio arriv dopo.
Sentivo scricchiolii per la casa. Dov'era Hayriye, in quale stanza
dormiva Nero? E il cadavere del mio povero padre? Allah, proteggici.
I bambini dormivano profondamente.
Se fosse stato prima di sposarmi, mi sarei alzata dal letto e cercando
di vincere la paura e di dominare la situazione come l'uomo
di casa, avrei sfidato spiriti e anime. Invece adesso me ne stavo acquattata
e abbracciata ai miei figli. Era come se non ci fosse nessuno
al mondo, e nessuno avrebbe aiutato me ed i bambini. Mi aspettavo
una sventura e mi misi a pregare Allah. Ero sola come nei sogni.
Sentii aprirsi la porta del cortile. Era la porta del cortile? S.
Improvvisamente mi alzai senza pensare cosa facevo, presi il
mantello e uscii.
Nero!, bisbigliai in cima alle scale.
Avevo messo qualcosa ai piedi e scesi gi. La candela che avevo
acceso in fretta col fuoco del braciere appena uscita in cortile
si spense. Si era alzato un forte vento, ma il cielo era limpido; quando
i miei occhi si abituarono all'oscurit, vidi che la mezza luna illuminava
bene tutto. Dio mio! La porta del cortile  aperta.
Rimasi di stucco tremando al freddo.
Perch non avevo preso un coltello? In mano non avevo nemmeno
un candelabro, un pezzo di legno. Nel buio, per un attimo
vidi che la porta del cortile si muoveva da sola, poi, probabilmente
quando si ferm, ne udii il cigolio. Ricordo di aver pensato che
era come un sogno.
Quando udii uno scricchiolio in casa che sembrava provenire
dal tetto, capii che l'anima del mio povero padre aveva difficolt
a uscire dal corpo. Sapere che l'anima di mio padre soffriva mi addolor,
ma allo stesso tempo mi rilass. Se la causa di tutti questi
scricchiolii  mio padre, allora non me ne verr nulla di male. Ma
il dolore della sua anima, sola, che si dibatteva per uscire dal corpo
al pi presto per innalzarsi mi rattrist talmente che cominciai
a pregare Allah che lo aiutasse. Mi rasserenai pensando che l'anima
di mio padre avrebbe protetto me ed i bambini. Se fuori dalla
porta del cortile c' un demone intenzionato a compiere qualche
malvagit, che tema l'anima inquieta di mio padre.
Proprio in quel momento, pensai con angoscia se non fosse Nero
a rendere inquieto mio padre. Mio padre sta facendo qualcosa
di cattivo a Nero? Dov'era Nero? In quell'istante, appena fuori
dalla porta del cortile, lo vidi per strada e mi fermai. Parlava con
qualcuno.
Mi accorsi che, dal giardino vuoto, dall'altra parte della strada,
dietro gli alberi, qualcuno parlava con Nero. Oltre a capire che
il lamento che avevo sentito poco fa dal letto apparteneva a questa
voce, mi resi conto che era Hasan. Nella sua voce c'era una specie
di supplica, una specie di pianto, non privo di un tono minaccioso.
Li ascoltai da lontano. Stavano regolando i conti nella notte
silenziosa.
In quello stesso istante, capii anche che, nella vita, ero rimasta
sola con i miei figli. Pensavo di amare Nero, ma in realt non volevo
amare solamente lui. Perch nella voce malinconica di Hasan, nel
dolore che avevo intuito, c'era qualcosa che mi strappava il cuore.
Domani porter qui il cad, i giannizzeri, dei testimoni che
giureranno che mio fratello  vivo e combatte ancora sulle montagne
della Persia, - diceva. - Il vostro matrimonio non  legittimo.
Qui dentro si commette adulterio.
Sekre non era tua moglie, ma della buonanima di tuo fratello,
disse Nero.
Mio fratello  vivo, - disse Hasan convinto. - Ci sono dei testimoni
che l'hanno visto.
Stamattina, il cad di Scutari ha concesso a Sekre il divorzio
perch lui non torna dalla guerra da ormai quattro anni. Se  vivo,
che i tuoi testimoni gli dicano che  divorziato.
Prima di sposarsi, Sekre avrebbe dovuto aspettare un mese,
- continu Hasan. -  contro la religione e il Santo Corano. Come
mai il padre di Sekre ha accettato una simile indecenza?
Zio Effendi, - disse Nero, -  molto malato.  in punto di
morte...  stato il cad a concedere il permesso per il matrimonio.
Avete avvelenato tuo zio insieme o lo avete fatto con l'aiuto
di Hayriye?, chiese Hasan.
Mio zio  immensamente triste per quello che hai fatto a Sekre.
Se  vivo, anche tuo fratello potrebbe chiedere conto della tua
disonest.
Sono tutte bugie, - disse Hasan. - Scuse che ha inventato Sekre
per scappare di casa.
Da casa arriv un urlo, era Hayriye. Poi url anche Sevket, si
gridavano qualcosa l'un l'altro. Senza volerlo, spaventata, istintivamente
anch'io urlai e corsi in casa senza capire bene perch.
Sevket scese le scale di corsa e usc in cortile.
Il nonno  gelato, - grid. - Il nonno  morto.
Ci abbracciammo. Lo presi in braccio. Hayriye continuava a
sbraitare. Nero e Hasan avevano sentito tutto.
Mamma, hanno ucciso il nonno, disse questa volta Sevket.
Lo sentirono tutti. L'aveva sentito anche Hasan? Abbracciai
Sevket pi stretto. Senza agitarmi lo riportai in casa. In cima alle
scale, Hayriye si chiedeva come avesse fatto il bambino a scappare
di nascosto.
Mamma, ci avevi detto che non ci avresti lasciato, disse Sevket.
Scoppi a piangere.
Pensavo a Nero sulla porta del cortile. Avevo ancora in mente
Hasan, e Nero che non riusciva a chiudere la porta. Baciai Sevket
sulle guance, lo strinsi forte, gli annusai il collo, lo calmai e lo misi in
braccio ad Hayriye. Voi due salite su, Hayriye, dissi a bassa voce.
Salirono di sopra. Mi girai verso la porta del cortile. Pensavo
che l dove ero, a qualche passo dalla porta, Hasan non mi potesse
vedere. Di fronte, nel giardino buio, aveva cambiato posto, era
passato dietro gli alberi bui sul bordo della strada? Invece mi vedeva,
mentre parlava si rivolgeva anche a me. Quello che mi irritava
non era il fatto di parlare con qualcuno di cui, al buio, non
vedevo il volto. Mentre colpevolizzava me, noi, mi innervosivo
perch capivo che, in realt, aveva ragione, scoprivo di non averla
affatto io, di essere colpevole - come mi faceva sentire sempre
anche mio padre - e, con tristezza, mi rendevo conto di essere innamorata
dell'uomo che parlava. Allah, aiutami. L'amore  un mezzo
per soffrire inutilmente o la via per arrivare a te?
Hasan disse che ero stata io a uccidere mio padre d'accordo con
Nero. Disse che aveva sentito le parole di mio figlio, che in realt
era tutto molto chiaro e che avevamo commesso un peccato mortale.
L'indomani mattina sarebbe andato a raccontare tutto al cad.
Se non ero colpevole, se le mie mani non erano rosse del sangue di
mio padre, avrebbe riportato a casa me ed i bambini e ci avrebbe
fatto da padre finch il fratello non fosse tornato dalla guerra. Se
invece ero colpevole, in quanto donna spietata che ha abbandonato
il marito che rischia la vita in guerra, meritavo ogni sorta di
pena. Lo ascoltammo, poi, tra gli alberi ci fu un attimo di silenzio.
Adesso, se torni di tua volont a casa del tuo vero marito, -
disse Hasan con un atteggiamento completamente diverso, - se
prendi i bambini e vieni a casa buona buona, in silenzio, senza farti
vedere da nessuno, io dimentico tutto, l'intrigo del falso matrimonio,
quello che ho saputo stasera, le vostre colpe, e perdono tutto.
Sekre, aspetteremo pazientemente insieme il ritorno di mio
fratello dalla guerra.
Era ubriaco? Nella sua voce c'era qualcosa di cos infantile che
adesso ero io a preoccuparmi, perch la sua proposta davanti a mio
marito avrebbe potuto costargli la vita.
Hai capito? mi domand tra gli alberi.
Nel buio, non riuscivo a vedere esattamente dove fosse. Allah,
aiutaci tutti, noi tue creature peccatrici.
Non puoi vivere sotto lo stesso tetto con l'uomo che ha ucciso
tuo padre, Sekre, lo so.
Per un attimo mi venne in mente che potesse essere stato lui a
uccidere mio padre. E adesso, forse, ci prendeva in giro. Questo
Hasan era diabolico.
Ascoltami, Hasan Effendi, - disse Nero nel buio. - Mio suocero
 stato ucciso, questo  vero. L'ha ucciso un vigliacco.
 stato ucciso prima del matrimonio, vero? - disse Hasan. -
L'avete ucciso perch si era opposto all'intrigo del matrimonio, al
divorzio simulato, ai falsi testimoni, alle vostre truffe. Se avesse
pensato che Nero era un uomo perbene, non gli avrebbe concesso
sua figlia adesso, ma tanti anni fa.
Aveva vissuto con la buonanima di mio marito, con noi, per
anni e conosceva il nostro passato come uno di noi. Peggio ancora,
Hasan ricordava assolutamente tutto, con la passione di un innamorato
geloso, tutto quello che io e mio marito ci dicevamo in
casa, le cose che avevamo dimenticato o che adesso volevamo dimenticare.
Durante gli anni avevamo spartito, con lui, con suo fratello,
talmente tanti ricordi che ebbi paura che adesso cominciasse
a parlarne, facendomi sentire quanto mi era estraneo, nuovo e
lontano Nero.
Sospettiamo che l'abbia ucciso tu, disse Nero.
L'avete ucciso per sposarvi. Questo  chiaro. Io invece non
ho motivo per ucciderlo.
L'hai ucciso perch non ci sposassimo, - disse Nero. - Quando
hai sentito che aveva acconsentito al divorzio e al nuovo matrimonio
di Sekre, hai perso la testa. Eri gi arrabbiato con Zio
Effendi perch aveva incoraggiato Sekre a tornare a casa sua.
Volevi vendicarti di lui. Sapevi che non avresti mai potuto avere Sekre
finch lui era vivo.
Non dilungarti, - disse Hasan con fermezza. - Non posso starti
a sentire. Fa molto freddo qui. Stavo gi morendo di freddo prima,
mentre tiravo pietre per attirare la vostra attenzione. Non mi
avete sentito.
Nero era in casa, stava guardando i disegni di mio padre,
dissi io.
Avevo fatto male a dirglielo?
Hasan parl con quel tono artificiale, proprio come quello che
assumevo io a volte, senza volere, quando parlavo con Nero: - Sekre,
Mia Signora, se tu, in quanto moglie di mio fratello, adesso
prendessi i bambini e tornassi subito a casa dell'eroico cavaliere al
quale sei legalmente sposata, faresti la cosa migliore.
No, - risposi come se bisbigliassi alla notte. - No, Hasan, no.
Allora la responsabilit e la fedelt che ho nei confronti di mio
fratello mi impongono di riferire subito tutto quel che ho sentito
al cad domattina. Altrimenti ne sar ritenuto responsabile.
Sarai comunque responsabile, - disse Nero. - Nel momento
in cui andrai dal cad, io racconter che hai ucciso tu Zio Effendi,
il devoto servo del Nostro Sultano. Questa mattina.
Va bene, - disse Hasan calmo. - Diglielo.
Strillai. Verrete entrambi torturati! - urlai. - Non andate dal
cad. Aspettate. Chiariremo tutto.
Non ho paura della tortura, - disse Hasan. - Sono gi stato torturato
due volte ed ogni volta ho visto che durante la tortura il colpevole
e l'innocente si distinguono. Sono i calunniatori che devono temere
la tortura. Racconter anche del libro e dei disegni del povero
Zio Effendi al cad, al comandante dei giannizzeri, allo Seyhiilislam,
a tutti. Tutti parlano di quei disegni. Cosa c' in quei disegni?
Non c' niente, disse Nero.
Allora li hai guardati subito.
Zio Effendi mi ha chiesto di portare a termine il libro.
Bene. Speriamo che ci torturino insieme.
Rimasero entrambi in silenzio. Poi udimmo il rumore dei suoi
passi provenire dal giardino vuoto. Se ne andava o si avvicinava?
Non lo vedemmo n riuscimmo a capire. Per lui era un inutile fastidio
passare, al buio pesto, tra spine, cespugli e rovi dall'altra
parte del giardino. Poteva scomparire senza che lo vedessimo anche
passando tra gli alberi e girandoci davanti, ma non lo sentimmo
assolutamente venire verso di noi. All'improvviso urlai:
Hasan! Ma non ottenni risposta.
Zitta, disse Nero.
Tremavamo tutti e due per il freddo. Senza aspettare, chiudemmo
bene le porte ed entrammo in casa. Prima di andare nel
letto riscaldato dai bambini tornai a guardare mio padre. Nero,
invece, si sedette davanti ai disegni.
...
Capitolo trentacinquesimo. Io, il cavallo.

Non fateci caso se adesso me ne sto qui calmo e tranquillo, in
realt sono secoli che corro. Attraverso le pianure, vado in guerra,
porto le malinconiche figlie degli sci e le faccio sposare, corro
dalla favola alla storia, dalla storia alla leggenda, di libro in libro,
pagina dopo pagina. Appaio in molte favole e storie, in molti
libri e molte guerre, ho accompagnato eroi invincibili, innamorati
leggendari, eserciti da sogno e ho corso da una guerra all'altra con
i nostri vittoriosi sultani e, ovviamente, sono stato disegnato molte
ma molte volte.
Come ci si sente a essere stato disegnato cos tante volte?
Certo, ne sono orgoglioso, ma mi chiedo se sono sempre io quello
che viene disegnato. Da questi disegni si capisce anche che ognuno
mi ha in testa con una forma diversa. Ma sento chiaramente
che tra i disegni c' una comune peculiarit, un comune accordo.
Tempo fa, gli amici miniaturisti raccontavano delle storie e da
loro ho saputo questa. Il re degli infedeli europei pensa di sposarsi
con la figlia del Doge di Venezia. Si sposeranno, ma se il veneziano
fosse povero e la figlia brutta? Chiede quindi al suo miniaturista
pi esperto di ritrarre la figlia del Doge di Venezia, il suo
patrimonio, quel che possiede. Dato che i veneziani non sanno cosa
voglia dire proteggere la propria intimit, mostrano al pittore
la figlia, e cos i cavalli e i palazzi. E l'abile pittore disegna talmente
bene quella ragazza e quel cavallo che, vedendoli, li riconosceresti.
Mentre, nel cortile del suo palazzo, il re europeo ammira
i disegni arrivati da Venezia per decidere se sposarla, il suo
cavallo si eccita e cerca di montare il bel cavallo del disegno e gli
stallieri hanno qualche difficolt a fermare l'animale impazzito
che, con il suo enorme attrezzo, distrugge disegno e cornice.
Dicono che quello che fece impazzire il cavallo europeo non fu
la bellezza del cavallo veneziano - per essere bello era bello - ma
il fatto che fosse disegnato prendendo esempio da un determinato
cavallo femmina, proprio come se lo fosse. Allora  un peccato
essere disegnato come quel cavallo, proprio come un vero cavallo?
Per quanto mi riguarda, come vedete, sono veramente poco diverso
dagli altri cavalli.
In realt, coloro che fanno attenzione alla bellezza del mio ventre,
alla lunghezza delle mie gambe, alla mia postura orgogliosa,
capirebbero che sono diverso. Ma queste bellezze non rivelano la
mia diversit di cavallo, ma la diversit di talento del miniaturista
che mi ha disegnato. Sapete tutti che non esiste un cavallo assolutamente
identico a me. Io sono solo il disegno dell'immagine di
cavallo propria del miniaturista.
Ma quanto  bello questo cavallo! dice chi mi guarda. In realt
non elogiano me, ma il miniaturista. Infatti, i cavalli sono tutti differenti
tra loro, e il primo a notarlo dev'essere il miniaturista.
Venite a vedere, ogni stallone ha un attrezzo che non somiglia
a quello degli altri. Non abbiate paura, potete guardare bene, da
vicino, anzi potete prenderlo in mano. Anche il mio portentoso
strumento ha una forma, le sue curve.
Perch la squadra dei miniaturisti ci disegna a memoria, anche
se noi cavalli usciamo tutti diversi dalla mano dell'artista pi grande,
il supremo Allah? Perch si vantano di disegnare migliaia,
decine di migliaia di cavalli senza nemmeno guardarci? Perch non
cercano di disegnare il mondo che vedono con i loro occhi, ma il
mondo che vede Allah. Questa non  forse una sfida all'unicit di
Allah - Allah ce ne scampi e liberi! - non  forse dire posso fare
anch'io quello che fa Allah? Coloro che senza accontentarsi di
quello che vedono i loro occhi, disegnano migliaia di volte lo stesso
cavallo nella loro immaginazione, dicendo questo  il cavallo che
vede Allah, coloro che sostengono di disegnare il cavallo pi bello
a memoria, i miniaturisti ciechi, non gareggiano, in realt, con
Allah e non si comportano da atei?
I nuovi metodi di pittura dei maestri europei non negano Allah,
al contrario, sono pi appropriati alla nostra religione. Ma non
voglio che i fratelli di Erzurum mi fraintendano. A me non piace
assolutamente che le donne degli infedeli europei vadano in giro
mezze nude senza ritegno, che gli uomini che non s'intendono del
sapore di caff e di bei ragazzini vadano in giro senza baffi n barba,
con i capelli lunghi come quelli delle donne, che dicano che il
profeta Ges  anche Allah - Allah ce ne scampi e liberi! Anzi,
sono molto arrabbiato, e se avessi davanti uno di loro gli tirerei un
bel calcio.
Ma sono stufo di venire mostrato in modo sbagliato da miniaturisti
che non vanno mai in guerra e se ne stanno a casa come le
donne. Mi disegnano mentre corro, con due zampe protese nello
stesso istante. Non esistono cavalli che corrono come conigli. Se
una delle mie zampe anteriori  davanti, l'altra  dietro. Nessun cavallo,
come si vede nei disegni di guerra, mentre uno zoccolo anteriore 
completamente a terra, allunga l'altro come un cane curioso.
I cavalli di una divisione di cavalleria non possono fare tutti
il passo nello stesso istante, con lo stesso zoccolo, come si disegna
ripetendo venti volte la stessa forma una dopo l'altra, come se fossero
una l'ombra dell'altra. Quando nessuno ci vede, cerchiamo e
mangiamo l'erba verde; non aspettiamo mai diritti ed eleganti come
nei disegni. Perch si vergognano tanto del nostro modo di mangiare,
bere, cacare e dormire? Perch hanno paura di disegnare il
mio meraviglioso attrezzo? Piace in particolare ai bambini e alle
donne contemplarlo, saziando gli occhi quando non c' nessuno,
che male c'? Il Maestro di Erzurum  contrario anche a questo?
Si narra che una volta a Shiraz c'era uno sci ansioso e scrupoloso.
Dato che aveva paura che i suoi nemici lo facessero abdicare
per far salire al trono suo figlio, non lo mand come governatore
a Isfahan ma lo fece imprigionare nella stanza pi remota
del Palazzo. Quando il padre mor di morte naturale ed il principe
-che aveva vissuto per trentuno anni in una stanza che non affacciava
su un cortile n su un giardino ed era cresciuto tra i libri
- sal al trono, disse: Portatemi un cavallo, l'ho sempre visto disegnato
sui libri, sono molto curioso di vedere com'. Gli portarono
il pi bel cavallo grigio del Palazzo, e il nuovo sci quando
vide che aveva le narici come camini, un culo orrendo, un manto
che non brillava affatto come nei disegni, una groppa rozza, fu
molto deluso e fece uccidere tutti i cavalli del paese. Alla fine di
questa crudele strage che dur quaranta giorni, i fiumi del paese
si tinsero di un triste colore rosso sangue. Fu Allah a fare giustizia:
il nuovo sci, rimasto senza cavalleria, sconfitto dagli eserciti
del signore turkmeno del Montone Nero, venne ucciso e fatto a
pezzi, ma nessuno, come accade nei libri, si rattrist pensando che
i cavalli non fossero stati vendicati.
...
Capitolo trentaseiesimo. Il mio nome  Nero.

Quando Sekre si chiuse nella stanza con i bambini, rimasi a
lungo ad ascoltare i rumori e gli interminabili scricchiolii della casa.
A un certo punto Sekre e Sevket cominciarono a bisbigliare
qualcosa, ma lei, brusca, lo fece tacere con un sssh. Nello stesso
istante udii un cigolio nel cortile accanto al pozzo, poi pi nulla.
Pi tardi notai che un gabbiano si era posato sul tetto, ma anche
lui, come tutto il resto, venne avvolto dal silenzio. Poi sentii
un lamento lontano, proveniva dall'altra parte dell'anticamera,
capii: era Hayriye che piangeva nel sonno. I suoi lamenti si trasformarono
in tosse, e anche la tosse, com'era scoppiata, all'improvviso
cess e cominci di nuovo quell'orribile silenzio infinito.
Poco dopo, credendo che ci fosse qualcuno nella stanza dove giaceva
il cadavere di mio zio, ebbi un brivido.
Nei momenti di silenzio, guardavo i disegni e immaginavo come
ci avessero steso il colore il passionale Oliva, Farfalla dai begli
occhi, il doratore buonanima. Come faceva mio zio in certe notti,
mi veniva voglia di chiamare i disegni uno a uno e dire: Satana!,
Morte!, ma la paura mi tratteneva. Questi disegni mi avevano
gi abbastanza irritato, perch, malgrado le insistenze di mio zio,
non riuscivo a scrivere racconti adatti a loro. Nella mia mente,
pian piano, si definiva l'inconfutabile realt che la morte di mio
zio fosse dipesa da loro, e provavo paura e impazienza. Li avevo
guardati a sufficienza mentre ascoltavo i racconti di mio zio, solo
per stare accanto a Sekre. Adesso che Sekre era mia moglie,
perch avrei dovuto prestare attenzione a queste stranezze? Perch,
dopo che i bambini si sono addormentati, Sekre non esce dal suo
letto per venire da te?, disse una voce spietata dentro di me. E
guardando i disegni a lume di candela, attesi paziente che la mia
bella dagli occhi neri venisse a trovarmi.
Al mattino, quando mi svegliai per le urla di Hayriye, afferrai
il candelabro e corsi in anticamera. Per un attimo credetti che Hasan
e i suoi uomini avessero fatto irruzione in casa e pensai di nascondere
i disegni. Ma dopo un po' capii che Hayriye urlava per
ordine di Sekre, doveva annunciare la morte di Zio Effendi ai
bambini e ai vicini.
Quando, con Sekre, ci incontrammo in anticamera, ci abbracciammo
e ci stringemmo. I bambini, saltati gi dal letto per le
urla di Hayriye, erano esitanti.
Vostro nonno  morto, - disse loro Sekre. - Mi raccomando,
non entrate in quella stanza.
Si sciolse dal mio abbraccio, and accanto al padre e scoppi a
piangere.
Feci entrare i bambini nella stanza da cui erano usciti. Cambiatevi,
che prendete freddo, dissi. Mi sedetti sul bordo del letto.
Il nonno non  morto stamattina,  morto ieri notte, disse
Sevket.
Una lettera, disegnata sul cuscino da un lungo e bel capello di
Sekre, mi diceva uau. La trapunta continuava a trattenere il
suo calore. Adesso, insieme ad Hayriye, sentivamo piangere e urlare
anche lei. Che urlasse come se il padre fosse morto adesso
all'improvviso mi suonava talmente falso e sorprendente che sentii
di non conoscere affatto la mia Sekre, doveva avere dentro di s
un ginn a me ignoto.
Ho paura, disse Orhan. Aveva uno sguardo che chiedeva il
permesso di piangere.
Non abbiate paura, - li rassicurai. - Vostra madre piange per
dare la notizia della morte del nonno ai vicini e agli amici, per farli
venire qua.
E che cosa vengono a fare?, chiese Sevket.
Se vengono non saremo soli ad essere tristi e piangere. Cos
la nostra sofferenza verr condivisa e alleviata.
Hai ucciso tu mio nonno?, grid Sevket.
Se fai dispiacere a tua madre, non ti voglio pi bene!, gli
gridai di rimando.
Non gridavamo come un patrigno e un orfano, ma come due
persone che parlano in riva ad un fiume impetuoso. Sekre era andata
in anticamera e cercava di aprire le persiane della finestra spingendo
le ante perch le sue urla si udissero meglio nel quartiere.
Uscii dalla stanza. Ci appoggiammo insieme alla finestra
dell'anticamera, forzammo il legno della finestra. Poi, con una spinta,
la persiana si apr e cadde in cortile. Il sole ed il freddo ci colpirono
in faccia, e per un attimo rimanemmo attoniti. Sekre scoppi
a piangere a dirotto, urlando come se chiamasse a raccolta tutto
il mondo.
La morte di Zio Effendi, annunciata con grida al quartiere, si
trasform per me in un dolore ancor pi terribile ed angoscioso di
quello provato finora. Anche il pianto di mia moglie, vero o falso
che fosse, mi faceva soffrire. Perfino io cominciai a piangere in un
modo a me inaspettato. Non so se piangevo per la tristezza, o facevo
finta di piangere per paura di essere ritenuto responsabile della
morte di mio zio.
Se n' andato, se n' andato, se n' andato, ah, il mio caro padre
se n' andato, andatoooo, urlava Sekre.
I miei singhiozzi e le mie parole avevano lo stesso tono, ma non
sapevo bene neanch'io cosa dicevo. In quel momento mi vedevo
con gli occhi della gente del quartiere che ci spiava dalle case,
dalle porte socchiuse, tra le ante delle finestre, e pensavo che il mio
comportamento fosse giusto. Piangendo, mi liberavo dei dubbi che
la mia sofferenza e le mie lacrime fossero o non fossero vere, delle
mie preoccupazioni di essere accusato di omicidio, come della
paura di Hasan e dei suoi uomini.
Sekre era mia, e mi sembrava di festeggiarlo con urla e lacrime.
Mi avvicinai a lei mentre urlava e, senza badare ai bambini
che ci guardavano con le lacrime agli occhi, la baciai sulla guancia
con amore. Anche se piangevo, sentii che la sua guancia, come il
suo letto morbido e tiepido, profumava come i mandorli della nostra
infanzia.
Poi tutti, anche i bambini, andammo accanto al cadavere. Gli
dissi: La ilahe illallah, Non c' altro Dio che Allah, come se non
fosse un maleodorante cadavere di due giorni, ma un moribondo,
in modo che ripetesse queste ultime parole prima di morire ed andasse
in Paradiso. Poi facemmo finta che lo zio le avesse pronunciate
e guardammo il suo viso quasi scomparso, la testa fracassata
e, per un attimo, sorridemmo. Levai le mani per recitare la sura
Yasin, e tutti mi ascoltarono in silenzio. Con un pezzo di stoffa
pulita portata da Sekre gli legammo con delicatezza la bocca aperta,
gli chiudemmo l'occhio ancora intero con affetto, voltammo
lievemente il corpo e lo posammo sul fianco destro, poi girammo
ci che restava del suo viso verso la Mecca. Sekre copr il padre
con un lenzuolo pulito.
Mi piacque il silenzio dopo i pianti e fui contento di vedere i
bambini che osservavano tutto con grande attenzione. Alla fine
mi sentivo come un uomo con una vera moglie, dei figli, un focolare,
una casa, e questo era un pensiero pi forte di qualsiasi paura
della morte.
Raccolsi i disegni, li misi uno a uno dentro la cartella e la presi
con me, indossai il caftano pesante e uscii di casa correndo. Feci
finta di non vedere una vecchia comare e quel moccioso di suo nipote
- palesemente contento e intento a immaginare nuovi divertimenti -
che, udite le urla, venivano da noi per il piacere di condividere
il dolore, e andai direttamente alla moschea del quartiere.
La topaia che l'imam chiamava casa, come accade per molte moschee
nuove ed appariscenti, in confronto alla pomposa struttura dall'enorme
cupola e del grande cortile era un luogo talmente piccolo
da vergognarsi. E l'imam, come spesso accadeva, aveva esteso la
sua casa da quella piccola topaia fredda a tutta la moschea, e non
si preoccupava che sua moglie stendesse la biancheria lisa e scolorita
tra due castagni all'estremit del cortile. Una volta sfuggiti all'attacco
di due cani feroci che, come la famiglia dell'imam, si erano
impadroniti del cortile, e a quello dei figli dell'imam che correvano
con i bastoni in mano, io e l'imam ci ritirammo in un angolo.
Sul suo viso vidi uno sguardo che, dopo il divorzio di ieri e il
matrimonio che non avevamo fatto celebrare a lui - ero sicuro che
si fosse offeso -, diceva: Allora, che c' ancora?
Zio Effendi  morto stamattina.
Pace all'anima sua, il suo posto sia il Paradiso!, disse
benevolo. Perch avevo aggiunto la parola stamattina e mi ero
posto inutili dubbi? Gli misi in mano un'altra moneta d'oro,
come quelle che gli avevo dato ieri. Gli chiesi di far cantare l'appello
al funerale prima di quello alla preghiera e di mandare il fratello
come banditore ad annunciare immediatamente il decesso a
tutto il quartiere.
Mio fratello ha un caro amico mezzo cieco, con lui laviamo
molto bene i morti, disse.
Cosa c'era di meglio che far lavare Zio Effendi a un uomo cieco
e a uno mezzo scemo? Gli dissi che la cerimonia funebre sarebbe
stata a mezzogiorno e che sarebbe venuta gente dal Palazzo del sultano,
dal laboratorio di miniatura, dalle scuole coraniche e da altri
luoghi importanti. Non aggiunsi nulla che spiegasse perch il viso e
il cranio di Zio Effendi fossero a pezzi. Avevo gi stabilito che avrei
potuto risolvere il problema solo da un luogo molto in alto.
Siccome il Nostro Sultano aveva dato incarico al Tesoriere capo
di elargire il denaro per il libro che aveva ordinato a mio zio,
dovevo portargli la notizia della morte. Con l'obiettivo di entrare a
Palazzo, andai da un tappezziere che, fin da quando ero bambino,
lavorava nella sartoria di fronte alla porta di Sogukesme, era mio
parente da parte della buonanima di mio padre, e gli baciai la mano
coperta di nei. Gli spiegai, supplicandolo, che dovevo vedere il
Tesoriere. Mi fece aspettare tra apprendisti calvi che, chini, cucivano
tende con in braccio pezze di seta multicolore, poi mi disse di
seguire l'assistente del capo sarto che, cos capii, sarebbe andato a
Palazzo per prendere delle misure e fare dei conti. Una volta arrivato
nel Cortile dei Giannizzeri dalla porta di Sogukesme evitai
di passare inutilmente davanti all'edificio del laboratorio di fronte
a Santa Sofia e far cos sapere agli altri miniaturisti dell'omicidio.
Bench deserto, il Cortile dei Giannizzeri mi sembr rumoroso
come sempre. Non c'era nessuno neanche davanti alla porta del
sovrintendente ai permessi di accesso al Palazzo, dove, nei giorni
in cui si riunisce il Consiglio imperiale, i postulanti si mettono in
fila, e nessuno intorno ai magazzini. Mi sembrava comunque di udire
un mormorio continuo che proveniva dalle officine, dal forno,
dall'infermeria, dalle stalle, dai cavalli e dagli staUieri davanti alla
seconda porta di cui contemplavo ammirato torri e pinnacoli, cos
come mi sembrava di udirlo dai cipressi. Dopo un po' pensai che la
mia agitazione dipendesse dalla paura di passare per la prima volta
nella vita dalla seconda porta, la Porta della Felicit.
Alla porta non riuscii a prestare attenzione all'angolo dove si
racconta che ci siano i boia sempre pronti, n a nascondere la mia
agitazione ai guardiani che diedero un'occhiata alla tappezzeria che
portavo per dare l'impressione di aiutare la mia guida, il sarto.
Appena entrati nel Cortile del Consiglio, tutto fu avvolto da
un profondo silenzio. Mi sentivo il cuore pulsare nelle vene della
fronte e del collo. Il luogo che avevo tante volte sentito descrivere
da coloro che erano stati a Palazzo, da mio zio, adesso, proprio
come il Paradiso, era davanti a me come un meraviglioso giardino
multicolore. Ma non provavo la felicit di chi sta entrando in Paradiso,
provavo paura e un grande e religioso rispetto, capivo di
essere un semplice servo del Nostro Sultano e mi rendevo veramente
conto che egli era il cardine del mondo. Guardando ammirato
i pavoni che si aggiravano nel verde, i bicchieri d'oro legati
con una catenella alle fontane che scorrevano gorgogliando, i dignitari
di corte che camminavano vestiti di seta, silenziosi come
se non toccassero terra, provai l'entusiasmo di servire il mio sovrano.
Avrei assolutamente finito il libro segreto del Nostro Sultano
di cui portavo sottobraccio i disegni rimasti a met. Camminavo
dietro il sarto senza capire bene cosa facevo, con gli occhi fissi
sulla Torre del Divan che risvegliava paura e ammirazione in chi
la guardava da vicino.
Con un guardiano accanto, attraversammo come in un sogno,
timorosi e in assoluto silenzio, le sale del Consiglio e del Tesoro.
Avevo l'intima sensazione di aver gi visto questi luoghi e di
conoscerli.
Passando per un'ampia porta entrammo nel luogo un tempo noto
come vecchia sala del Consiglio. Sotto una grande cupola, vidi
i maestri artigiani che aspettavano con stoffe, tagli di pelle, foderi
di spada d'argento, casse di madreperla. Capii subito che erano
i fabbricanti di mazze, stivali, argenti e velluti, erano gli ebanisti
che lavoravano l'avorio e i liutai che tenevano in mano i loro strumenti,
appartenevano alle squadre scelte del Nostro Sultano. Erano
tutti in attesa davanti alla porta del Tesoriere per questioni di
contabilit quotidiana, acquisto di merci, alcuni dovevano prendere
delle misure negli appartamenti delle donne dove era proibito
entrare. Fui contento di non vedere un miniaturista tra loro.
Anche noi ci fermammo ad aspettare in un angolo. Di tanto in
tanto si udiva la voce dell'impiegato della Tesoreria che faceva ripetere
tutto da capo per un errore nei conti, poi udivamo un mastro
fabbro rispondergli rispettoso. Le nostre voci raramente superavano
il sussurro, e il frullare delle ali dei piccioni che volavano
nel cortile, amplificato dalla cupola, era pi forte delle parole
di noi artigiani.
Quando venne il mio turno, entrando nella piccola stanza a volta
del Tesoriere, vidi solo un impiegato. Gli dissi subito che c'era
una questione importante da sottoporre al Tesoriere, un libro che
il Nostro Sultano aveva ordinato e a cui teneva molto era rimasto
a met. Quello scrivano dalla voce nasale intu qualcosa, apr gli occhi
e io gli mostrai alcuni disegni del libro di mio zio. Quando lo
vidi confuso per la stranezza e l'insolito fascino dei disegni, gli dissi
il nome, il soprannome ed il mestiere di mio zio aggiungendo che
era morto per questi disegni. Parlavo in fretta. Sapevo molto bene
che se fossi tornato da Palazzo senza raggiungere il Nostro Sultano,
avrebbero detto che ero stato io a ridurre mio zio in quel terribile
stato.
Quando l'impiegato and a cercare il Tesoriere, cominciai a sudare
freddo. Il Tesoriere che, come mi aveva detto mio zio, era
sempre accanto al Nostro Sultano, a volte gli stendeva il tappeto
da preghiera, era il suo confidente, sarebbe mai uscito dal Palazzo
Interno per venire da me? Trovavo anche piuttosto incredibile
che un messaggero fosse andato al Palazzo Interno, il cuore del
Palazzo. Dov'era il Nostro Eccellente Sultano, era andato in una
delle sue ville sulle rive del Bosforo, o era nell'harem e il Tesoriere
era con lui?
Parecchio tempo dopo venni chiamato; devo dire che per un
attimo non fui cosciente, non mi resi conto di avere paura. Ma
quando vidi l'espressione di rispetto e meraviglia del maestro tappezziere
sulla porta della stanza, mi agitai. Una volta dentro, per
un attimo fui preso dal panico, credetti di non riuscire pi a dire
una parola. In testa aveva il turbante che potevano indossare soltanto
lui e i visir. Era il Tesoriere. Aveva messo su un leggio i disegni
che aveva preso lo scrivano e li guardava. Ebbi paura come
se li avessi fatti io. Baciai le falde del suo abito.
Figliolo, - disse. - Ho capito bene, tuo zio  morto?
Per un attimo non riuscii a rispondergli, non so se per agitazione
o per senso di colpa, riuscii solo ad annuire. Nello stesso momento
accadde qualcosa di assolutamente inaspettato: dagli occhi
mi usc una lacrima che mi rig pian piano una guancia. Trovarmi
a Palazzo, parlare con il Tesoriere, cos vicino al Nostro Sultano,
essere cos vicino al Nostro Sultano, tutto questo mi aveva reso
strano. Mi scesero altre lacrime dagli occhi, ormai piangevo a dirotto
e non me ne vergognavo.
Piangi quanto vuoi, figliolo, disse il Tesoriere.
Singhiozzai. Pensavo di essere invecchiato in questi dodici anni,
di aver raggiunto la maturit. Ma quando uno si avvicina cos
tanto al suo sultano, al cuore dello Stato, capisce di essere un bambino.
Non mi importava che i maestri argentieri e tappezzieri l
fuori udissero i miei singhiozzi. Ormai sapevo che avrei raccontato
tutto al Tesoriere.
Cos raccontai come mi veniva. Vedevo che davanti agli occhi
del Tesoriere tutto prendeva vita, il mio matrimonio con Sekre,
le difficolt del libro di mio zio, i segreti dei disegni davanti a noi,
le minacce di Hasan, il cadavere di mio zio, e mi rilassai. E dato
che sentivo con tutto me stesso che abbandonandomi alla giustizia
e all'infinito affetto del Nostro Sultano, Rifugio dell'Universo,
avrei potuto sfuggire alla trappola in cui ero caduto, raccontai
tutto. Chiss se il Tesoriere avrebbe riferito correttamente la mia
storia al Nostro Sultano, Essenza del Mondo, prima di consegnarmi
ai torturatori e al boia?
Venga immediatamente annunciata al laboratorio la morte di
Zio Effendi, - disse il Tesoriere. - Che tutti i miniaturisti prendano
parte al funerale.
Mi guard in faccia per vedere se avevo qualche obiezione. Il suo
interesse mi diede fiducia, ed espressi i miei sospetti su chi e perch
potesse avere ucciso mio zio e il doratore Raffinato Effendi. Feci allusione
agli uomini del predicatore di Erzurum, coloro che assalivano
i conventi dervisci perch vi si suonava e danzava. Quando vidi
che il Tesoriere mi guardava dubbioso, volli condividere con lui altri
sospetti. Gli spiegai che essere chiamato a far disegni e miniature
per il libro di Zio Effendi poteva avere inevitabilmente creato
concorrenza e gelosia tra i maestri miniaturisti, per motivi di denaro
e di orgoglio. Gli dissi che la segretezza del lavoro, in s, potrebbe
aver messo in moto tutti questi odi, vendette e complotti. Ma
raccontandoglielo, intuivo con ansia che anche il Tesoriere, in un certo
modo, sospettava di me, proprio come accade a voi. Allah, fai che
venga fuori tutto, non chiedo altro.
Ci fu silenzio. Come se si vergognasse per me delle mie parole
e della mia sorte, il Tesoriere smise di guardarmi e osserv i disegni
sul leggio.
Sono nove, - disse. - Con Zio Effendi per ci eravamo accordati
per dieci disegni. E aveva avuto da noi molte pi lamine
d'oro rispetto a quelle usate in questi disegni.
Probabilmente l'assassino ha rubato l'ultimo disegno su cui
era stato messo abbondante oro, dissi.
Chi era il calligrafo? Non l'abbiamo mai saputo.
La buonanima di mio zio non aveva ancora finito di scrivere
il testo del libro. Voleva che lo aiutassi io a finirlo.
Figliolo, dici che sei appena tornato a Istanbul.
Sono arrivato a Istanbul una settimana fa, dopo tre giorni
dall'assassinio di Raffinato Effendi.
Tuo Zio Effendi illustrava da un anno un libro di cui non era
ancora stato scritto il testo?
S.
Ti aveva descritto le cose che questo libro raccontava?
Mi aveva spiegato i desideri espressi dal Nostro Sultano:
adesso che sono passati mille anni dall'Egira del Nostro Profeta,
il calendario islamico indica il millesimo anno, voleva un libro che
mostrasse al Doge veneziano la forza e la ricchezza della dinastia
ottomana, la spada e l'orgoglio dell'Islam, e infondesse nei cuori
il timore nei suoi confronti. Questo libro avrebbe raccontato e
mostrato con disegni le cose pi preziose, pi irrinunciabili del
nostro mondo e, come nei libri ricchi di arguzie, nel bel mezzo
del volume ci sarebbe stato un ritratto del Nostro Sultano. Dato
che sarebbero stati utilizzati anche i metodi dei maestri europei,
il Doge veneziano avrebbe provato ammirazione e desiderio di essergli
amico.
Lo so, ma le cose pi preziose ed irrinunciabili per gli ottomani
sono forse questi cani e questi alberi?, chiese indicando i
disegni.
La buonanima di mio zio diceva che il libro non avrebbe mostrato
la ricchezza del Nostro Sultano, ma la sua forza spirituale e
la sua tristezza nascosta.
Il ritratto del Nostro Sultano?
Non l'ho visto, dovrebbe averlo nascosto quell'assassino miscredente,
chiss, forse a casa sua.
Adesso mio zio passava per qualcuno che non aveva fatto preparare
il libro promesso in cambio dell'oro che aveva preso, per un
uomo che aveva fatto fare degli strani disegni che il Tesoriere considerava
privi di valore. Il Tesoriere mi vedeva come qualcuno che
aveva ucciso questo uomo incapace ed inaffidabile, per sposarne la
figlia, o chiss per quale motivo, per esempio per vendersi le lamine
d'oro? Capivo dai suoi sguardi che la mia fine era vicina,
parlai con un ultimo sforzo e con grande agitazione, e gli riferii che
mio zio aveva detto che il povero Raffinato Effendi poteva essere
stato ucciso da uno dei maestri miniaturisti a cui dava lavoro.
Gli raccontai dei suoi sospetti nei confronti di Oliva, Cicogna e
Farfalla, ma non mi dilungai. E poi non avevo n molte prove n
alcuna certezza. Sentivo che il Tesoriere adesso mi considerava un
vile calunniatore ed uno stupido pettegolo.
Per questo motivo, quando il Tesoriere disse che avremmo dovuto
nascondere ai miniaturisti che mio zio non era morto di morte
naturale, fui contento, lo ritenni un primo segno di collaborazione.
I disegni rimasero dal Tesoriere. Quando uscii fuori dalla
Porta della Felicit, da cui poco prima ero passato agitato come se
entrassi in Paradiso, mi rilassai come chi, dopo tanti anni, torna a
casa.
...
Capitolo trentasettesimo. Io sono vostro zio.

Il mio funerale  stato molto bello, proprio come volevo. Sono
venuti tutti quelli che desideravo venissero, ne ero orgoglioso. Haci
Hseyin Pasci di Cipro e Baki Pasci lo Zoppo, i visir che erano
a Istanbul quando sono morto, sono stati fedeli, si sono ricordati
che un tempo avevo reso loro molti servigi. L'arrivo di Melek Pasci
il Rosso, brillante e criticatissimo ministro delle finanze, ha reso
pi vivace il modesto cortile della moschea nel quartiere. Sono
stato particolarmente contento di vedere che c'era il capo delle guardie
del Sultano, Mustaf Agh, se avessi vissuto pi a lungo e proseguito
la mia carriera nello Stato adesso sarei nella sua stessa posizione.
E poi lo storiografo di corte Kemalettin Effendi, le guardie
del Consiglio, alcuni erano cari amici, altri nemici, il segretario
particolare Sert Salim Effendi - sempre con il suo sorriso ottimista -
e altri vecchi funzionari del Consiglio ritiratisi presto dalla vita
attiva, i miei amici della scuola coranica, altri che non capivo come
e dove avessero saputo della mia morte, parenti e amici, un gruppo
abbastanza numeroso di giovani, serio e importante.
Ero fiero di questa comunit, della sua seriet e del suo dolore.
La presenza del Tesoriere Hazim Agh e del Comandante delle
guardie imperiali ha dimostrato a tutti quanto fosse sincero il dolore
del Nostro Eccellente Sultano per la mia morte. Non so se questo
significhi che si dar da fare per trovare quel vigliacco del mio
assassino, e qualcuno verr torturato. Ma, adesso, vedo che quel
maledetto guarda la mia bara nel cortile insieme agli altri miniaturisti
e ai calligrafi con espressione compunta e molto addolorata.
Non crediate che ce l'abbia con il mio assassino, che mediti
vendetta, o che la mia anima sia turbata perch sono stato ucciso
in modo vile e spietato. Adesso sono su un piano completamente
diverso, e la mia anima, dopo aver sofferto sulla terra per anni, 
molto serena di aver ritrovato se stessa.
Quando la mia anima ebbe temporaneamente abbandonato
quel corpo sofferente ed insanguinato a colpi di calamaio, rimase a
tremare per un po' in mezzo alla luce. In questa luce meravigliosa,
due bellissimi angeli sorridenti, con i volti che brillavano come
il sole, proprio come avevo letto tante volte nel Libro delle anime,
mi si avvicinarono pian piano e, come se non fossi un'anima ma
ancora un corpo, mi presero per le braccia e mi sollevarono. Era
come nei bei sogni, salimmo veloci ma delicatamente, senza scosse!
Passammo per foreste di fiamme, superammo fiumi di luce,
attraversammo mari bui e montagne di neve e di ghiaccio. Ci vollero
migliaia di anni per superare ogni zona, ma per me fu breve come
un batter d'occhio.
E cos attraversammo i sette cieli, tra diverse comunit, strane
creature, stagni pieni di ogni specie di insetti e uccelli, nuvole.
A ogni cielo, l'angelo che faceva strada bussava ad una porta e alla
domanda: Chi ?, mi descriveva con tutti i miei nomi e le mie
qualit aggiungendo la frase: Un bravo servitore del Sommo Allah!,
e questo mi faceva piangere di gioia, ma sapevo che mancavano
ancora migliaia di anni al Giorno del Giudizio, quando chi
meritava il Paradiso si sarebbe separato da chi meritava l'Inferno.
Salvo qualche piccola differenza, tutto accadeva come avevano
raccontato Al Ghazzali, El Cevziyye e altri saggi nelle loro pagine
sulla morte. Le cose che nei libri erano considerate questioni irrisolvibili,
oscuri misteri che solo i defunti potevano conoscere, adesso
si illuminavano esplodendo una ad una con luci di mille colori.
Come posso descrivere tutti i colori che vidi durante questa meravigliosa
ascesa? L'intero universo era fatto di colori, tutto era colore.
Oltre a sentire che la forza che mi separava dalle altre cose
consisteva di colori, capii anche di essere abbracciato con amore e
legato all'intero universo dai colori. Vidi cieli arancioni, bei corpi
verde foglia, uova color caff, meravigliosi cavalli azzurri. Era come
nelle leggende e nei disegni che avevo guardato per anni, e mi
sembrava di vedere tutto, meravigliato e ammirato, per la prima
volta, e allo stesso tempo di rivedere cose affiorate dai miei ricordi.
Quelli che definivo ricordi facevano parte dell'universo, e tutto
l'universo, per il tempo illimitato che mi si apriva davanti in futuro,
sarebbe diventato, prima, la mia esperienza, in sguito, i miei
ricordi. Mentre morivo in questa gioia di colori, capii anche perch
mi stavo rilassando come se mi liberassi di una camicia troppo
stretta: d'ora in poi nulla mi era vietato, e disponevo di spazio e
tempo illimitati per vivere in ogni epoca e in ogni luogo.
Non appena me ne resi conto, sentii con timore e gioia di essere
accanto a Lui. In quel momento percepii con devozione la presenza
di un rosso inconfondibile.
In breve tutto si fece completamente rosso. La bellezza di questo
colore nasceva dentro di me ed in tutto l'universo. Mi stavo avvicinando
alla Sua esistenza, e mi veniva da piangere dalla gioia.
All'improvviso mi vergognai di giungere al Suo cospetto coperto
di sangue. Ma un'altra parte della mia mente diceva anche che era
stato Lui a chiamarmi al Suo cospetto mandando Asraele e gli altri
angeli, come avevo letto nei libri sulla morte.
Avrei potuto vederLo? Dall'agitazione credetti di non riuscire
a respirare.
Questo colore che copriva ogni cosa, e in cui si muovevano tutte
le immagini dell'universo, era un rosso talmente bello e meraviglioso
che esserne parte e pensare di essere cos vicino a Lui mi
fece piangere pi forte.
Ma capii che non mi si sarebbe avvicinato di pi. Lui chiedeva
di me ai Suoi angeli, loro mi elogiavano e Lui mi apprezzava
perch ero stato un fedele esecutore dei Suoi ordini e avevo
rispettato i Suoi divieti.
La gioia che cresceva dentro di me e le lacrime che mi rigavano
il volto, per un attimo, furono scosse da un dubbio. Per fugarlo
chiesi subito con aria colpevole ed impaziente:
Negli ultimi vent'anni della mia vita mi sono fatto influenzare
dai disegni degli infedeli che ho visto a Venezia. A un certo
punto, avrei voluto far dipingere il mio ritratto con i loro metodi,
ma ho avuto paura. Ho fatto disegnare il tuo universo, le tue creature
ed il Nostro Sultano - la tua ombra nel mondo - con i metodi
degli infedeli.
Non ricordo la Sua voce, ma la risposta che mi diede.
Mio  l'Oriente come l'Occidente.
Non riuscii a trattenermi per l'emozione.
Ma tutto, tutto questo universo, che significato ha?
Segreto, udii dentro di me. O forse Amore. Non ne sono
sicuro.
Mentre gli angeli mi si avvicinavano, capii che, per adesso, in
questo alto cielo, si era presa una decisione che mi riguardava, ma
che, assieme alla moltitudine di altre anime che morivano da decine
di migliaia di anni, avremmo dovuto attendere nel Limbo fino
al Giorno del Giudizio, quando sarebbero state prese le decisioni
definitive. Mentre scendevo gi, ricordai dai libri che,
durante la sepoltura, avrei dovuto riabbracciare il mio cadavere.
Grazie al cielo intuii subito che entrare di nuovo nel mio cadavere
era una metafora letteraria. Com'era composta, malgrado
il dolore, la dignitosa folla del funerale di cui ero cos orgoglioso,
mentre scendeva, dopo la preghiera, con la bara in spalla nel piccolo
cimitero di Tepecik proprio l accanto! Lo vedevo dall'alto,
erano sottili, fini come un filo.
Volevo precisare il mio posto: come si evince anche dall'hadit
del Profeta che dice L'anima del credente  un uccello che mangia
sugli alberi del Paradiso, dopo la morte l'anima gira in cielo. Questo
hadit non significa, come afferma invece Ebu mer bin Abdlber,
che l'anima si trasformer in uccello, anzi che sar un uccello,
ma, come sostiene giustamente El Cevziyye, che l'anima si trover
nei luoghi dove si trovano gli uccelli. Il luogo da dove guardavo, che
i maestri veneziani amanti della prospettiva chiamerebbero il punto
di vista, giustificava l'interpretazione di El Cevziyye.
Dal luogo dove mi trovavo in questo momento riuscivo a contemplare,
per esempio, come se guardassi un disegno, la folla del
funerale che andava verso il cimitero come un filo sottile, come
una barca che, a vele spiegate, prendeva velocit grazie al vento
appena girato, l dove finiva il Corno d'Oro verso Sarayburnu.
Dato che guardavo dall'altezza di un minareto, il mondo somigliava
ai disegni di un libro meraviglioso di cui giravo le pagine una dopo
l'altra.
Ma salendo cos, riuscivo a vedere pi di quello che vede una
persona che ha ancora l'anima attaccata al corpo. Potevo vedere i
bambini che, in un lontano giardino abbandonato, tra i cimiteri,
sull'altra sponda, dietro Scutari, giocavano alla cavallina; come procedeva
spedita la barca a sette coppie di rematori del ministro degli
Esteri, dodici anni e tre mesi fa, quando prelevammo l'ambasciatore
veneziano dalla sua villa per portarlo al cospetto del Gran
Visir Ragip Pasci il Calvo; nel nuovo mercato di Langa la donna
grassa che teneva in braccio un grande cavolo come se tenesse il suo
bambino per allattarlo; la mia gioia quando mor il Guardiano del
Consiglio Ramazan Effendi, perch non avrebbe pi ostacolato la
mia carriera; io che guardavo le camicie rosse in braccio a mia nonna
mentre mia madre stendeva la biancheria in cortile; io che correvo
per quartieri lontani alla ricerca della casa della levatrice quando
la buonanima della madre di Sekre ebbe le prime doglie; il posto
della cintura rossa che avevo perduto pi di quarant'anni fa
(l'aveva rubata Vasfi); il meraviglioso e lontano giardino che sognai
una volta, ventun anni fa, e che Allah, speriamo, in futuro mi far
vedere come Paradiso; le teste, i nasi e le orecchie mandati da Al
Bey, il Governatore della Georgia, una volta domati i ribelli della
fortezza di Gori; la mia bella Sekre che, dopo aver salutato i vicini
venuti a casa, piangeva per me guardando il focolare in cortile.
I libri e i vecchi saggi dicono che l'anima ha quattro patrie:
1. Il ventre della madre. 2. Il mondo. 3. Il Limbo dove mi trovo adesso.
4. Il Paradiso o l'Inferno che raggiunger dopo il Giorno del
Giudizio.
Ma dal Limbo, passato e presente si vedono nello stesso momento,
e finch i ricordi dell'anima sono l, non esistono limiti di
spazio. E che la vita sia una camicia troppo stretta, lo si capisce
solo uscendo dalle prigioni del tempo e dello spazio. Purtroppo,
prima di morire, nessuno pu capire che, come nel mondo dei morti
un'anima senza corpo  motivo di vera felicit, tra i vivi la pi
grande felicit  un corpo senz'anima. Per questo motivo, durante
il mio bel funerale, contemplai soffrendo la mia Sekre che piangeva
inutilmente per me, e che poi, a casa, si tormentava, e supplicai
il Sommo Allah perch ci concedesse un'anima senza corpo
in Paradiso e un corpo senz'anima nel Mondo.
...
Capitolo trentottesimo. Io, Maestro Osman.

Immagino che abbiate presente gli sfortunati vegliardi che sono
invecchiati dedicando generosamente la vita a un'arte. Ce l'hanno
con tutti. Sono alti, ossuti e sottili. Vorrebbero che la brevissima
porzione di vita che rimane loro fosse una ripetizione della
lunga porzione precedente. Si infiammano e si adirano per nulla,
si lamentano di qualsiasi cosa. Vogliono tenere le redini di tutto e
portano tutti alla disperazione. Non sono mai soddisfatti di niente
e di nessuno. Io sono uno di loro.
Il maestro dei maestri, Nurullah Selim Selebi, accanto al quale
ebbi l'onore di disegnare nello stesso laboratorio quando ero ancora
un apprendista sedicenne, era cos a ottant'anni (ma non rabbioso
quanto me). Anche l'ultimo grande maestro, Sari Al, che
seppellimmo trent'anni fa, era cos (ma non alto e magro quanto
me). Dal momento che so che le frecce delle critiche rivolte a questi
leggendari maestri che un tempo diressero dei laboratori adesso
si vanno a conficcare nella mia schiena, voglio che sappiate che
alcune cose abitualmente dette su di noi non sono affatto vere.
1. Non ci piace nulla di nuovo perch non c' veramente nulla
di nuovo che possa piacere.
2. Trattiamo da stupidi la maggior parte delle persone perch
la maggior parte delle persone  stupida e non perch siamo
nervosi, infelici o per qualche altro problema. (Comunque,
trattarle meglio sarebbe per noi segno di finezza e
intelligenza) .
3. Non confondo i nomi e i volti - tranne quelli dei miniaturisti
che ho amato e cresciuto da quando erano semplici apprendisti -
perch sono rimbambito, ma perch a questi nomi
e a questi volti mancano colore e luce, quindi non vale la
pena ricordarli.
Al funerale di Zio Effendi, a cui Allah tolse la vita anzitempo a
causa delle sue stupidit, cercai di dimenticare i dolori che mi aveva
causato un tempo la buonanima sforzandosi di imitare i maestri
europei. Sulla via del ritorno pensai che la cecit e la morte, doni di
Allah, non erano molto lontani da me. Verr di certo ricordato,
come i miei disegni e i libri che ho decorato, vi brilleranno gli occhi,
nel vostro cuore sbocceranno fiori di felicit. Ma voglio che dopo la
mia morte si sappia che negli ultimi anni di vita, in vecchiaia, c'erano
ancora molte cose che mi facevano sorridere. Per esempio:
1. I bambini (riassumono le regole universali);
2.I dolci ricordi (i bei ragazzi, le donne, disegnare bene,
l'amicizia);
3. Avere a che fare con le meraviglie degli antichi maestri di
Herat ( impossibile spiegarlo a chi non le conosce).
Il significato elementare di tutto ci  che nel laboratorio del
Nostro Sultano, di cui io sono a capo, non si fanno pi le meraviglie
di una volta. Prevedo che le cose andranno peggiorando, tutto
si esaurir, finir. Nonostante la nostra vita sia stata interamente
ed amorevolmente dedicata a questo lavoro, sento con dolore
che molto di rado abbiamo raggiunto le bellezze degli antichi
maestri di Herat. Accettare queste verit con umilt facilita la vita.
L'umilt , infatti, una qualit che facilita la vita, una virt
molto ben accetta nel nostro mondo.
Ecco, con tanta umilt, stavo ritoccando un disegno che mostrava,
nel surname che narra la cerimonia di circoncisione dei nostri
principi, la presentazione di una spada con il fodero di velluto
rosso finemente ricamato d'oro, rubini, smeraldi e turchesi, e
quella di un cavallo arabo con morso e redini d'oro, staffe coperte
di perle e smeraldi e una macchia bianca sul muso, il pelo pi
lucente dell'argento, rabbioso, orgoglioso, vivace e veloce come il
fulmine, con la sella di velluto rosso ricamato d'oro e immagini del
sole tempestate di rubini, i doni del Governatore dell'Egitto al
bimbo circonciso. Stavo dando colpi di pennello a destra e a manca
al disegno che avevo impostato e che poi avevo fatto eseguire
dagli apprendisti: a uno il cavallo, a uno la spada, il principe, gli
ambasciatori che li contemplano. Aggiunsi del viola su alcune foglie
del platano dell'Ippodromo, del giallo sui bottoni dell'ambasciatore
del Khan tartaro. Stavo per stendere un po' d'oro sulle redini
del cavallo quando bussarono alla porta. Mi fermai.
Era un messaggero. Il Tesoriere di Palazzo mi convocava. Mi
facevano un po' male gli occhi. Mi misi la lente nella tasca del caftano
e uscii con il ragazzo.
Come  bello camminare per strada dopo aver lavorato tanto!
Il mondo appare nuovo e stupefacente come se fosse stato creato
da Allah appena ieri.
Vidi un cane, era pi espressivo di qualsiasi disegno di cane.
Vidi un cavallo, i maestri miniaturisti l'avrebbero disegnato meglio.
Vidi un platano nell'Ippodromo, era il platano sulle cui foglie,
poco fa, nel disegno, avevo aggiunto del viola.
Camminare nell'Ippodromo di cui, da due anni, disegno le parate,
 un po' come camminare nel proprio disegno. Giriamo per
una via e, se siamo in un disegno europeo, usciamo dal quadro e
dal disegno e ce ne andiamo; se siamo in un disegno fatto alla maniera
dei maestri di Herat, arriviamo nel luogo dove ci vede Allah;
se siamo in un disegno cinese, non ne usciamo mai, perch i
disegni dei cinesi continuano all'infinito.
Il messaggero non mi stava conducendo nella vecchia stanza
del Consiglio dove ci incontravamo con il Tesoriere per parlare
delle sue percentuali, di regali, di libri, delle uova di struzzo decorate
che i miniaturisti preparavano per il Nostro Sultano, della
salute, del benessere e della serenit dei miniaturisti, dei colori che
ci occorrevano, delle lamine d'oro o di altri materiali, delle lamentele
e dei desideri, dei piaceri, delle richieste, dell'allegria e
della forza di volont del Nostro Grande Sultano, del pi e del meno,
dei miei occhi, delle mie lenti, del mio mal di schiena, di quel
vigliacco del genero e del gatto soriano del Tesoriere. Entrammo
in silenzio nel giardino privato del Sultano. Scendemmo verso il
mare pian piano, come due colpevoli, tra gli alberi pi silenziosi
di noi. Mi stavo avvicinando al Chiosco del sultano, significava
che avrei visto il mio sultano,  l, dicevo tra me e me, quando cambiammo
strada. Dopo qualche passo, entrammo sotto la volta di
un edificio di pietra, dietro i cantieri. Il forno dei guardiani imperiali
sprigionava profumo di pane. Vidi gli ufficiali della guardia
del corpo del sultano vestiti di rosso.
In una stanza c'erano il Tesoriere ed il Comandante delle guardie
imperiali. L'Angelo e Satana!
Il Comandante delle guardie imperiali, che nel giardino del Palazzo
eseguiva le condanne a morte, torturava, interrogava, picchiava,
cavava gli occhi e bastonava le piante dei piedi per il Nostro
Sultano, mi sorrideva dolcemente. Sembrava il compagno con
cui avrei diviso la cella di un caravanserraglio che stava per raccontarmi
una favola.
Ma a cominciare il racconto non fu il Comandante delle guardie
imperiali, bens il Tesoriere:
Un anno fa, il Nostro Signore mi ha ordinato di far preparare
un libro come dono per una delegazione di ambasciatori, e voleva
che fosse tenuto segreto, - disse con fare timido. - Data la
grande segretezza, non reput adatto a scriverlo il nostro maestro
Lokman, capo dei poeti di corte, e non volle neanche coinvolgere
te, di cui tanto ammira il talento. Riteneva che foste gi abbastanza
impegnati con il surname che narra le cerimonie di circoncisione
dei principi.
Appena entrato nella stanza avevo immaginato con terrore che
un vile mi avesse calunniato, avesse influenzato il Sovrano dicendo
che in un disegno si bestemmiava, in un altro si faceva della satira,
e che, senza alcun riguardo per la mia veneranda et, sarei
stato torturato. Adesso le parole del Tesoriere, che cercava di riparare
all'offesa di aver commissionato un libro a un altro, erano
per me pi dolci del miele. Ascoltai la storia del libro, la conoscevo
gi abbastanza bene e non appresi nulla di nuovo. Sapevo anche
di questi pettegolezzi, ovviamente anche di Maestro Nusret
di Erzurum e delle invidie del laboratorio.
Chi  che sta preparando il libro?, chiesi.
Come sapete, Zio Effendi, disse il Tesoriere. Fissandomi negli
occhi, aggiunse: Sapete che non  morto di morte naturale,
ma  stato ucciso?
Non lo sapevo, risposi con il tono schietto di un bambino,
poi tacqui.
Il Nostro Sultano si  molto adirato, disse il Tesoriere.
Tutta questa confusione su Zio Effendi era ridicola. I maestri
miniaturisti parlavano di lui beffandosene, lo deridevano perch
era pi affettato che sapiente, pi zelante che intelligente. Al funerale
avevo pensato che ci fosse qualcosa di strano. Come era stato
ucciso?
Il Tesoriere raccont. Terribile. Signore proteggici. Chi era
stato?
Il sultano ha dato un ordine, - disse il Tesoriere. - Vuole che
anche questo libro, come il surname, venga portato a termine al
pi presto...
Ha dato anche un secondo ordine, - intervenne il Comandante
delle guardie imperiali. - Se lo schifoso assassino  nella
squadra dei miniaturisti, vuole che questo demone malvagio venga
trovato.
All'improvviso vidi l'eccitazione sul volto del Comandante delle
guardie imperiali, come se gi conoscesse la terribile pena che il
Nostro Sultano avrebbe inflitto al colpevole.
Capii che i due, insieme, avevano appena ricevuto questi ordini
dal Nostro Sultano, che erano obbligati a lavorare insieme e che,
gi adesso, non riuscivano a nascondere il loro odio reciproco. Oltre
all'ammirazione, provai amore nei confronti del Sovrano. Un
fanciullo port il caff, ci sedemmo.
C'era un nipote che Zio Effendi aveva cresciuto e che s'intendeva
di miniatura e di libri: Nero. L'avevo conosciuto? Rimasi in
silenzio. Su invito dello zio era appena tornato a Istanbul dal confine
persiano dove lavorava per Serhat Pasci (il Comandante delle
guardie imperiali lanci uno sguardo dubbioso), a Istanbul si era
avvicinato molto allo zio ed era venuto a sapere del libro che preparava.
Diceva che lo zio, dopo l'assassinio di Raffinato Effendi,
sospettava dei miniaturisti che venivano da lui di notte per il libro.
Aveva visto i disegni fatti da questi maestri per il libro: aveva
affermato che l'assassino dello zio ne aveva rubato uno, quello
del sultano, in cui sarebbe stato usato pi oro. Questo giovane aveva
nascosto per due giorni l'assassinio dello zio al Palazzo, al Tesoriere.
Nel frattempo, dato che aveva sposato la figlia dello zio
in fretta e furia - con un matrimonio che suscitava dubbi di conformit
alla legge - e si era sistemato in quella casa, entrambi sospettavano
di Nero.
Se verranno perquisite le case, i luoghi dove abitano i miei
miniaturisti e la pagina perduta verr fuori, si capir subito che
Nero aveva ragione, - dissi. - Ma se sono ancora i miei figli prediletti,
che conosco da quando erano solo apprendisti, se sono i
miei miniaturisti dalle mani miracolose, nessuno di loro riuscirebbe
a togliere la vita a qualcuno.
Perquisiremo minuziosamente, palmo a palmo, le case, le tane,
i luoghi, i negozi se ci sono, tutto quello che  di Oliva, di Cicogna,
o di Farfalla, disse il Comandante delle guardie imperiali usando
con aria di scherno quei soprannomi che io avevo dato loro con amore.
Ma anche quelli di Nero... Poi assunse un'espressione disperata:
Grazie a Dio, in questa difficile situazione, siamo riusciti ad
avere dal cad il permesso di torturare durante l'interrogatorio. Ha
detto che la tortura  conforme alla legge perch l'assassinio di una
seconda persona vicina alla squadra dei miniaturisti ha gettato il sospetto
su tutti, dall'apprendista al maestro.
In silenzio pensai: 1. Dicendo che la tortura era conforme alla
legge, in pratica denunciava che il permesso non era venuto dal
Nostro Sultano; 2. Dicendo che per il cad erano sospettati tutti i
miniaturisti, colpevolizzava anche me in quanto capo squadra che
non riusciva a scoprire il colpevole; 3. Capivo che voleva anche la
mia approvazione, palese o tacita, prima di torturare i miniaturisti
della mia squadra, i cari Farfalla, Oliva e Cicogna, e tutti gli altri
che negli ultimi anni mi avevano tradito.
Dato che il Nostro Sultano vuole che siano portati a compimento
sia il surname che questo libro rimasto a met, - disse il Tesoriere,
- siamo preoccupati che la tortura provochi danni alle mani, agli
occhi, al talento dei maestri. Si rivolse a me. Non  forse cos?
Proprio poco tempo fa  accaduto un fatto, - disse con fare
rozzo il Comandante delle guardie imperiali. - Un orefice che stava
facendo dei lavori di restauro, invidioso come un bambino, ha
dato retta a Satana e ha rubato una tazza con il manico tempestato
di rubini che apparteneva alla Sultana Necmiye, sorella del Nostro
Sultano. Lei ne era molto addolorata, amava molto quella tazza.
Dato che il furto era avvenuto nel Palazzo di Scutari, il Sovrano
mi ha affidato il caso. Avevo capito che anche la Sultana
Necmiye, come il Nostro Sultano, era preoccupata per il talento,
gli occhi e le dita degli orefici e dei maestri gioiellieri. Feci subito
spogliare i maestri gioiellieri e li feci gettare tra il ghiaccio e le rane
della vasca del giardino. Di tanto in tanto uscivano e venivano
frustati, ma in modo da non toccarne i volti e le mani, con attenzione
ma con violenza. In breve, il gioielliere che aveva dato retta
a Satana confess e accett la sua pena. Non ci furono danni
agli occhi e alle dita dei maestri gioiellieri, perch dentro erano puliti,
malgrado l'acqua ghiacciata, il freddo e le frustate. Poi, il sultano
mi disse che sua sorella era rimasta molto contenta e che, dopo
aver eliminato il seme cattivo, i gioiellieri lavoravano con maggior
zelo.
Ero sicuro che il Comandante delle guardie imperiali avrebbe
trattato i miei maestri peggio dei gioiellieri. Anche se rispettava il
piacere del Nostro Sultano nel commissionare libri, come molti, pensava
che la vera arte fosse la calligrafia, e la miniatura, in particolare
il disegno, fossero una cosa inutile e quasi blasfema da deprecare,
un qualcosa di effeminato da disprezzare. Voi siete ancora personalmente
presente nel vostro lavoro, con tutta la vostra forza, ma
i vostri cari miniaturisti stanno gi dandosi da fare per scegliere un
capo dopo la vostra morte, disse per provocarmi.
C'era una voce di cui non ero al corrente, una nuova trappola?
Mi trattenni e rimasi zitto. Il Tesoriere si era gi accorto a sufficienza
della rabbia che provavo nei suoi confronti per aver commissionato
un libro a quell'idiota di nascosto da me, e nei confronti
dei miei miniaturisti ingrati che per farsi notare e guadagnare
qualche ake, in segreto, illustravano questo libro.
All'improvviso mi trovai a immaginare le torture che avrebbero
potuto infliggere ai miei miniaturisti. Durante l'interrogatorio
non ti spellano vivo perch non ci sarebbe pi ritorno; non ti impalano
come si fa con i ribelli perch  un tipo di deterrente che
porta alla morte; infine, spezzare - crac-crac - le braccia, le gambe,
le dita di questi maestri,  fuori questione. Certamente non
avrebbero cavato un occhio ai miniaturisti, come credo si faccia
spesso negli ultimi tempi, dato che per le vie di Istanbul cpita di
incontrare persone con un occhio solo. Cos, vidi i miei cari miniaturisti
tremare e guardarsi a vicenda con odio in un angolo nascosto
del giardino privato del sultano, dentro la vasca ghiacciata,
tra le ninfee e, per un attimo, mi venne da ridere. Ma immaginare
come urlerebbe Oliva mentre viene marchiato su una natica con il
ferro rovente, come diventerebbe pallida la pelle del mio caro Farfalla
incatenato, mi fece male al cuore. Non riuscii neanche a pensare
al mio caro Farfalla, che a volte mi ha fatto venire le lacrime
agli occhi per il suo talento e il suo amore per la miniatura, mentre
viene bastonato sulle piante dei piedi. Rimasi cos, confuso.
Per un attimo la mia vecchia mente si ferm, nella magia del
silenzio profondo che aveva dentro di s. Una volta dimenticavamo
tutto e disegnavamo con amore.
I migliori miniaturisti del Nostro Sultano sono loro, - dissi.
- Non fate loro del male.
Il Tesoriere si alz in piedi soddisfatto, prese un rotolo di fogli
dal leggio nell'altro angolo della stanza e me lo mise davanti come
se la stanza fosse buia, mi sistem accanto due grandi candelabri
con grosse candele le cui fiamme ondeggiavano. Erano quei
disegni.
Come posso descrivervi quello che vidi mentre ci passavo sopra
con le lenti? Mi veniva da ridere, ma non perch fossero ridicoli.
Provavo rabbia, ma non perch fossero da prendere sul serio.
Sembrava che Zio Effendi avesse chiesto ai miei maestri di disegnare
come se fossero altre persone e non se stessi. Era come se li
avesse forzati a ricordare ricordi inesistenti, a sognare e disegnare
un futuro che non avrebbero mai voluto vivere. Ancor pi incredibile
era il fatto che per queste assurdit si uccidevano.
Guardando questi disegni potete dirci quale miniaturista li ha
toccati con la sua penna?, disse il Tesoriere.
S, - dissi con rabbia. - Dove avete trovato questi disegni?
Li ha portati Nero, li ha consegnati lui, - disse il Tesoriere.
- Cerca di provare la propria innocenza e quella della buonanima
di suo zio.
Quando lo interrogherete torturatelo, - dissi. - Vediamo cos'altro
ha nascosto la buonanima di Zio Effendi.
Lo abbiamo mandato a chiamare, - disse il volenteroso Comandante
delle guardie imperiali. - Poi perquisiremo anche tutta
la casa del novello sposo.
Sul volto di entrambi apparve una strana luce, una luce di paura
e ammirazione, si alzarono in piedi.
Anche senza girarmi, capii che era entrato il Nostro Sultano,
il Grande Sovrano.
...
Capitolo trentanovesimo. Il mio nome  Esther.

Come  bello piangere tutti insieme! Mentre tutte le donne,
parenti, conoscenti e amiche, riunite a casa durante il funerale del padre
della povera Sekre piangevano, anch'io mi tormentai e versai
le mie lacrime. A volte piangevo appoggiandomi alla bella ragazza
che mi era accanto e dondolando dolcemente assieme a lei, a volte
versavo lacrime a un ritmo completamente diverso, rattristandomi
per la mia misera vita e i miei problemi. Se piangessi cos una volta
alla settimana, dimenticherei che cammino tutto il giorno per
guadagnarmi il pane, che mi umiliano perch sono grassa ed ebrea
e sarei una Esther ancora pi chiacchierona.
Amo le cerimonie perch in mezzo alla folla dimentico di essere
una pecora nera e perch mangio a saziet. Le feste dove si mangiano
baklava, dolcetti alla menta, pane e pasta di mandorle,
gelatina di frutta; le cerimonie delle circoncisioni con riso e carne e
brek; i festeggiamenti organizzati dal sultano all'Ippodromo con
succo di amarena; i matrimoni dove si mangia di tutto; e i funerali,
dopo i quali si gustano dolci al sesamo, al miele, alle prugne.
Uscii silenziosamente nell'anticamera, mi infilai le scarpe e scesi
gi. Stavo per andare in cucina, quando udii uno strano rumore
provenire dalla porta socchiusa della stanza accanto alla stalla;
feci due passi, guardai dentro e vidi che Sevket e Orhan avevano
legato con una corda il figlio di una delle donne che piangevano al
piano di sopra e con i vecchi pennelli della buonanima gli stavano
dipingendo la faccia. Sevket gli diceva: Se provi a scappare ti picchiamo,
poi gli diede uno schiaffo.
Bambini, giocate tranquilli, non fatevi male, va bene?,
dissi con la voce pi falsa e vellutata.
Tu non ti intromettere!, url Sevket.
Vidi vicino a loro anche la timida sorellina bionda del bambino
che stavano tartassando e chiss perch mi misi nei suoi panni.
Dimentica tutto, Esther!
In cucina Hayriye mi squadr sospettosa.
Mi sono prosciugata a furia di piangere, Hayriye, - dissi. -
Dammi un po' d'acqua, per amor di Dio.
Me la diede in silenzio. Prima di berla guardai i suoi occhi gonfi
di pianto.
Povero Zio Effendi, dicono che sia morto prima del matrimonio
di Sekre, - dissi. - Non si pu tappare la bocca alla gente.
Anzi, dicono pure che non sia morto di morte naturale.
Per un attimo rimase a fissarsi la punta delle scarpe in modo
esagerato. Poi alz la testa e, senza guardarmi disse: Dio ci protegga
dalle calunnie.
Il primo gesto significava quanto dici  vero, e il tono di voce
faceva percepire che aveva parlato in maniera forzata.
Cosa sta succedendo?, le chiesi all'improvviso, bisbigliando
come per condividere un segreto.
Ma l'incerta Hayriye aveva ovviamente capito che dopo la morte
di Zio Effendi non aveva pi alcuna speranza di ottenere una
qualche superiorit su Sekre. Ed era lei quella che poco fa, al piano
di sopra, piangeva in modo pi sincero.
Cosa sar di me adesso?, disse.
Sekre ti vuole molto bene, le risposi, abituata a portare notizie.
Alzando i coperchi dei contenitori messi in fila tra la giara
della gelatina di frutta e quella dei sottaceti, prendendo con un dito
di tanto in tanto un boccone da uno e un boccone da un altro,
a volte solo avvicinando il naso per annusarli, le chiesi chi fossero
le persone che avevano mandato i piatti di helva.
Quello  di Kasim Effendi di Kayseri, quello del maestro miniaturista
che abita due strade pi in l, quello di Solak Hamdi il
fabbricante di chiavi, quello della sposa di Edirne, Hayriye li stava
elencando uno a uno quando Sekre la interruppe.
Kalbiye, la moglie della buonanima di Raffinato Effendi, non
 venuta a fare le condoglianze, non ha mandato a dire niente e
non ha preparato neanche dell'helva!
Si stava dirigendo dalla porta della cucina verso il cortile, ai
piedi delle scale. Capii che voleva stare con me e parlarmi lontano
da Hayriye e cos la seguii.
Raffinato Effendi non provava risentimento nei confronti di
mio padre. Noi, il giorno del suo funerale, abbiamo fatto l'helva
e l'abbiamo mandato a casa sua. Voglio sapere cosa succede, disse
Sekre.
Adesso vado, chiedo e cerco di scoprirlo, dissi capendo i timori
di Sekre.
Dato che non le avevo fatto sprecare troppe parole, mi baci. Mentre
il freddo in cortile ci penetrava nelle ossa, ci abbracciammo e rimanemmo
immobili. Poi accarezzai i capelli della mia bella Sekre.
Esther, ho paura, disse.
Tesoro mio, non avere paura. In tutto c' sempre qualcosa di
buono. Hai visto, alla fine ti sei sposata.
Ma non so se ho fatto bene, - disse. - Perci non l'ho fatto
avvicinare. Ho passato la notte accanto al mio povero padre.
Spalanc gli occhi e mi fiss come per dire: capisci?
Hasan sostiene che per il cad il vostro matrimonio non ha valore, -
dissi. - Ti ha mandato questo.
Ormai non importa, sussurr, eppure apr subito il foglietto
e lo lesse, ma questa volta non mi disse cosa le aveva scritto.
Aveva ragione, perch, abbracciate in quel cortile, non eravamo
affatto sole. Un falegname laido che aveva riparato la persiana
della finestra dell'anticamera al piano di sopra, che quella mattina
per un motivo ignoto era caduta rompendosi, spiava noi e le
donne che piangevano in casa e addirittura Hayriye che usciva di
corsa per aprire la porta al figlio del vicino affezionato che bussava
gridando:  arrivato l'helva.
 da tanto che  stato seppellito, - disse Sekre. - Sento che
adesso l'anima del mio povero caro padre si separa per l'ultima volta
dal suo cadavere e sale al cielo.
Si stacc dal mio abbraccio e guardando il cielo limpidissimo
preg a lungo.
Improvvisamente la sentii cos lontana e cos estranea che non
mi sarei stupita se fossi stata io la nuvola che guardava Sekre dal
cielo. Terminata la sua preghiera, la bella Sekre mi baci sugli occhi
con affetto.
Esther, - disse, - finch l'assassino di mio padre  vivo, a questo
mondo non ci sar pace n per me, n per i miei figli.
Mi fece piacere che non nominasse suo marito.
Vai a casa di Raffinato Effendi, cerca di far parlare la moglie
e vedi di scoprire perch non ci hanno mandato l'helva. Poi portami
subito notizie.
Hai qualcosa da dire ad Hasan?, chiesi.
Mentre le facevo questa domanda non riuscii a guardarla negli
occhi e me ne vergognai. Per non darlo a vedere bloccai Hayriye
ed alzai il coperchio del contenitore che teneva in mano. Ohh, helva
di semola con pinoli, - esclamai mettendomene in bocca un pezzetto,
- hanno aggiunto anche dell'arancia amara.
Vedere per un attimo Sekre che mi sorrideva dolcemente come
se tutto andasse bene, mi riemp di gioia.
Presi il mio fagotto, uscii fuori, feci in tempo a fare due passi
che in fondo alla strada vidi Nero. Il novello sposo che aveva appena
seppellito il suocero era molto contento della vita, lo capivo
dalla sua aria orgogliosa. Per non fargli perdere l'allegria, lasciai la
strada ed entrai in un orto, passai per il giardino della casa dell'impiccato,
il fratello dell'amante del famoso medico ebreo Mos
Hamon. Ogni volta che ci passo, questo giardino che odora di morte
mi rattrista talmente tanto che mi dimentico di cercare un acquirente
per la casa.
Anche la casa di Raffinato Effendi aveva quello stesso odore di
morte ma non era assolutamente triste. Sono entrata in migliaia di case
ed ho conosciuto centinaia di vedove, so che le donne che prdono
anzitempo il marito si abbrutiscono con sentimenti di sconfitta
e tristezza oppure di rabbia e ribellione (nella mia cara Sekre c'erano
tutti). Kalbiye Hamm aveva bevuto il veleno della rabbia e
capii subito che questo avrebbe facilitato il mio lavoro.
Dato che Kalbiye Hamm giustamente sospettava che tutti coloro
che le suonavano alla porta nei giorni peggiori della sua vita
venissero per compatirla, o, peggio ancora, per gioire segretamente
della loro condizione vedendo lei in uno stato penoso, non cercava
di dire parole dolci ai suoi ospiti e andava al sodo senza farsi
prendere da debolezze, quali farli accomodare, chiacchierare
amichevolmente sostenendo la conversazione come fanno le donne
orgogliose con cui la vita  stata crudele.
Perch oggi a mezzogiorno, mentre Kalbiye meditava di andare
a schiacciare un pisolino con la sua tristezza, Esther aveva suonato
alla sua porta? Sapendo che non si sarebbe minimamente interessata
alle nuovissime pezze di seta arrivate con la nave proveniente
dalla Cina, ai fazzoletti di Bursa, senza neanche far finta
di aprire il mio fagotto, affrontai subito l'argomento e le raccontai
il problema della povera Sekre. Pensare di aver offeso senza
rendersene conto Kalbiye Hamm di cui condivide la sorte, per
la povera Sekre  un dolore in pi, le dissi.
Kalbiye Hamm conferm orgogliosa di non avere cercato Sekre,
di non essere andata a farle le condoglianze ed a condividere il
suo lutto, e che non le andava neanche di preparare un helva e
mandarglielo. Dietro al suo orgoglio c'era di certo anche una gioia
che non riusciva a nascondere: si erano accorti che era offesa.
Ecco, partendo da questo punto debole, la vostra intelligente Esther
cerc di capire cosa stesse accadendo.
Non ci volle molto perch Kalbiye spiegasse di essere arrabbiata
con Zio Effendi per il libro che aveva fatto preparare. Il suo defunto
marito non aveva accettato il lavoro per guadagnare due o tre
ake in pi, ma perch Zio Effendi l'aveva convinto che questo libro
era stato ordinato dal sultano. Raccont che la buonanima di
suo marito, vedendo che tutte quelle pagine miniate che Zio Effendi
faceva dorare pian piano si allontanavano dall'essere pagine miniate
e diventavano veri disegni con inimmaginabile contenuto di empiet,
di ateismo, anzi, pieni di bestemmie, aveva iniziato a preoccuparsi
e a non sapere pi che fare. Ma dato che Kalbiye era una
donna molto pi intelligente ed attenta di Raffinato Effendi, aggiunse
prudentemente: tutti questi dubbi non gli erano sorti all'improvviso
ma per gradi, il povero compianto Raffinato Effendi non aveva
incontrato una bestemmia palese, e aveva placato la sua ansia pensando
di aver solo avuto una strana impressione. In ogni caso la buonanima
di Raffinato Effendi non si era mai persa le prediche di Maestro
Nusret di Erzurum, e se non praticava la preghiera rituale per
tempo non era sereno. Era legato alla sua religione in modo quasi
fanatico e sapeva che al laboratorio di miniatura del sultano alcuni
vili si prendevano gioco di lui; era convinto che questi scherzi insolenti
fossero dovuti all'invidia per il suo talento e la sua arte.
Una grande lacrima brillante trabocc dall'occhio lucido di Kalbiye
per scorrerle sulla guancia, e la buona Esther decise che alla
prima occasione le avrebbe trovato un marito migliore di quello
appena perso.
La buonanima non condivideva questi suoi problemi con me,
- disse Kalbiye attenta. - Sono stata io a mettere insieme i ricordi
e ho deciso che tutto questo ci  accaduto a causa dei disegni di
Zio Effendi, dal quale era andato la sua ultima notte.
Era un suo modo di fare le scuse. Per tutta risposta le dissi che
forse anche Zio Effendi adesso era stato ucciso dallo stesso vile,
e le feci notare come le sorti e i nemici di Sekre e di Kalbiye
avessero dei punti in comune. Anche i due orfani che mi scrutavano
attentamente da un angolo pensavano che le due situazioni
fossero simili.
Ma la mia spietata logica da sensale di matrimoni mi ricord
subito che Sekre era molto pi bella, ricca e misteriosa. E le dissi
quello che sentivo dentro di me:
Sekre dice che se ha qualche colpa ti chiede scusa. Ti propone
un'amicizia da sorella, da persone accomunate dalla stessa
sorte e vuole che ci pensi bene e la aiuti. La buonanima di Raffinato
Effendi, uscendo di qui l'ultima notte, ti ha parlato di qualcuno
che avrebbe visto dopo Zio Effendi? Tu hai mai saputo che
dovesse incontrare qualcun altro?
Nelle tasche del mio povero Raffinato ho trovato questo,
rispose.
Da una scatola di vimini con il coperchio che conteneva pennini,
pezzi di stoffa e una noce enorme tir fuori un foglio piegato.
Presi il foglio stropicciato e guardandolo attentamente da vicino
vidi tante forme disegnate con l'inchiostro ad acqua. Avevo appena
capito a cosa somigliassero quando Kalbiye diede voce al mio
pensiero.
Sono cavalli, - disse. - Erano anni che Raffinato Effendi buonanima
faceva solo dorature, non disegnava cavalli e nessuno gli
chiedeva mai di disegnarne.
La vostra vecchia Esther guardava quei cavalli disegnati in fretta
e sbiaditi dall'acqua senza capirci granch.
Se prendessi questo foglio e lo portassi a Sekre, ne sarebbe
molto contenta, dissi.
Se lo vuole che venga qui lei, disse Kalbiye orgogliosa.
...
Capitolo quarantesimo. Il mio nome  Nero.

Forse lo avete gi capito, nella vita degli uomini come me,
esperti di afflizione, per i quali l'amore e l'affanno, la felicit e la
miseria sono solo pretesti per una solitudine eterna, non cpitano
n grandi gioie n grandi dolori. Non dico che quando l'anima degli
altri  scombussolata da questi sentimenti non li capiamo, al
contrario, capiamo chi vive questi sentimenti in modo profondo.
Quello che non capiamo  la strana agitazione in cui precipita la
nostra anima in quel momento. Questa silenziosa agitazione che
ci offusca la mente ed il cuore prende il posto della gioia e della tristezza
che dovremmo provare.
Grazie al cielo avevo seppellito suo padre, ero tornato a casa dal
funerale di corsa, avevo abbracciato la mia Sekre e le avevo fatto
le condoglianze, ma ero rimasto di stucco quando lei si era gettata
sui cuscini, mentre i figli mi guardavano in modo ostile, e aveva cominciato
a piangere a dirotto. La sua afflizione era la mia vittoria;
all'improvviso avevo sposato il sogno della mia giovinezza e, liberatomi
del padre che mi disprezzava, ero diventato il signore della
casa, chi avrebbe potuto credere alle mie lacrime? Ma no, credetemi,
non  cos; avrei voluto rattristarmi davvero, ma non ci riuscivo.
Non era mai stato mio padre, ma mio zio a farmi da padre.
E poi, dato che l'imam invadente che aveva lavato il cadavere non
aveva tenuto la bocca chiusa, la voce che mio zio non fosse morto
di morte naturale, come avevo sentito nel cortile della moschea durante
il funerale, si era diffusa anche tra la gente del quartiere.
Anche per questo volevo rattristarmi, perch il fatto che non piangessi
avrebbe fatto pensare male di me; la paura di essere considerato un
cuore di pietra  un sentimento sincero, lo sapete.
Le vecchiette comprensive trovano sempre una giustificazione
per non scacciare dalla comunit le persone come me:  un uomo
che piange dentro di s, dicono. Mentre piangevo dentro di me
e mi meravigliavo vedendo gli indiscreti vicini di casa piangere a
dirotto, mentre cercavo di nascondermi in un angolo per non farmi
vedere dai parenti lontani ed ero indeciso se prendere in mano
la situazione comportandomi da padrone di casa, bussarono alla
porta. Per un attimo mi agitai credendo che fosse Hasan, sarebbe
andato anche bene, pur di liberarmi in qualche modo di questo inferno
di lacrime.
Era un messaggero venuto da Palazzo. Ero convocato a Palazzo.
Mi meravigliai.
Uscendo dal cortile trovai un'ake per terra, nel fango. Avevo
molta paura. Perch mi avevano convocato a Palazzo? S, avevo paura,
ma ero contento di essere fuori, al freddo, per strada tra cani e
cavalli, alberi e uomini. Come gli illusi che prima di venire consegnati
al boia cominciano a parlare tranquillamente con il secondino del pi
e del meno, delle bellezze della vita, delle anatre nel lago e delle strane
forme delle nuvole in cielo, e credono di avere amichevolmente
risolto la spietatezza del mondo, provai a fare amicizia con il messaggero
venuto a prendermi, ma era un ragazzo per niente cordiale,
butterato, riservato. Mentre passavamo accanto alla moschea di Santa
Sofia notai ammirato gli slanciati, slanciatissimi cipressi che si allungavano
verso il cielo fosco e rabbrividii, e non fu per l'orrore di
morire dopo aver sposato Sekre dopo tanti anni di attesa, ma per
l'ingiustizia di morire sotto tortura a Palazzo senza essere neanche
andato a letto con lei e aver fatto l'amore a saziet.
Non ci dirigemmo verso la porta centrale le cui torri guardavo
impaurito e dietro la quale lavorano i rapidi boia e gli aguzzini, ma
verso le falegnamerie. Mentre passavamo tra i magazzini, un gatto
intento a leccarsi nel fango tra le zampe di un cavallo sauro dalla
cui bocca usciva vapore, non si gir neanche a guardarci: come
noi, anche il gatto era molto impegnato con la sporcizia.
Dietro i magazzini mi presero in consegna dal ragazzino silenzioso
due persone - dai loro abiti verdi e viola non riuscii a capire
per conto di chi lavorassero - e mi gettarono in una stanza buia di
una piccola costruzione - capii che era nuova dall'odore di legno -
chiudendomi dentro a chiave. Sapevo che venire rinchiuso in una
stanza buia era una cerimonia usata per spaventare prima della tortura
e, sperando che cominciassero con la bastonatura delle piante
dei piedi, pensavo a qualche bugia da inventare per potervi sfuggire.
L accanto, sembrava ci fosse gente, c'era un rumore continuo.
Tra di voi ci sar senz'altro qualcuno che, notando l'allegra ironia
del mio linguaggio, pensa che io non parli affatto come un uomo
che sta per essere torturato. Non vi avevo forse gi detto che,
tra le creature di Allah, credo di essere tra quelle fortunate? Se
non  bastata a dimostrarlo la buona fortuna che ho avuto in questi
due giorni dopo le sofferenze che ho sopportato per anni,
deve avere un qualche significato l'ake che ho trovato per terra
uscendo dalla porta del cortile.
Mentre attendevo la tortura mi consolai con l'ake che ormai
ero certo mi avrebbe protetto, tenni in mano il segno di fortuna
mandatomi da Allah, lo accarezzai e lo baciai diverse volte. Quando
mi presero al buio, mi condussero nell'altra stanza e mi vidi davanti
il Comandante delle guardie imperiali e gli aguzzini croati
con la testa rasata, capii che l'ake non avrebbe potuto fare nulla.
Aveva ragione quella spietata voce dentro di me: l'ake nella mia
tasca non era stata mandata da Allah, ma era una di quelle ake
che due giorni fa, con un gesto augurale, avevo rovesciato sulla testa
di Sekre e che i bambini non erano riusciti a trovare. Cos,
mentre mi consegnavo nelle mani degli aguzzini, non avevo pi illusioni,
niente a cui aggrapparmi.
Non me n'ero neanche reso conto: dai miei occhi scendevano
lacrime. Avrei voluto supplicare, ma dalla mia bocca, come nei sogni,
non usc un suono. Sapevo che l'uomo pu all'improvviso diventare
una nullit, per le guerre, le morti, gli assassina politici e
le torture di cui ero stato testimone da lontano, ma non l'avevo
vissuto cos intimamente. Mi sfilavano dal mondo come se mi stessero
sfilando gli abiti che avevo indosso.
Mi tolsero il panciotto e la camicia. Uno dei boia si sedette sopra
di me, premendo sulle mie spalle con le ginocchia. L'altro mi
mise in testa una gabbia con movimenti attenti delle mani, come
quelli raffinati e esperti di una donna in cucina, e cominci a girare
lentamente il chiavistello. Non era la gabbia ma un torchio a
stringermi la testa.
Urlai con tutte le mie forze. Supplicai, ma con parole incomprensibili.
Piansi, pi che altro per sfogarmi.
Si fermarono, mi chiesero. Ho ucciso io Zio Effendi?
Feci un respiro: no.
Il chiavistello cominci di nuovo a girare. Che male.
Me lo chiesero di nuovo. No. Chi? Non lo so!
Cominciai a pensare se dire di averlo ucciso io. Ma intorno alla
mia testa il mondo girava dolcemente. Divenni apatico. Mi chiesi
se mi sarei abituato al dolore. Io e i miei aguzzini rimanemmo
un attimo fermi cos. Non sentivo male da nessuna parte, avevo
solo paura.
Stavo per capire di nuovo dall'ake che avevo in tasca che non
mi avrebbero ucciso quando mi lasciarono. Tolsero la gabbia del
torchio, che, in verit, mi aveva schiacciato la testa ben poco. Il
boia sopra di me scese. Ma non aveva per niente l'aria di chiedere
scusa. Mi rimisi camicia e panciotto.
Ci fu un silenzio lungo, lunghissimo.
All'altro capo della stanza vidi il capo miniaturista Osman Effendi.
Gli andai accanto e gli baciai la mano.
Non temere, figliolo, - mi disse. - Ti hanno messo alla prova.
Capii subito di aver trovato un nuovo padre dopo mio zio.
Per adesso, il Nostro Sultano ha dato ordine che tu non venga
torturato, - disse il Capo delle guardie imperiali. - Desidera che
tu aiuti il capo miniaturista Maestro Osman a trovare il vile assassino
che uccide i suoi maestri, i suoi servitori che preparano i libri.
Dovete trovare il maledetto entro tre giorni, guardando le pagine
miniate, parlando con i maestri. Il Sovrano  molto disturbato dalle
voci diffuse dai sobillatori sui suoi libri e i suoi miniaturisti. Io
e il Capo Tesoriere Hazim Agh possiamo aiutarvi a trovare questo
vile, come ha ordinato il sultano. Uno di voi  parente di Zio
Effendi buonanima, ha ascoltato i suoi racconti; sa come lavoravano
i miniaturisti che venivano di notte, conosce la storia del libro.
L'altro  un grande maestro che si vanta di conoscere tutti i membri
della squadra come il palmo della sua mano. Se entro tre giorni
non riuscite a trovare quel maiale e la pagina smarrita che ha rubato
e di cui tutti parlano, il Nostro Sultano vuole che tu figliolo,
Nero Effendi, venga interrogato e torturato per primo. Stessa sorte
toccher ai maestri della squadra dei miniaturisti.
Non vidi nessuno scambio di segni segreti tra i due vecchi amici
che collaboravano da anni, il capo miniaturista Maestro Osman
e il Tesoriere Hazim Agh, che gli forniva il lavoro e gli passava il
denaro e i materiali.
Quando si compie un delitto negli alloggi, nelle stanze, tra le
persone che sono al servizio del Nostro Sultano, tutti sanno che
viene considerata colpevole l'intera squadra, fino a quando non
viene trovato e consegnato il colpevole, e nel caso in cui una squadra
non trovi l'assassino al suo interno, viene punita e considerata
una squadra di assassini assieme al suo capo, - disse il Comandante
delle guardie imperiali. - Perci il nostro capo miniaturista
Maestro Osman aprir bene gli occhi, osserver ogni pagina con
sguardo acuto e trover la diavoleria, il trucco, l'istigazione, la
malignit che hanno creato inimicizia tra i miniaturisti innocenti,
consegner il colpevole all'infallibile giustizia del Nostro Sultano, il
grande Monarca, e cos dimostrer l'innocenza della sua squadra.
Gli abbiamo portato tutto quello che ha chiesto, e gliene porteremo
ancora. I miei uomini stanno raccogliendo nelle case dei maestri
una ad una le pagine miniate dei libri per portarle qui.
...
Capitolo quarantunesimo. Io, Maestro Osman.

Dopo aver ribadito gli ordini del sultano, il Comandante delle
guardie imperiali e il Tesoriere se ne andarono, lasciando noi due
nella stanza. Ovviamente Nero era stanco e afflitto per la finta
tortura, la paura e le lacrime. Rimase in silenzio come un bambino.
Capii che gli avrei voluto bene e lo lasciai in pace.
Avevo tre giorni per osservare le pagine che gli uomini del Comandante
delle guardie avevano raccolto nelle case dei calligrafi e
dei maestri miniaturisti e identificarli. Sapete bene quanto mi avevano
disgustato i disegni del libro di Zio Effendi che Nero aveva
consegnato al Tesoriere Hazim Agh per provare la sua innocenza
quando li avevo visti la prima volta. Bisogna ammettere che delle
pagine che suscitano un ribrezzo cos violento e un odio tale in un
miniaturista che ha dedicato tutta la vita a questo lavoro, senz'altro
contengono qualcosa di attraente. Perch se l'arte  solo brutta non
desta neanche ribrezzo. Ecco, cos cominciai a esaminare con una
certa curiosit le nove pagine commissionate dalla buonanima di
quello stupido ai miniaturisti che andavano a trovarlo di notte.
Su un foglio bianco c'era un albero collocato nella cornice e nella
doratura, anche queste opera del povero Raffinato. Cercai di
immaginare la storia alla quale appartenesse. Se dicessi ai miei miniaturisti,
al caro Farfalla, all'intelligente Cicogna, allo scaltro Oliva,
di disegnare un albero, lo immaginerebbero come parte di una
storia prima di disegnarlo con sicurezza. E se poi guardassi quell'albero
con attenzione, dai rami e dalle foglie potrei capire la storia
immaginata dal miniaturista. Per quest'albero era misero e solo,
e sullo sfondo la linea dell'orizzonte era molto alta, tanto da
farlo sembrare ancor pi solo; ricordava i metodi dei pi antichi
maestri di Shiraz. Ma nel vuoto creato da quell'orizzonte cos alto
non c'era nulla. Cos, il desiderio di disegnare un albero semplicemente
perch era un albero, come fanno i maestri europei, e
il desiderio di vedere il mondo dall'alto, tipico dei maestri persiani,
si erano mescolati creando un disegno penoso, che non era n
europeo n persiano. Mi veniva da dire che un albero del genere
potesse trovarsi solo l dove finisce il mondo. Ma i miei miniaturisti
e la scarsa intelligenza della buonanima di quello stupido,
cercando di combinare questi due metodi diversi, avevano ottenuto
un risultato privo di significato. Quello che mi faceva arrabbiare
non era che il disegno fosse stato creato da due mondi diversi, ma
la mancanza di abilit.
Provai la stessa sensazione guardando anche gli altri disegni, il
cavallo perfetto uscito dai sogni, la donna umile. Mi facevano arrabbiare
anche i soggetti, questi due dervisci erranti o Satana. Era
ovvio che i miei maestri avevano inserito questi disegni nel libro
del Nostro Sultano. Ammirai ancora una volta la suprema volont
di Allah che aveva tolto la vita a Zio Effendi prima che il libro fosse
finito. Io non avevo nessuna voglia di portarlo a termine.
Come avrei potuto non innervosirmi per questo disegno di cane
che ci fissa da sotto il naso, come se fosse un nostro fratello,
ma disegnato da sopra? Perch da una parte provavo ammirazione
per la naturalezza della posizione del cane, per la bellezza del
suo sguardo mentre ci guarda minaccioso con la coda dell'occhio
e avvicina la testa a terra, per il bianco violento dei suoi denti, in
poche parole, per il talento dei miniaturisti che l'avevano disegnato
(stavo quasi per indovinare chi era stato) e, dall'altra, non perdonavo
assolutamente il fatto che questo talento fosse stato sprecato
per servire l'assurda logica di una forza di volont incomprensibile.
Il desiderio di imitare i maestri europei, anzi, l'ordine del
Nostro Sultano di realizzare il libro, dono per il Doge, con metodi
comprensibili ai veneziani, non era sufficiente a perdonare la
presunzione di questi disegni.
Il rosso di un disegno affollato - mi resi subito conto che ciascuno
dei miei maestri ne aveva toccato un angolo - mi fece teneramente
paura. Una mano che non capivo a chi appartenesse aveva
inserito nel disegno un rosso di una strana tonalit secondo una
logica segreta, e tutto il mondo che il disegno mostrava era gradatamente
sprofondato nel rosso. Spiegai a Nero da quale maestro
erano stati disegnati il platano (Cicogna), le navi e le case (Oliva),
l'aquilone ed i fiori (Farfalla).
 chiaro che un grande maestro come voi, che  stato a capo
di un'intera squadra di miniaturisti, conosce il talento dei suoi
maestri uno a uno, il temperamento della penna e l'uso del pennello
di ognuno di loro, - disse Nero. - Ma come fate a riconoscere
i vostri maestri dal momento in cui sono stati forzati a disegnare
con metodi nuovi e sconosciuti da un bizzarro bibliofilo come
mio zio, come fate a essere cos sicuro da identificare l'autore
del tale disegno?
C'era una volta un sultano appassionato di libri e di miniatura
che viveva da solo nella torre che dominava Isfahan, - risposi
raccontandogli una storia. - Era un sultano forte ed intelligente, ma
spietato. Non amava nulla a parte i libri che commissionava e sua
figlia. Il sultano era cos smisuratamente affezionato a sua figlia che
tra i suoi nemici girava voce che ne fosse innamorato, e non avevano
del tutto torto. Ne era talmente orgoglioso e geloso da dichiarare
guerra ai principi e agli sci vicini che mandavano gli ambasciatori
a chiederne la mano. Non riusciva a trovare un marito
degno di sua figlia e cos la teneva nascosta nell'ultima di quaranta
stanze chiuse da quaranta serrature e, per via di una voce diffusasi
a Isfahan, anche lui credeva che la bellezza della ragazza sarebbe
appassita se gli altri uomini l'avessero vista. Un giorno, quando
un libro su Cosroe e Sirin nello stile di Herat che aveva ordinato
fu finito, a Isfahan si sparse la notizia: la bella pallida che appariva
in un disegno affollato tra le pagine era la figlia del sultano geloso!
Il sultano, che si era insospettito gi prima di sentire queste
voci, apr le pagine del libro con mani tremanti e, con le lacrime
agli occhi, si rese subito conto che era stata ritratta la bellezza di
sua figlia. C'era chi sosteneva che, una notte, mentre la figlia del
sultano era protetta da quaranta serrature, la sua bellezza fosse uscta
dalla stanza, come fanno i fantasmi annoiati, e si fosse riflessa
negli specchi, per poi passare sotto le porte, dai buchi delle serrature,
fino a raggiungere, come una luce, come un fumo invisibile,
gli occhi di un miniaturista che lavorava di notte. Il giovane maestro
miniaturista non pot resistere e disegn questa incredibile bellezza
da cui non riusciva assolutamente a distogliere lo sguardo in
un angolo del disegno a cui stava lavorando in quel momento. Il disegno
mostrava il momento in cui Sirin, durante una passeggiata in
campagna, s'innamorava di Cosroe guardandone il ritratto.
Mio maestro, mio signore, questa  veramente una coincidenza, -
disse Nero. - Perch anche noi amiamo molto la rappresentazione
di quella fiaba.
Queste non sono fiabe, sono cose realmente accadute, - continuai.
- Ascolta: il nostro maestro non disegn la figlia del sultano
come la bella Sirin, ma come una dama di corte che aiuta Sirin,
suona il liuto e imbandisce la tavola. Perch in quel momento stava
disegnando la dama di corte. Cos, la bellezza di Sirin fu poca
cosa paragonata alla meravigliosa bellezza della dama accanto e l'equilibrio
del disegno si guast. Quando vide la figlia nel disegno,
il sultano volle sapere chi fosse il maestro miniaturista che l'aveva
ritratta. Ma lo scaltro maestro, temendo l'ira del sultano, non
aveva disegnato la dama con il suo solito stile, ma con uno stile
nuovo, per non essere riconosciuto. Perch quel disegno era stato
toccato dalla penna e dal talento di molti altri maestri.
Allora come fece il sultano a capire chi era stato il miniaturista
ad aver ritratto sua figlia?
Guardando le orecchie!
Guardando le orecchie di chi? Della figlia, del ritratto della
figlia?
Di nessuna delle due in realt. Ebbe un'intuizione, apr tutti
i libri, le pagine, i disegni fatti dai suoi miniaturisti e guard le
orecchie, ed ebbe l'ennesima conferma di quello che sapeva da anni:
ognuno, qualunque sia il suo talento, disegna le orecchie con
uno stile proprio. E questo non cambia assolutamente, pu trattarsi
del volto di un sultano, di un bambino, di un guerriero, o, Allah
non voglia, del volto non celato da un velo del Nostro Profeta
o, Allah non voglia, di Satana. Il miniaturista, in ogni situazione,
in ogni disegno, disegna le orecchie allo stesso modo, quasi
fossero una firma segreta.
Perch?
Quando disegnano un volto, i maestri miniaturisti si concentrano
sull'espressione, sul renderla simile o dissimile a un'altra,
sull'avvicinarla alla bellezza suprema e adeguarla alle antiche forme.
E quando tocca disegnare le orecchie non le rubano ad altri maestri,
non imitano una forma, n guardano un orecchio vero. Perch
quando disegnano un orecchio non ci riflettono, non lo curano, non
si soffermano su quello che fanno. Muovono la penna a memoria.
Ma i grandi maestri non disegnano tutte le loro meraviglie a
memoria, senza mai guardare i cavalli, gli alberi, gli uomini veri?,
domand Nero.
 vero, - dissi io. - Ma questo  un sapere a memoria ottenuto
con il pensiero e la riflessione di anni, scervellandosi, lavorando.
Dato che per tutta la vita vedono parecchi disegni di cavalli
e parecchi cavalli, sanno molto bene che un ultimo cavallo in
carne ed ossa danneggerebbe l'idea perfetta di cavallo che hanno in testa.
La penna del maestro miniaturista che per tutta la vita disegna
decine di migliaia di cavalli, alla fine si avvicina molto al disegno
di cavallo progettato da Allah e lo capisce dalla propria anima
e dalla propria esperienza. Il cavallo che la mano disegna a
memoria in un attimo,  fatto con talento, travaglio e sapienza, ed
 un cavallo vicino al cavallo di Allah. Ma l'orecchio che la mano
disegna senza accumulare conoscenza, senza sapere e pensare a
quello che fa e senza fare attenzione all'orecchio della figlia del
sultano, ha sempre un difetto. E, in quanto difetto,  diverso per
ogni miniaturista. Diventa cio una specie di firma.
Si sent un rumore ed un movimento. Gli uomini del Comandante
delle guardie imperiali stavano lasciando in una stanza del
vecchio laboratorio di miniatura le pagine raccolte a casa dei calligrafi
e dei miei miniaturisti.
In realt l'orecchio  gi di per s un difetto dell'uomo, - dissi
sperando che Nero sorridesse. - Diverso e uguale in ognuno: un
vero orrore.
Cosa accadde poi al miniaturista che si fece sorprendere dalla
firma dell'orecchio?
Per evitare che Nero si rattristasse ulteriormente, non dissi:
Venne accecato. Gli risposi: Spos la figlia del sultano. E da
quel giorno, questo metodo di identificazione dei miniaturisti 
noto come "metodo della dama", tra i molti khan, sci, sultani proprietari
di laboratori di miniatura, e viene utilizzato come metodo
segreto per scoprire subito un colpevole; nel caso in cui questi
neghi la sua colpa, basta fargli fare un disegno, una piccola miniatura.
Perch i veri artisti hanno questo desiderio improvviso di dipingere
ci che  proibito! A volte le loro mani disegnano da sole
creature maligne. La chiave di volta  trovare dettagli che non si
trovano nel cuore del disegno, a cui non viene data importanza,
che vengono disegnati in fretta e si ripetono sempre. Possono essere
le orecchie, le mani, l'erba, le foglie o la criniera dei cavalli,
le zampe o perfino gli zoccoli. Ma, attenzione, il pittore non deve
sapere che questi particolari contengono la sua firma segreta. Per
esempio, i baffi non vanno bene, perch molti pittori sanno di disegnare
i baffi con un proprio stile e sanno che il disegno dei baffi
 quasi una firma. Le sopracciglia invece s, perch nessuno vi
presta attenzione. Adesso vieni, vediamo chi sono i giovani maestri
che hanno toccato con i loro pennelli, con le loro penne, i disegni
della buonanima di Zio Effendi.
Cos mettemmo accanto le pagine di due libri, uno preparato
in segreto e l'altro alla luce del sole, con storie ed argomenti diversi,
con metodi di diversi miniaturisti: il libro della buonanima di
Zio Effendi e il surname della festa di circoncisione del nostro
Principe, disegnato sotto il mio controllo. Io e Nero guardammo
attentamente dove passava la mia lente:
1) Per prima cosa, sulla pagina del surname, notammo la bocca
aperta della pelliccia di volpe portata in braccio da un maestro
pellettiere con il caftano rosso e la cintura viola che passava davanti
al Nostro Sultano mentre osservava la parata dalla villa costruita
appositamente per l'evento. I denti della volpe, che si vedevano
uno a uno, e i denti nel disegno di Satana, di quella infelice
creatura met demonio e met gigante che pensavo provenisse
da Samarcanda, erano opera della stessa mano, usciti dalla penna
di Oliva.
2)Durante uno splendido giorno di festa, sotto la finestra del
Nostro Sultano che dava sull'Ippodromo, era apparso un gruppo
di miseri soldati delle truppe di frontiera con le vesti stracciate.
Uno di loro aveva detto: Nostro Sultano, noi, tuoi eroici soldati,
siamo stati fatti schiavi combattendo per la vera religione contro
gli infedeli e siamo riusciti a liberarci solo lasciando al nostro
posto un parente o un fratello e promettendo di trovare i soldi per
il riscatto, ma una volta tornati a Istanbul abbiamo visto che la vita
era diventata molto cara; adesso non riusciamo a mettere insieme
i soldi che libererebbero i nostri parenti rimasti ostaggio degli
infedeli e abbiamo bisogno del tuo aiuto; dacci dell'oro o degli
schiavi da portare in cambio dei nostri parenti ancora prigionieri
per liberarli, disse. E poi, ecco, le unghie delle zampe del cane
pigro che, da un angolo della piazza, con un solo occhio aperto, in
quel momento osservava il Nostro Sultano, i poveri reduci, gli ambasciatori
persiani e tartari; ed ecco le unghie del cane che riempiva
l'angolo della rappresentazione con le avventure dell'ake nel
libro di Zio Effendi. Erano evidentemente uscite dalla stessa penna,
dalla mano di Cicogna.
3) Tra i giocolieri che facevano capriole e facevano rotolare le
uova sopra tavole di legno davanti al Nostro Sultano, ve n'era uno
calvo, con un panciotto viola e i polpacci nudi che suonava il tamburello
inginocchiato sul tappeto rosso nell'angolo; teneva le dita
esattamente nello stesso modo della donna che portava il grande
vassoio nel disegno rosso nel libro dello Zio: l'autore era Oliva.
4) Le pietre azzurre del terreno rosa dove poggiavano i piedi i
maestri cuochi che camminavano con le loro pentole insieme alla
squadra di cuochi che sfilava cuocendo cavoli ripieni di carne e cipolla
nella grande pentola sul fornello sistemato nel carro che passava
davanti al Nostro Sultano, e le pietre scarlatte del terreno blu
dove camminava, senza toccarlo, quella cosa, un mezzo fantasma,
nel disegno che Zio Effendi aveva chiamato morte, erano uscite
dalla stessa mano, quella di Farfalla.
5) I messaggeri tartari a cavallo portavano la notizia che gli eserciti
dello sci si stavano preparando a una nuova guerra contro gli
Ottomani, che subito avevano raso al suolo la fastosa residenza
estiva dell'ambasciatore persiano; quest'ultimo continuava a ripetere
al Nostro Sultano, Protettore dell'Universo, che lo sci di Persia
era un amico e che nutriva nei suoi confronti solo sentimenti
fraterni. Durante la rabbiosa demolizione erano accorsi i portatori
d'acqua per contrastare la polvere arrivata fino all'Ippodromo,
e per tranquillizzare un gruppo che si preparava ad aggredire l'ambasciatore
erano arrivati uomini che portavano sulla schiena sacchi
di pelle pieni di olio di lino da versare sulla gente. Il modo in
cui i portatori d'acqua e gli uomini con i sacchi di pelle pieni di
olio di lino alzavano i piedi correndo era uguale a quello dei soldati
che correvano nella pagina del rosso, tutti opera della stessa
mano, quella di Farfalla.
Quest'ultima scoperta non  mia, io dirigevo la caccia agli indizi
spostando la lente a destra e a sinistra, su un disegno o sull'altro,
ma di Nero, che per paura della tortura e nella speranza di
riabbracciare presto la moglie che lo aspettava a casa aveva spalancato
gli occhi. Osservare con il metodo della dama ci che restava
dei disegni della buonanima di suo zio e fare una lista dei miniaturisti
che li avevano toccati per poi interpretare le informazioni
ottenute ci prese tutto il pomeriggio.
La buonanima dello zio di Nero non aveva lasciato nessuna pagina
al pennello e al talento di un unico miniaturista, e tutti e tre
i miei maestri avevano toccato la maggior parte dei disegni. Voleva
dire che i disegni viaggiavano di casa in casa, e che l'andirivieni
era intenso. Quando mi accorsi del tocco inesperto di una quinta
mano che aveva partecipato ai disegni oltre ai maestri che conoscevo,
stavo per arrabbiarmi pensando a quanto fosse incapace
il vile assassino, ma Nero identific suo zio dal modo prudente di
mettere i colori, e cos ci liberammo di una falsa pista.
Lasciando da parte anche il povero Raffinato Effendi, che aveva
fatto le dorature per il libro di Zio Effendi quasi uguali a quelle
che aveva fatto per il nostro smame (certo, questo s che mi
offendeva) e che penso che, di tanto in tanto, abbia toccato con il
suo pennello i muri, le foglie e le nuvole, risultava che ad avere
sicuramente toccato i disegni erano stati solo i tre maestri pi brillanti
della mia squadra di miniaturisti. Questi erano i tre figli che
avevo cresciuto con amore fin da quando erano solo apprendisti,
i miei tre talenti: Oliva, Farfalla, Cicogna...
Parlare del talento, della maestria e del carattere di ognuno di
loro non vuol dire parlare solo di loro, ma anche della mia stessa
vita.

LE QUALIT DI OLIVA.

In realt il suo vero nome  Velican, non so se abbia altri soprannomi
oltre a quello che gli ho dato io, perch non l'ho mai visto
firmare. Quando era apprendista mi veniva a prendere a casa
ogni marted mattina.  molto orgoglioso, e questo significa che, se
arrivasse al punto da firmare, vorrebbe comunque che la firma si vedesse
e fosse riconoscibile, non la nasconderebbe. Allah gli ha dato
troppe capacit.  in grado di fare qualsiasi cosa, dalle dorature ai
contorni, e le fa nel migliore dei modi.  lui nel laboratorio del sultano
il miniaturista pi brillante a disegnare alberi, animali e volti
umani. Il padre, che port Velican a Istanbul quando credo avesse
dieci anni, era stato allievo di Siyavus, il famoso ritrattista del
laboratorio dello sci saffavide di Tabriz, la cui dinastia di maestri risale
ai mongoli. Velican disegna i giovani innamorati con il volto di
luna come i cinesi, come gli antichi maestri di centocinquant'anni
fa che lavorarono sotto l'influenza mongola e cinese a Samarcanda,
a Bukhara e a Herat. Da apprendista era un osso duro e cos  rimasto
anche da maestro. Avrei voluto che uscisse dagli schemi dei
maestri mongoli, cinesi e di Herat, anzi, che li dimenticasse. Quando
glielo dico, come molti miniaturisti che cambiano laboratorio e
paese, sostiene che in realt li ha gi dimenticati, anzi, che non li ha
mai imparati. Molti miniaturisti devono la loro importanza alle forme
meravigliose che nascondono nella loro memoria, ma se Velican
le avesse dimenticate, sarebbe stato pi grande. Il fatto che nasconda
le cose che ha imparato nelle profondit dell'anima come fossero
peccati irrinunciabili, ha due utilit di cui nemmeno lui si rende conto:
1. Crea in lui un senso di colpa ed estraneit che infonde la giusta
dose di talento a un cos abile miniaturista. 2. Quando  in difficolt,
ricorda quel che dice di avere dimenticato e, usando uno degli
antichi stili di Herat, risolve i problemi di un nuovo soggetto, di
una storia nuova, di una rappresentazione inusuale. Ha buon occhio,
e sa adattare con armonia gli insegnamenti degli antichi maestri
di Sci Tahmasp a un disegno nuovo. Nelle sue mani il disegno
di Herat e la miniatura di Istanbul si fondono in modo equilibrato.
Una volta, come faccio con tutti i miei maestri, ero andato a casa
sua senza avvertirlo prima. Al contrario del mio e di quello di molti
altri maestri, l'angolo dove lavorava era in grande disordine, c'erano
colori, pennelli, conchiglie per lucidare i fogli, il leggio era sottosopra
ed era tutto molto sporco. Per me sarebbe impensabile: ma
lui non se n'era neanche vergognato. E poi non faceva altri lavori
per guadagnare qualche ake in pi. Quando lo raccontai a Nero,
mi spieg che suo zio gli aveva detto che il pi curioso dei metodi
europei e il pi adattabile a questi era Oliva. Capivo che per la buonanima
di quell'idiota voleva essere un complimento. Capivo anche
che era un giudizio sbagliato. Sapere che era segretamente legato
pi di quanto non apparisse ai metodi di Herat trasmessi dal maestro
di suo padre Siyavus, e dal maestro di SiyavuS, Muzaffer, all'epoca
di Behzat, e agli antichi maestri, mi ha sempre fatto pensare
che in Oliva ci fossero altri lati oscuri. Tra i miei miniaturisti il pi
silenzioso, il pi sensibile, il pi colpevole, il pi cattivo, il pi infido
 lui (ma questo lo dissi tra me e me). Quando si parla delle torture
del Comandante delle guardie imperiali, per primo mi viene in
mente lui. (Vorrei che venisse torturato e vorrei che non venisse torturato).
Ha occhi svegli, vede tutto, si accorge di tutto, anche dei
miei difetti, ma apre la bocca di rado e ci mostra i nostri difetti con
la prudenza di un vagabondo che si adatta ad ogni situazione.  infido,
ma secondo me non  lui l'assassino. (Anche questo, non lo dissi
a Nero). Non crede in nulla. Non crede neanche nei soldi, ma ne
mette pavidamente da parte. Invece, al contrario di quanto sostengono
gli uomini pii, ma non i miscredenti, gli assassini escono allo
scoperto. La miniatura  una sfida alla pittura, e la pittura, a sua volta,
una sfida nei confronti di Allah - Allah non voglia - lo sanno
tutti. In questo senso Oliva, in quanto miscredente,  un vero pittore.
Ma adesso penso che abbia meno talento di Farfalla, anzi di
Cicogna. Avrei voluto che Oliva fosse mio figlio. Lo dissi per far
ingelosire Nero. Nero spalanc i suoi occhi neri e mi guard con
l'interesse di un bambino. Allora gli dissi che Oliva era meraviglioso a
disegnare con il pennino, a tracciare guerrieri, cacciatori, panorami
con cicogne e gru come quelli cinesi, bei fanciulli seduti sotto un albero
che leggono poesie e suonano il liuto; a rappresentare la tristezza
degli innamorati leggendari, la collera dello sci armato di spada,
la paura sul volto dell'eroe che schiva l'assalto del drago.
Forse lo Zio avrebbe fatto fare a lui l'ultimo disegno dove il
volto del Nostro Sultano, e il suo modo di stare seduto sarebbero
stati disegnati con tutti i dettagli, secondo i metodi europei,
disse Nero.
Mi voleva mettere alla prova?
Se  cos, perch allora, dopo aver ucciso Zio Effendi, Oliva
si sarebbe portato via un disegno che gi conosceva?, domandai.
E che bisogno aveva di uccidere Zio Effendi per vedere quel
disegno?
Ci pensammo su tutti e due per un attimo.
Perch in quel disegno mancava qualcosa, - disse Nero. - Oppure
si  pentito, o ha avuto paura di qualcosa. Oppure... Ci pens
un altro po'. Oppure potrebbe averlo portato via per fare un
danno ulteriore, per prendere un ricordo, anzi cos, senza una ragione,
dopo aver ucciso il mio povero zio. Oliva  un grande maestro,
sicuramente ha rispetto per un bel disegno.
Abbiamo gi detto che Oliva  un grande maestro, - dissi adirato.
- Ma neanche uno dei disegni di Zio Effendi  bello.
Non abbiamo ancora visto l'ultimo, disse Nero con aria
spavalda.

LE QUALIT DI FARFALLA.

 noto come Hasan Selebi di Baruthane, ma per me  Farfalla.
Questo nome mi ricorda sempre quanto fosse bello da bambino
e poi da ragazzo.  talmente bello che chi lo vede non ci crede
e si gira per guardarlo di nuovo. Il miracolo che continua a stupirmi
 che oltre a essere bello ha anche talento.  un maestro del
colore,  il suo lato pi forte; sembra che disegni con amore, quasi
volando, per il piacere di colorare. Dissi a Nero per, che  anche
frettoloso, senza meta, indeciso. Poi, preoccupato di essere
giusto, aggiunsi:  un vero miniaturista che disegna col cuore. Se
la miniatura non la si fa per la mente, per risvegliare la bestia che
 in noi, o per lusingare il sultano, ma solo perch  una gioia per
gli occhi, allora Farfalla  un vero miniaturista. Traccia righe larghe,
comode, felici, rotonde, come se fosse andato a lezione dai
maestri di Kazvin quarant'anni fa, stende colori lucenti, puri, coraggiosi
e nell'ordine segreto del suo disegno c' sempre qualcosa
di dolce e rotondo, ma sono stato io a crescerlo, e non i maestri di
Kazvin ormai scomparsi da tempo. Forse  per questo che lo amo
come un figlio, pi di un figlio, ma senza provare alcuna ammirazione
per lui. Nell'infanzia e nei primi anni della sua giovinezza
l'ho picchiato molto, con penne, righe, e anche con il bastone, come
facevo con tutti i miei apprendisti, ma non vuol dire che io gli
abbia mancato di rispetto. Ho picchiato tanto anche Cicogna con
la riga, ma lo rispetto. Le botte del maestro non spaventano gli spiriti
di talento e il demone che  nel giovane apprendista, ma li fanno
indietreggiare solo in modo passeggero. Se sono botte sacrosante,
allora i ginn e Satana si risvegliano facendo risvegliare il miniaturista
che sta crescendo nel lavoro. Le botte che ho dato a
Farfalla, invece, l'hanno reso un miniaturista felice ed ubbidiente.
Sentii di nuovo il bisogno di elogiarlo di fronte a Nero: La miniatura
di Farfalla, - dissi, -  una buona dimostrazione che il disegno
della felicit che il poeta chiede con la sua poesia  possibile solo
con la padronanza del colore, un dono di Allah. Quando lo capii,
mi resi anche conto di cosa mancava a Farfalla: in lui non c' quel
momento di sfiducia che nella sua poesia Giami descrive come la
notte buia dell'anima. -Come un miniaturista che disegna felice in
Paradiso, comincia a lavorare fiducioso e contento, credendo di fare
un disegno felice ed ottenendo davvero un disegno felice. L'assedio
della fortezza di Doppio da parte dei nostri eserciti, l'ambasciatore
ungherese che bacia il piede al Nostro Sultano, il Profeta che ascende
al settimo cielo con il suo cavallo. Questi sono certamente eventi
felici di per s, ma in mano a Farfalla si trasformano in una vera festa
che esce sbattendo le ali dalla pagina. Se in un disegno che sto facendo
fare si sente troppo il buio della morte o la seriet della riunione
del Consiglio, dico a Farfalla coloralo come vuoi e cos gli
abiti, le foglie, le bandiere, i mari che paiono silenziosi come se qualcuno
li avesse cosparsi con la stessa terra con la quale si ricoprono i
morti, ondeggiano subito al vento. A volte penso che Allah voglia
che il mondo sia visto come lo disegna Farfalla e che abbia ordinato
che la vita sia tutta una festa. Questo  un mondo dove i colori, in
armonia, si recitano a vicenda poesie meravigliose, dove il tempo si
ferma, dove Satana non ha assolutamente un posto.
Ma anche Farfalla sa che gli manca qualcosa. Qualcuno gli ha
suggerito - s, giustamente - che nei suoi disegni tutto  bello come
nei giorni di festa, ma manca di profondit. I suoi disegni piacciono
ai principi bambini e alle donne dell'harem rimbambite e
quasi moribonde, non agli uomini costretti ad affrontare il male.
Povero Farfalla, conosce bene queste voci, a volte  geloso di miniaturisti
molto meno abili di lui e privi di talento, solo perch loro
hanno un demone, uno spirito. Ma ci che lui chiama demone
o spirito, spesso  soltanto cattiveria e gelosia.
Mi fa arrabbiare perch non si lascia andare e non  felice in
quel mondo meraviglioso che disegna,  felice solo se immagina
che la sua miniatura piacer agli altri. E poi mi fa arrabbiare anche
perch pensa ai soldi che guadagner. Ironia della sorte: ci sono
miniaturisti molto meno abili di lui che quando disegnano riescono
a dedicarsi molto pi di lui all'arte.
Il bisogno di colmare queste lacune ha indotto Farfalla a dimostrare
di essersi sacrificato per la miniatura. Come quei miniaturisti
dal cervello di gallina che fanno disegni praticamente invisibili
a occhio nudo su un'unghia o su un chicco di riso, ha la passione
per i lavori piccoli e fini. Una volta gli ho chiesto se quest'ambizione,
che acceca precocemente molti miniaturisti, fosse nata in lui
perch si vergognava del talento che Allah aveva abbondantemente
profuso in lui. Solo i miniaturisti incapaci si fanno prendere dalla
passione per cose come tracciare una ad una le foglie di un albero
su un chicco di riso, per guadagnarsi una facile fama e ingraziarsi
i loro ottusi signori.
Il fatto di non fare miniature e disegni per i propri occhi, ma
per gli occhi degli altri, questo bisogno di piacere agli altri che non
 riuscito a vincere, ha reso Farfalla schiavo delle lusinghe pi di
chiunque altro. Per questo motivo, il pavido Farfalla, per sentirsi
sicuro, vorrebbe anche diventare capo miniaturista. Era stato Nero
ad affrontare l'argomento:
S, - confermai, - so che vorrebbe prendere il mio posto quando
sar morto.
E per questa ragione potrebbe uccidere i suoi fratelli
miniaturisti?
S, potrebbe. Perch  un grande maestro, ma non sa di esserlo,
e quando disegna non riesce a dimenticare il mondo.
Appena pronunciate queste parole, capii che in realt anch'io
volevo che il mio successore fosse Farfalla. Non riesco a fidarmi
di Oliva, e credo che anche Cicogna, alla fine, senza rendersene
conto, diverr uno strumento dei metodi europei. La determinazione
a farsi amare che c' in Farfalla - mi dispiace aver pensato
che potesse uccidere -  necessaria per gestire un laboratorio di
miniatura e il sultano.
Solo la sensibilit e la fede nei colori di Farfalla potr resistere
all'abilit degli europei nel disegnare cardinali, ponti, barche,
candelabri, chiese e stalle, buoi e ruote con ogni dettaglio, ombre
comprese, come se per Allah avessero tutti uguale importanza,
all'abilit di farli vedere come se non fossero disegni, ma la realt,
e ingannare chi li guarda.
Siete andato anche a casa di Farfalla senza avvertirlo, come
avete fatto con gli altri miniaturisti?
Guardando i disegni di Farfalla si intuisce che egli sa amare
e rattristarsi col cuore e capisce subito il valore dell'amore. Ma come
tutti gli amanti dei colori, si lascia prendere dal vento dell'entusiasmo
ed  volubile. Dato che ho sempre amato molto il miracoloso
talento che Allah gli ha concesso e la sua sensibilit per i
colori, durante la sua giovinezza l'ho seguito da vicino, so tutto di
lui. Certo che cos, gli altri miniaturisti diventano subito gelosi e
il rapporto maestro-discepolo si guasta, diventa difficile. Farfalla
ha avuto molti momenti d'amore senza temere assolutamente quello
che avrebbero detto gli altri. Ultimamente, da quando si  sposato
con la bella figlia del droghiere del quartiere, non ho avuto
n voglia n occasione di andare a trovarlo.
Si dice che stia legando con i sostenitori del Maestro di Erzurum, -
disse Nero. - Dicono che se verranno proibiti i nostri
surname, dove si vede la parata di tutti, dal cuoco al giocoliere,
dai dervisci ai danzatori, dai venditori di sis, kebap ai ladri, o i nostri
sefername(1) che mostrano le guerre, le armi, le situazioni cruente,
perch non conformi alla religione, se quei bigotti del Maestro
di Erzurum creano confusione e si ritorna ai libri e alle forme dei
vecchi maestri persiani, a guadagnarci sarebbe Farfalla.
Anche se ritorniamo ai meravigliosi e raffinati disegni dei tempi
di Tamerlano, anche se ritorniamo ai dettagli della vita e del
mestiere che, dopo di me, il mio intelligente Cicogna continuerebbe
nel modo migliore, tutto alla fine sar dimenticato, - dissi
con estrema amarezza. - Perch tutti vorranno disegnare come gli
europei.
Credevo a queste parole cos dure?
Anche mio zio la pensava cos, - disse piano Nero. - Ma lui
era ottimista.

LE QUALIT DI CICOGNA.

Ho visto che si firma Mustaf Selebi Pittore e Peccatore. Perch
lui firma con il sorriso e con un'espressione vittoriosa senza
pensare se ha uno stile o meno, se bisogna evidenziarlo con la firma
o meno, se bisogna nascondere la firma come facevano gli antichi
maestri, se la modestia richieda o meno una firma.
 andato avanti coraggiosamente sulla strada che gli ho tracciato
io, ha visto cose che nessuno aveva visto prima di lui e le ha
sistemate sul foglio. Come me, ha sempre osservato i maestri vetrai
che soffiavano il materiale fuso nei forni, che lo giravano per
farne caraffe azzurre e bottiglie verdi, le pelli, gli aghi, le forme
dei calzolai attenti e chini sulle scarpe e sugli stivali che stavano
cucendo, l'arco tracciato da un'altalena o da una giostra in una festa
di piazza, la pressione che spreme l'olio dal seme schiacciato,
il fragore dei nostri cannoni contro i nemici, le canne, le viti dei
fucili, e non ha detto che gli antichi maestri dei tempi di Tamerlano,
i leggendari maestri di Tabriz e di Kazvin non si erano abbassati
a disegnare queste cose: lui le ha disegnate.  stato il primo
miniaturista musulmano ad andare in guerra e a tornarne sano
e salvo per prepararsi per il sefername che avrebbe disegnato, a
guardare con interesse le fortezze nemiche, i cannoni, gli eserciti,
i cavalli feriti che sanguinavano, i moribondi e i cadaveri per poi
disegnarli.
Lo riconosco in primo luogo dallo stile, dagli argomenti che sceglie,
e ancor prima dalla sua capacit di cogliere dettagli a cui nessuno
fa caso. Posso tranquillamente affidargli un disegno completo,
dalla progettazione alla composizione, fino al colore del minimo
particolare. Perci, in realt,  lui che meriterebbe di diventare
capo miniaturista dopo di me. Ma  talmente ambizioso, talmente
presuntuoso e sprezzante nei confronti degli altri miniaturisti che
non pu gestire tutti questi uomini, li farebbe fuggire. In realt, a
sentirlo, con la sua incredibile diligenza, potrebbe essere lui a fare
tutti i disegni del nostro laboratorio. Volendo ci riuscirebbe anche.
 un grande maestro. Conosce il suo lavoro. Si ama. Beato lui.
Una volta sono andato a casa sua senza avvertirlo e l'ho visto
lavorare. C'erano le pagine che disegnava per i libri del Nostro Sultano,
per me, le pagine di libri sugli abiti che faceva frettolosamente
per i miseri libri di stupidi viaggiatori europei pronti a disprezzarci,
una delle tre pagine che preparava per un presuntuoso pasci,
disegni per album di calligrafia, e cose che faceva per se stesso...
Tutto - compreso uno spudorato accoppiamento - in giro, sui leggi,
sui tavolini, sui grandi cuscini, e il mio Cicogna, alto e snello,
che lavorava come un'ape e correva da un disegno all'altro, cantava,
dava un pizzicotto sulle guance all'apprendista intento a mescolare
i colori, aggiungeva qualcosa di spiritoso al disegno e poi
con sonore risate lo ammirava e me lo mostrava. Al contrario degli
altri miei miniaturisti, non aveva smesso di lavorare per mettersi a
fare salamelecchi al mio arrivo, anzi, era ben felice di mostrarmi la
sua efficienza (riesce a svolgere il lavoro di sette od otto miniaturisti),
la sua abilit, dono di Allah, e il talento acquisito lavorando.
E adesso mi sorprende trovarmi a sperare in segreto che, se  uno
dei miei tre maestri, il vile assassino sia Cicogna. Quando era apprendista,
quando il venerd mattina lo vedevo davanti alla mia porta,
non mi rallegravo come quando vedevo Farfalla.
Il suo stile somiglia a quello dei maestri europei perch mostra lo
stesso rispetto per ogni tipo di dettaglio, senza una logica (a parte il
fatto che si vedono). Ma al contrario dei pittori europei, il mio ambizioso
Cicogna non vede e non disegna i volti uno a uno, particolari
e diversi tra loro. Dato che disprezza apertamente chiunque, non
d importanza al volto delle persone. Non credo che la buonanima
di Zio Effendi abbia fatto fare a lui il ritratto del Nostro Sultano.
Anche quando disegna un argomento serio, non riesce a trattenersi
dal mettere in un angolo un cane sospettoso distaccato dall'evento,
oppure dal tracciare un misero mendicante che con la sua
povert umilia la ricchezza e il fasto della cerimonia. Ha talmente
tanta fiducia in se stesso da prendere in giro il disegno che ha
fatto, il suo argomento e se stesso.
L'assassinio di Raffinato Effendi nel pozzo somiglia alla storia
di Giuseppe che venne gettato nel pozzo dai fratelli invidiosi, - disse
Nero. - E quello di mio zio somiglia all'assassinio di Cosroe da
parte del figlio che aveva adocchiato la sua giovane moglie Sirin.
Dicono tutti che Cicogna adori disegnare guerre e morti sanguinose.
Pensare che il miniaturista somigli ai suoi disegni, vuol dire non
capire assolutamente n me n i miei maestri. Quello che ci rivela
non sono gli argomenti che ci vengono commissionati - sono
sempre gli stessi - ma  la sensibilit che trasmettiamo al disegno
quando ci avviciniamo ad esso. La luce che sembra filtrare dal disegno,
la timidezza o la rabbia che si potrebbe intuire dalla composizione
dei personaggi, dei cavalli, degli alberi nella pagina, la
voglia e la tristezza che emana il cipresso mentre si allunga verso
il cielo, il senso di paziente rassegnazione che trasmettiamo alla
pagina mentre disegniamo piastrelle decorate con una passione che
acceca... Questi sono i nostri segni segreti: e non i cavalli che sembrano
ripetersi. Quando disegna la furia e la velocit di un cavallo,
il pittore non disegna la propria furia e la propria velocit;
cercando di disegnare il pi straordinario dei cavalli, esprime solo l'amore
che sente per la ricchezza del mondo e per Colui che l'ha
creata, i colori di una sorta di amore per la vita, null'altro.

Note.

1. Libro di viaggio, di avventura.
...
Capitolo quarantaduesimo. Il mio nome  Nero.

Con il grande Maestro Osman avevamo passato un intero pomeriggio
davanti alle pagine dei libri - alcune da scrivere, alcune gi
finite, alcune da colorare, alcune rimaste per qualche ragione a met
- a parlare dei maestri miniaturisti, delle pagine del libro di mio zio
e a compilare schede con cui li valutavamo. Pensavamo quasi che
l'andirivieni degli uomini del Comandante delle guardie imperiali
fosse terminato, non ci mancavano di rispetto ma erano arroganti,
ci portavano le pagine (alcune non avevano nulla a che fare con i nostri
due libri, e altre erano l'ennesima dimostrazione che anche i calligrafi
facevano lavoretti di nascosto fuori dal Palazzo per un paio
di ake) raccolte durante le incursioni nelle case dei miniaturisti e
dei calligrafi; a un certo punto, uno di loro, il pi sicuro di s, si
avvicin al grande maestro e tir fuori dalla cintura un foglio.
Per un attimo pensai che fosse una lettera di raccomandazione
inviata da un padre a molti capo laboratorio per proporre il figlio
come apprendista e non me ne curai. Dalla luce fioca capii che il
sole del mattino era ormai scomparso. Per riposare gli occhi facevo
il movimento che gli antichi maestri di Shiraz consigliavano
spesso al miniaturista che non vuole diventare cieco in giovane et,
cercavo di guardare lontano senza fissare un punto preciso con gli
occhi. Fu in quel momento che, con entusiasmo, riconobbi il dolce
colore ed il modo di piegare la carta che mi fece sobbalzare il cuore
nel foglio che il mio maestro teneva in mano e guardava stupito.
Era assolutamente identico alle lettere che Sekre mi mandava
tramite Esther. Che coincidenza, stavo per dire come uno
stupido, per di pi, come nella prima lettera di Sekre, anche in
questa c'era un disegno su carta grezza!
Maestro Osman si tenne il foglio con il disegno e mi porse la
lettera. In quel momento capii con vergogna che era proprio di
Sekre.

Nero, mio signore. Ho mandato Esther da Kalbiye, la vedova
della buonanima di Raffinato Effendi, perch cercasse di sapere
qualcosa. Le ha mostrato questo foglio miniato che ti mando.
Poi sono andata anch'io da lei e ho fatto di tutto per persuaderla,
l'ho supplicata e sono riuscita a farmi dare questo foglio pensando
che potesse servirti. Il foglio era sul cadavere del povero Raffinato
Effendi nel pozzo. Kalbiye dice che nessuno aveva mai commissionato
cavalli alla buonanima di suo marito, lo giura. Allora
chi ha fatto questo disegno? Gli uomini del Comandante delle
guardie hanno perquisito la casa. Ti mando il foglio pensando che
questo cavallo possa essere importante. I bambini ti baciano la mano.
Tua moglie Sekre.

Lessi ancora due volte le ultime tre parole della bellissima lettera,
con rispetto, come se contemplassi attentamente tre meravigliose
rose rosse in un giardino. Poi, avvicinai anch'io gli occhi al
foglio che Maestro Osman guardava attentamente con la lente.
Vidi subito che le forme disegnate a inchiostro erano cavalli tracciati
con un unico movimento per esercitare la mano secondo il metodo
degli antichi maestri.
Maestro Osman lesse la lettera di Sekre in silenzio, poi diede
voce alla sua domanda: Chi ha fatto questo disegno?
Il miniaturista che ha disegnato il cavallo di Zio Effendi, 
chiaro, si rispose da solo.
Ne era cos certo? E poi non eravamo affatto sicuri di sapere
chi avesse disegnato il cavallo del libro. Tirammo fuori il disegno
del cavallo insieme a nove altri e cominciammo a esaminarlo
attentamente.
Era un bel sauro, era semplice, non ci si stancava di guardarlo.
Ma quando dicevo che non ci si stancava di guardarlo dicevo la verit?
Avevo avuto tempo a sufficienza per contemplare questo cavallo
anche quando ero con mio zio o da solo a guardare questi disegni,
ma non mi ci ero soffermato. Era un bel cavallo, ma ordinario.
Era talmente ordinario che non eravamo riusciti a capire chi
ne fosse l'autore. Non era un sauro color dattero, ma, come si suol
dire, color castagna, e nel manto c'era anche una punta di rosso.
Era un cavallo che avevo gi visto tante volte in altri libri e disegni
e si capiva che il miniaturista lo aveva disegnato a memoria
senza assolutamente fermarsi a riflettere.
L'avevamo guardato con questa attenzione finch non scoprimmo
che nascondeva un segreto. Adesso, comunque, vedevo nel cavallo
una bellezza che tremava come vapore e una forza che creava
l'entusiasmo di viverci dentro, di imparare e di abbracciare tutto.
Stavo quasi per chiedere: Chi  il miniaturista dalle magiche mani
che ha disegnato questo cavallo come lo vede Allah?, come se, per
un attimo, avessi dimenticato che era un vile assassino. Il cavallo,
come se fosse un vero cavallo, era davanti a me, ma parte della mia
mente sapeva che era un disegno e mi incantavo tra questi due pensieri
che mi suscitavano un senso di integrit, di perfezione.
Per un po' confrontammo i cavalli disegnati a inchiostro per abituare
la mano con il cavallo del libro di mio zio e capimmo subito
che erano usciti dalla stessa mano. La posizione dei cavalli non faceva
pensare al movimento, ma al riposo. Erano orgogliosi, forti e
raffinati. Provai ammirazione per il cavallo del libro di mio zio.
Questo cavallo  talmente bello che ti viene voglia di prendere
un foglio, fare un cavallo come questo e poi disegnare tutto
il resto, dissi.
Il complimento pi bello che si possa fare a un miniaturista 
dirgli che i suoi disegni suscitano in noi l'entusiasmo di disegnare,
- disse Maestro Osman. - Ma adesso non ci dobbiamo preoccupare
del talento di questo demonio, ma cercare di identificarlo.
La buonanima di Zio Effendi non ti ha mai detto a quale storia
appartenesse questo cavallo?
No, non me l'ha detto. Secondo lui questo era uno dei cavalli
che viveva nelle terre che possiede il Nostro Sultano Effendi.
Un bel cavallo. Un cavallo ottomano. Una cosa che mostra al Doge
di Venezia i paesi e le ricchezze del Nostro Sultano. Ma d'altra
parte, come succede in tutti i disegni dei maestri europei, questo
doveva essere pi vivace di un cavallo visto da Allah, un cavallo
vissuto a Istanbul, con stalla e stalliere definiti, in modo che il Doge
di Venezia dicesse: l'Ottomano ha cominciato a somigliare a
noi, visto che i suoi miniaturisti hanno cominciato a vedere ed a disegnare
come noi, e avrebbe accettato la nostra forza e la nostra
amicizia. Perch quando uno comincia a disegnare i cavalli in un'altra
maniera, comincia anche a vedere il mondo in un'altra maniera.
Malgrado sia strano, questo cavallo  disegnato con i metodi
degli antichi maestri.
Parlarne cos tanto l'aveva reso ai miei occhi pi attraente e valoroso.
Aveva la bocca leggermente aperta e gli si vedeva la lingua
tra i denti. Aveva occhi lucenti, zampe forti e raffinate. Ci che rende
leggendario un disegno  il disegno stesso o ci che di esso si dice?
Maestro Osman passava la lente d'ingrandimento sul cavallo.
Cosa vuole significare questo cavallo? - domandai con sincerit.
- Perch esiste questo cavallo? Perch questo cavallo? Cos'
questo cavallo? Perch questo cavallo mi entusiasma?
Sultani, sci, pasci amanti dei libri trovano belli i disegni proprio
come i libri che ordinano perch sono un segno della loro forza
e della loro potenza e, grazie all'abbondanza di dorature e di lavori
di miniatura fatti con il sacrificio degli occhi, sono prova della
loro ricchezza, - disse Maestro Osman. - La bellezza del disegno,
proprio come l'oro usato nel disegno,  importante come prova
della rarit e del valore del talento del miniaturista. Altri invece,
guardando il disegno, sfogliano il libro, trovano bello il cavallo per
l'argomento che rappresenta, perch somiglia ad un cavallo, perch
 il cavallo di Allah, o perch  veramente un cavallo di fantasia e
spiegano questo senso di realt con il talento. Per noi invece, la
bellezza nel disegno comincia con la molteplicit dei significati e
la raffinatezza. Scoprire che in questo cavallo, oltre al cavallo, c'
anche la mano dell'assassino, il segno del demonio, ha ovviamente
aumentato i significati del disegno. Poi si pu trovare bello non
il disegno, ma il cavallo disegnato. Non guardare il disegno del cavallo
come un disegno, ma come un cavallo.
Se lo guardate come se guardaste un cavallo, cosa vedreste in
questo disegno?
Guardando la sua mole posso dire che non  un puledro,
posso dire che  un buon cavallo da corsa perch ha il collo lungo e ricurvo,
che  adatto a lunghi viaggi perch ha la schiena piatta. Le
sue zampe sottili possono voler dire che  agile ed abile come un cavallo
arabo, ma non  arabo perch ha il corpo lungo e grosso. La
finezza delle sue zampe dimostra, come dice Fadlan il saggio di
Bukhara nel suo libro sugli animali quando parla delle caratteristiche
canoniche dei cavalli, che pu saltare facilmente un fiume
che si trova davanti senza trasalire ed averne paura. Quel libro sugli
animali, cos ben tradotto da Fuyuzi il nostro veterinario di corte,
dice delle cose cos belle sui cavalli, io le conosco a memoria, e
posso affermare che il nostro sauro possiede tutte le caratteristiche
giuste. Il migliore dei cavalli ha un bel muso, occhi da gazzella
e orecchie come foglie di canna, distanti l'una dall'altra. Un buon
cavallo ha denti piccoli, fronte bombata, sopracciglia asciutte, 
alto, ha la criniera lunga, vita corta, naso e spalle piccoli, schiena
piatta, cosce piene, petto imponente, attaccatura della coda larga
e cosce abbondanti.  orgoglioso e raffinato, e quando cammina,
sembra salutare chi gli  accanto.
 proprio il nostro sauro, dissi guardando ammirato il disegno
del cavallo.
Abbiamo capito com' il nostro cavallo, - disse Maestro
Osman con lo stesso sorriso timido. - Ma purtroppo non ci aiuta
assolutamente a capire chi  il maestro che l'ha disegnato. Perch
so che nessun miniaturista intelligente disegnerebbe un cavallo
guardando un vero cavallo. I miei maestri lo disegnano a memoria,
in un colpo solo. Prova ne  che la maggior parte di loro inizia
a disegnare i contorni del cavallo dall'estremit dello zoccolo.
Non si comincia dalla zampa perch il cavallo la posa a terra?,
dissi come se chiedessi scusa.
Come dice Cemalettin di Kazvin nel suo testo sulla miniatura
dei cavalli, possiamo finire il disegno di un cavallo che abbiamo
iniziato a tracciare dalla zampa, solo se conosciamo a memoria tutto
il cavallo. Si sa che il disegno di un cavallo viene fatto pensandoci
e ricordandolo e, cosa ancor pi buffa, guardando un cavallo
vero si comincia dalla testa, poi si passa al collo, e dal collo al corpo.
Dicono che ci siano alcuni pittori europei che disegnano una
normale bestia da soma vista per strada provando e riprovando indecisi
diverse volte e che poi la vendano ai sarti o ai macellai. Un
simile disegno di cavallo non ha assolutamente nulla a che fare con
il significato dell'universo, con la bellezza creata da Allah. Ma sono
sicuro che anche loro sanno che la vera miniatura non si fa con
l'aiuto di quello che vede l'occhio in quel momento, ma con l'abitudine
della mano e con ci che la mano ricorda. Il pittore  sempre
solo davanti al foglio. Perci ha bisogno di ricordare. Adesso
non possiamo far altro che trovare la firma segreta nascosta nel nostro
cavallo disegnato a memoria da una mano abile e veloce,
avvalendoci del metodo della dama. Guarda attentamente anche tu.
Passava pian piano la lente che aveva in mano sul meraviglioso
cavallo come se cercasse un tesoro su una vecchia mappa finemente
ricamata su pelle.
S, - dissi come uno studente preso dall'agitazione di aver fatto
una scoperta brillante che voglia farsi notare dal suo insegnante.
- Possiamo confrontare i colori e i ricami della coperta della
sella con quelli delle coperte delle selle degli altri disegni.
I miei maestri non toccano mai con il loro pennello questi ricami.
I ricami dei vestiti, dei tappeti e delle tende li disegnano gli
apprendisti. Quelli forse li ha disegnati la buonanima di Raffinato
Effendi, lasciali perdere.
Le orecchie? - chiesi tutto agitato. - Le orecchie dei cavalli.
No. Queste sono le orecchie a foglie di canna che gi conosciamo,
non escono assolutamente dai canoni dei tempi di
Tamerlano.
La treccia nella criniera, il fatto che i crini siano pettinati uno
a uno, stavo per dire, ma questo gioco maestro-apprendista non
mi piaceva e rimasi zitto. Visto che sono un apprendista, devo conoscere
i miei limiti.
Guarda qua, - disse Maestro Osman con l'aria lamentosa e
insieme attentissima di un medico che mostri a un collega il bubbone
della peste. - Lo vedi?
Adesso aveva posto la lente sulla testa del cavallo e lo faceva
avvicinare pian piano a noi allontanandola dalla superficie del disegno.
Per vedere meglio cosa stava ingrandendo la lente, mi misi
accanto al maestro.
Il naso del cavallo era strano. Le narici.
Hai visto?, disse Maestro Osman.
Per essere certo di quel che vedevo, dovevo appoggiare l'occhio
sulla lente. Nello stesso momento, anche Maestro Osman fece
la stessa cosa, ci trovammo guancia a guancia di fronte alla lente
che si era allontanata dal disegno. Sentire la durezza della barba
ispida, la fredda guancia del maestro sulla mia guancia, per un
attimo mi spavent.
Rimanemmo in silenzio. Come se dentro quel disegno lontano
un palmo dai miei occhi stanchi stesse accadendo qualcosa di meraviglioso
e noi ne fossimo i rispettosi e stupiti testimoni. Cosa
c' nel naso?, riuscii a bisbigliare dopo un bel po'.
Ha disegnato il naso in modo strano, rispose Maestro Osman
senza staccare gli occhi dal disegno.
Ha sbagliato? C' un difetto?
Stavamo ancora guardando questo strano e straordinario disegno
di naso.
 questo che tutti, compresi i grandi maestri cinesi, considerano
stile, imitando gli europei?, domand Maestro Osman con
tono beffardo.
Mi offesi un po', credendo che stesse prendendo in giro la buonanima
di mio zio. Mio zio buonanima diceva che se il difetto
non deriva dalla mancanza di abilit o talento, ma dalle profondit
dell'anima del miniaturista, allora  stile.
Ma, oltre a questo naso che poteva essere dipeso dalla mano o
dal cavallo o da qualsiasi altra cosa, non c'erano altre tracce per
identificare il vigliacco che aveva ucciso mio zio. Perch a parte le
narici di questi cavalli fatti a inchiostro sul foglio trovato addosso
al povero Raffinato Effendi, avevamo difficolt a distinguere
anche i nasi.
Passammo molto tempo a trovare i disegni di cavalli che i cari miniaturisti
di Maestro Osman avevano fatto negli ultimi anni per diversi
libri e a cercare il difetto della narice. Dato che il surname che
stavano finendo raccontava delle parate che sfilano davanti alle comunit,
alle corporazioni di arti e mestieri e al Nostro Sultano, tra i
duecentocinquanta disegni c'erano pochissimi cavalli. Vennero mandati
degli uomini nell'edificio del laboratorio dove si trovavano alcuni
libri di esempi, album di modelli e libri appena terminati, e poi
negli appartamenti delle donne e nell'harem - ovviamente con il permesso
del Nostro Sultano - perch portassero tutti i libri che non
fossero chiusi a chiave nella Tesoreria privata del Palazzo.
In un disegno di due pagine che rappresentava il funerale di Solimano
il Magnifico, morto durante l'assedio di Szigetvar, trovato
tra le pagine di un libro che celebrava le vittorie e proveniente
dall'appartamento di un giovane principe, prima guardammo il cavallo
sauro con la macchia bianca sulla fronte e quello grigio dagli occhi
di gazzella che tiravano il carro funebre ed i tristi cavalli con selle
ricamate d'oro e meravigliose coperte da sella messe in occasione
del funerale di Solimano il Magnifico. Li avevano disegnati Farfalla,
Oliva e Cicogna. Tutti i cavalli, quelli che tiravano il carro
funebre del loro signore con quelle ruote enormi, come quelli che
salutavano guardando con occhi annebbiati il cadavere del loro signore
sotto una spessa coperta rossa, erano nella stessa raffinata
posizione - una gamba delicatamente avanti, l'altra ferma l accanto
- presa dagli antichi maestri di Herat. Avevano tutti il collo lungo
e ricurvo, le code legate, la criniera tagliata e pettinata, ma nessuno
aveva il naso con il difetto che cercavamo. Il difetto non c'era
neanche nei nasi di centinaia di cavalli che portavano comandanti,
sapienti, maestri, che avevano preso parte al funerale e salutavano
la buonanima del Sultano Solimano dalle colline dei dintorni.
Anche noi fummo contagiati dalla mestizia di questo triste funerale.
Ci rattristava vedere rovinato questo meraviglioso libro per
cui tanto avevano lavorato Maestro Osman e i suoi maestri, le donne
dell'harem che amoreggiavano con i principi l'avevano rigato e
scritto qua e l sulle pagine. Una brutta scritta diceva: Mio signore,
vi amo e vi attendo con la pazienza di quest'albero, sotto
l'albero dove il Nostro Sultano andava a caccia accanto al nonno.
Ecco, esaminammo volumi leggendari che non avevo mai visto ma
che sapevo perfettamente come erano stati fatti, con questa sensazione
di sconfitta e tristezza.
Nel secondo volume dell'Hunername a cui avevano lavorato
tutti e tre i maestri vedemmo centinaia di cavalli azzurrognoli,
sauri, grigi, di ogni colore, che portavano cavalieri con scudi e
spade dietro ai cannoni che rimbombavano e ai fanti che avanzavano
e superavano le colline rosa con armature, armi e vettovaglie;
erano chiassosi ma ordinati, e nessuno aveva il naso difettoso.
Cos' il difetto!, disse poi Maestro Osman, mentre, nello
stesso libro, guardava una pagina su cui erano disegnati la Porta
Imperiale ed il Cortile dei Giannizzeri in cui ci trovavamo in quel
momento. Anche nel disegno che mostrava un piccolo ospedale
e, a destra, la Sala delle Udienze, gli alberi del cortile che sarebbero
potuti entrare in una cornice, grandi quanto la nostra mente
riteneva, sui nasi dei cavalli di tanti colori, montati da portieri,
messaggeri, scrivani del Divan, non c'era il segno che cercavamo.
Contemplammo il padre del nonno del Nostro Sultano,
Yavuz Selim, che piantava le tende accanto al torrente Kskn
durante la guerra contro il sovrano di Dulkadir, e che cacciava,
mentre i levrieri neri dalla coda scarlatta, le agili gazzelle ed i pavidi
conigli scappavano, lasciando in un lago di sangue scarlatto
la tigre coperta di macchie che parevano fiori. Il segno che cercavamo
non era sul naso del cavallo sauro con la macchia bianca
sul muso montato dal Nostro Sultano, n su quelli dei cavalli montati
dai falconieri che attendevano con gli uccelli pronti sul braccio
dietro le colline rosse l di fronte.
Fino al calar della sera, vedemmo centinaia di cavalli usciti dalle
penne dei miniaturisti di Maestro Osman, Oliva, Farfalla e Cicogna
negli ultimi quattro o cinque anni. I sauri pomellati di nero
e di giallo dalle orecchie sottili di Mehmet Giray Khan di Crimea;
i cavalli rosa e grigi di cui si vedeva solo il collo mentre apparivano
dietro una collina durante una guerra; i cavalli di Haydar Pasci
che riconquist all'infedele spagnolo la fortezza di Halkl Vad
in Tunisia; i cavalli sauri e quelli color pistacchio dello spagnolo,
uno dei quali, fuggendo, cadde sul muso; il cavallo nero che fece
dire a Maestro Osman, questo mi  sfuggito, ma chi l'avr fatto
cos frettolosamente; il cavallo scarlatto che apre le orecchie ed
ascolta con rispetto il liuto suonato da un paggio sotto l'albero;
Sebdiz, il cavallo di Sirin, timido e delicato come lei, che la aspetta
mentre lei si bagna nel lago alla luce della luna; i cavalli vivaci
che montano i giocatori di jirit; il veloce cavallo e il suo bello stalliere
che chiss perch fecero dire a Maestro Osman, in giovent
ho amato molto e mi sono stancato molto; il cavallo color del sole
che Allah invi al profeta Elia per proteggerlo dall'assalto degli
idolatri, dove per sbaglio le sue ali erano attaccate al profeta Elia;
il nobile cavallo grigio, con un enorme corpo e una testa minuscola,
di Solimano il Magnifico che contempla con occhi tristi il figlio,
un principe giovane ed amabile, insieme al quale va a caccia
dopo averlo chiamato vicino a s dopo la morte precoce di altri tre
figli; cavalli arrabbiati; cavalli che corrono; cavalli stanchi; cavalli
belli; cavalli che nessuno guarda; cavalli che mai usciranno da
queste pagine; cavalli che saltano rompendo la cornice come se volessero
sfuggire alla noia di queste pagine.
Sul naso di nessuno di loro c'era la firma che cercavamo.
Ma, ad ogni modo, nonostante la sensazione di stanchezza e di
tristezza che ci aveva preso, l'entusiasmo non ci abbandon. Un
paio di volte dimenticammo il cavallo e ci facemmo prendere dalla
bellezza del disegno e dei colori, quasi ne fossimo caduti schiavi.
Maestro Osman guardava i disegni che aveva preparato,
controllato e fatto disegnare in gran parte, pi che con ammirazione
con l'entusiasmo di ricordare. Questo  di Kasim di KasimpaSa!,
disse una volta, indicando l'erba violacea sotto la tenda di guerra
scarlatta del nonno del Nostro Sultano, Solimano. Non  mai stato
un maestro, ma per quarant'anni ha fatto quest'erba a cinque
foglie ed un unico fiore per riempire i vuoti dei disegni e due anni
fa  morto. Dato che disegnava meglio di chiunque altro questa
piccolissima erba, la facevo disegnare sempre a lui. Rimase un po'
in silenzio, poi, Che peccato, che peccato!, mormor il maestro.
Sentii con tutta la mia anima che con queste parole finiva qualcosa,
si concludeva un'epoca.
Fuori stava per fare buio, ma all'improvviso la stanza si inond
di luce, e qualcosa si mosse; il cuore cominci a battermi forte e capii
subito. Il dominatore del mondo, il Nostro Eccellente Sultano,
era entrato all'improvviso. Mi gettai ai suoi piedi. Gli baciai le falde
dell'abito. Mi girava la testa. Non riuscivo a guardarlo negli occhi.
Ma lui aveva gi cominciato a parlare con Maestro Osman. Il
fatto che parlasse con la persona con cui ero assieme poco fa, fianco
a fianco, a guardare i disegni, mi riemp di un caldo orgoglio.
Non riuscivo a crederci, ma il Nostro Eccellente Sultano adesso
era seduto dove poco fa sedevo io e ascoltava attentamente,
proprio come me, quel che il mio maestro raccontava. Accanto a lui,
il Tesoriere, il Capo dei falconieri imperiali e altri due o tre personaggi
che non sapevo distinguere controllavano i disegni sulle
pagine aperte. A un certo punto mi feci coraggio e lo guardai a lungo
in viso, anche se di lato, osservai gli occhi del Sovrano Dominatore
del Mondo. Come era bello! Come era perfetto! Il cuore
non mi batteva pi dall'agitazione! Proprio in quel momento, i nostri
sguardi s'incrociarono.
Quanto volevo bene alla buonanima di tuo zio..., disse. S,
diceva proprio a me. Per agitazione persi parte delle sue parole.
Mi  dispiaciuto molto. Ma  una consolazione vedere che
questi disegni che ha fatto preparare sono delle meraviglie. Quando
le vedr, l'infedele veneziano si stupir, avr paura della mia
intelligenza. Scoprite chi  questo miniaturista crudele dal naso di
quel cavallo. Altrimenti sar necessario torturare tutti i maestri.
Mio sultano, Eccellente Protettore dell'Universo, - disse Maestro
Osman. - Se facciamo disegnare velocemente ai miei maestri
un cavallo su un foglio bianco senza che pensino a una storia, forse
potremo capire chi ha commesso questo errore.
Certo, se questo  un errore e non un vero naso, comment
intelligentemente il Nostro Sultano.
Mio sultano, - disse Maestro Osman. - Per questo, se stanotte
si annunciasse che avete indetto una gara, se si bussasse alla
porta dei miei maestri e si chiedesse loro di disegnare velocemente
un cavallo sul foglio vuoto per questa gara...
Il Nostro Sultano guard il Comandante delle guardie imperiali
con l'aria di dire: Hai sentito? Sapete qual  la storia di
gara che pi mi piace, del Poeta Nizami?
Alcuni risposero: Lo sappiamo; altri: Quale?, e altri ancora
non dissero nulla, come me.
Non mi piace la storia dei poeti che gareggiano, non mi piace
neanche la storia degli specchi dei pittori cinesi e bizantini che
gareggiano, - disse il mio sultano. - Mi piace la storia dei medici
che gareggiano fino alla morte.
Disse, e se ne and all'improvviso, lasciandoci l, per arrivare
in tempo alla preghiera serale.
Quando poi uscii nella penombra dalle porte del Palazzo mentre
si cantava la preghiera serale, andando di corsa verso il mio
quartiere e sognando felicemente Sekre, i bambini, la nostra casa,
spaventato ricordai questa storia della gara dei medici.
Uno dei medici che gareggiavano davanti al sultano - quello che
viene spesso disegnato vestito di rosa - aveva preparato una medicina
verde con un veleno tanto forte da uccidere un elefante e la
diede all'altro medico, quello con il caftano blu. Lui inghiott con
appetito prima la medicina col veleno e subito dopo una medicina
blu con l'antidoto che aveva preparato e non gli accadde nulla,
come si cap dal suo sorriso dolce. Muovendosi lentamente e gustandosi
il suo turno, colse una rosa rosa dal giardino e avvicinandola
alle labbra vi bisbigli dentro una poesia misteriosa che nessuno
ud. Poi, con gesti molto sicuri, porse la rosa al medico vestito di
rosa perch la annusasse. Il medico vestito di rosa si preoccup talmente
tanto della forza della poesia bisbigliata dentro la rosa che
appena avvicin il naso per annusare la rosa che, oltre al suo profumo,
non aveva alcuna particolarit, croll per la paura e mor.
...
Capitolo quarantatreesimo. Mi chiamano Oliva.

Era prima della preghiera serale, bussarono alla porta, aprii. Era
un uomo del Comandante delle guardie imperiali che veniva da Palazzo,
un tipo pulito, sorridente, un bel ragazzo. Aveva in mano
una candela che invece di illuminargli il viso, glielo riempiva di ombre,
e poi un foglio e una lavagna. Mi spieg subito: il Nostro Sultano
aveva indetto una gara tra i maestri miniaturisti per il pi bel
disegno di cavallo da tracciare in un colpo. Mi era stato ordinato
di inginocchiarmi a terra, di sistemare il foglio sull'asse da disegno
e l'asse sulle ginocchia e di eseguire velocemente, nel luogo indicato,
entro la cornice, il pi bel disegno di cavallo del mondo.
Feci accomodare il mio ospite. Andai di corsa a prendere l'inchiostro
e il mio pennello pi sottile, fatto con pelo d'orecchio di
gatto. Mi sedetti a terra e per un attimo mi fermai a riflettere! In
questa faccenda potrebbe esserci un intrigo, un gioco che potrei
dover pagare col sangue, con la vita? Forse! Ma le leggende sugli
antichi maestri di Herat non sono forse state tracciate con questa
linea sottile che separa morte e bellezza?
Fui preso dalla voglia di disegnare, ma temevo di disegnare in
tutto e per tutto come gli antichi maestri e mi trattenni.
Guardando il foglio bianco, attesi un attimo che la mia anima
si liberasse dalle preoccupazioni. Dovevo raccogliere le forze e la
concentrazione e pensare solo al cavallo che avrei tracciato.
Tutti i disegni di cavallo che avevo fatto e visto finora, mi stavano
gi passando davanti agli occhi. Ma tra loro ce n'era uno ancora
pi perfetto degli altri. Sarei stato io a disegnare questo cavallo
che ancora nessuno era riuscito a disegnare. Lo immaginai nel
buio, il resto si cancell, come se per un momento avessi dimenticato
perfino me stesso, io che abitavo qui, io che avrei disegnato.
La mia mano aveva spontaneamente infilato la penna nell'inchiostro,
aveva scelto la consistenza giusta. Dai mano, rendi reale questo
cavallo che ho davanti agli occhi! Era come se io e il cavallo,
insieme, stessimo per prendere il nostro posto in questo mondo.
All'improvviso, con un'intuizione, cercai questo posto sul foglio
bianco. Ci sistemai il cavallo della mia immaginazione e... S,
la mia mano, senza che ci dovessi riflettere, si gett spontaneamente
avanti sicura e decisa e cominci - guarda che bello - a disegnarlo
dalla punta della zampa, poi, tracciando una curva, pass
subito alla sua sottilissima caviglia per poi salire. Quando poi,
con la stessa decisione, fece la curva del ginocchio e arriv veloce
sotto il petto, mi rallegrai! Ecco, gira qui, sali vittoriosa. Come 
venuto bene il petto! Poi, assottigliandosi, divenne il collo, proprio
come il cavallo che avevo davanti agli occhi. Senza alzare la
penna, dalle guance scesi alla bocca, ci pensai un po' e la lasciai
aperta, ci entrai dentro, dai cavallo apri la bocca, gli tirai fuori una
bella lingua. Girai lentamente - non esitare - e adesso il naso. Mentre
salivo su dritto guardai per un attimo tutto, e quando vidi che
avevo tracciato la linea proprio come avevo immaginato dimenticai
di disegnare e fu come se a disegnare non fossi io ma la mia mano.
Ecco le orecchie e quella meravigliosa inclinazione del bel collo.
Mentre disegnava velocemente la sella a memoria, la mia mano
si ferm a prendere l'inchiostro dal calamaio. Ora disegnavo la
groppa, le natiche forti e diritte, ero molto felice, completamente
preso dal mio disegno. Per un attimo credetti di essere vicino al
cavallo che disegnavo, iniziai allegramente la coda, questo  il cavallo
di un guerriero, un cavallo da corsa, gli feci un nodo alla coda
e salii su con piacere. Mentre tracciavo il coccige, il deretano,
mi sembr di sentire un brivido fresco nel mio didietro, nell'ano
e grazie a quel piacere superai velocemente la bella morbidezza della
groppa per passare con amore alla zampa posteriore sinistra protesa
indietro e agli zoccoli. Ero ammirato dalla mia mano che aveva
dato una posizione raffinata alla zampa anteriore sinistra,
proprio come avevo in mente.
Sollevai la mano e disegnai velocemente l'occhio focoso ma triste
e, dopo un attimo di indecisione, la narice e la coperta da sella;
pettinai la criniera come se ne accarezzassi i crini uno a uno,
attaccai la staffa, gli misi una macchia bianca sulla fronte e disegnai
volentieri i testicoli e un pene di dimensioni misurate ma giuste
affinch tutto fosse a posto.
Quando faccio un meraviglioso disegno di cavallo, io divento
quella meraviglia.
...
Capitolo quarantaquattresimo. Mi chiamano Farfalla.

Credo che fosse l'ora della preghiera serale. C'era qualcuno alla
porta. Mi spieg: il mio sultano aveva indetto una gara. Con grande
piacere, mio sultano, chi pu disegnare un cavallo meglio di me!
Ma sapere che bisognava disegnarlo senza usare i colori, per un
attimo mi trattenne. Perch senza colori? Perch io so usarli meglio
degli altri? Chi sceglier il disegno migliore? Cercai di strappare
qualche informazione di bocca al bel ragazzino dalle spalle larghe e
dalle labbra rosa che veniva da Palazzo, e intuii che dietro questa
faccenda c'era Maestro Osman. Senza dubbio Maestro Osman conosce
il mio talento e ama me pi di tutti gli altri maestri.
Cos, mentre guardavo il foglio vuoto davanti ai miei occhi, cominci
ad animarsi un cavallo che potesse piacere a entrambi, con
la sua postura, il suo sguardo, la sua aria. Doveva essere un cavallo
vivace ma serio, uno di quelli che faceva Maestro Osman dieci
anni fa, con le zampe anteriori sollevate, come i cavalli che piacciono
al Nostro Sultano, in modo che tutti e due fossero d'accordo
sulla bellezza del cavallo. Quante monete d'oro avrebbero dato
in premio? Come avrebbe eseguito questo disegno il pittore
Mir? Come l'avrebbe fatto Behzat?
All'improvviso mi venne in mente una cosa, cos velocemente
che prima di capire che cosa fosse, quella birichina della mia mano,
cominciando dalla zampa sinistra anteriore sollevata, aveva gi
afferrato la penna e iniziato a disegnare il meraviglioso cavallo che
nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Dopo aver immediatamente
unito la zampa al corpo, con rapido piacere tratteggi due
archi, se li aveste visti, avreste detto che, con il mio talento, non
ero un pittore ma un calligrafo. Guardavo ammirato la mia mano
che si muoveva da sola come se fosse la mano di qualcun altro.
Questi archi meravigliosi divennero il ventre paffuto, il petto solido
e il collo di cigno del meraviglioso cavallo, e il disegno era quasi
fatto. Come sono bravo! Poi vidi che la mia mano era passata
dalla bocca aperta, aveva girato per il naso e aveva disegnato la
fronte intelligente e le orecchie. Disegnai un altro arco, guarda
mamma com' bello, come se scrivessi una lettera, che bello, stavo
per mettermi a ridere. Dalla curva perfetta del collo del mio
meraviglioso cavallo impennato scesi fino alla sella. La mia mano
disegnava la sella; guardai con orgoglio il corpo, paffuto e rotondo
come il mio, del cavallo che ormai si vedeva bene. Tutti ammireranno
questo cavallo. Immaginai le dolci parole che mi avrebbe
detto il Nostro Sultano una volta vinto il premio: mi avrebbe
dato una borsa piena di monete d'oro, e mi veniva da ridere immaginando
di contarle una ad una, a casa. Intanto la mia mano fin
la sella che guardavo con la coda dell'occhio e la mia penna entr
e usc dal calamaio; poi, disegnai la groppa ridendo, come se stessi
facendo uno scherzo. Gli feci velocemente la coda. Gli disegnai
un dolce sedere rotondo, lo amavo e avrei voluto afferrarlo con le
mani come se fosse il dolce culetto di un ragazzino che mi sarei
fatto in quel momento. Mentre sorridevo, la mia mano intelligente
fin le zampe posteriori e la penna si ferm. Divenne il pi bel
cavallo impennato del mondo. Mi riempii di gioia; ero felice e pensavo
che il mio cavallo gli sarebbe piaciuto molto, mi avrebbero
dichiarato il miniaturista di maggior talento, anzi, capo miniaturista
gi da adesso, ma ad un certo punto intuii che questi stupidi
avrebbero aggiunto: come l'ha disegnato in fretta, sembrava che
giocasse! Mi preoccupai, pensando che anche solo per questo motivo
avrebbero potuto non prendere sul serio il mio meraviglioso
disegno. Cos ricamai con fine minuziosit la criniera, le narici, i
denti, i crini della coda, la coperta da sella del cavallo in modo che
vedessero che avevo lavorato seriamente. In questa posizione,
lateralmente, da dietro si sarebbero potuti vedere i testicoli del cavallo,
ma non li disegnai perch le donne avrebbero potuto distrarsi.
Guardai il mio cavallo con orgoglio. Era impennato, vivace,
forte come la tempesta! Era come se il vento avesse soffiato le
sue linee rotonde come le lettere di un album di calligrafia, ma nello
stesso tempo, era anche calmo. Avrebbero elogiato il meraviglioso
miniaturista che aveva fatto questo disegno come elogiano
Behzat, il pittore Mir, e io sarei diventato uno di loro.
Quando faccio un meraviglioso disegno di cavallo, divento un
altro miniaturista che disegna un meraviglioso disegno di cavallo.
...
Capitolo quarantacinquesimo. Mi chiamano Cicogna.

Era dopo la preghiera serale, stavo per andare al caff, quando
mi dissero che c'era qualcuno alla porta. Speriamo che sia qualcosa
di buono, dissi. Andai, c'era un tipo che veniva dal Palazzo,
mi spieg. Va bene. Il cavallo pi bello del mondo. Voi ditemi
quante ake pagate per ogni cavallo, e io ve ne disegno subito cinque
o sei di cavalli pi belli del mondo.
Ma mantenni un comportamento prudente e non risposi cos, feci
accomodare il ragazzo che aspettava fuori. Pensai: non  possibile
che io disegni il cavallo pi bello del mondo. Posso disegnare cavalli
da guerra, grandi cavalli mongoli, nobili cavalli arabi, eroici cavalli
insanguinati che si contorcono dal dolore, una sfortunata bestia
da soma che traina il carro pieno di pietre verso un edificio in costruzione,
ma chi lo definirebbe il cavallo pi bello del mondo?
Capii che, di certo, dicendo il cavallo pi bello del mondo, il Nostro
Sultano intendeva il pi meraviglioso dei cavalli disegnati migliaia di
volte in Persia con tutte le sue regole, forme e posizioni. Ma perch?
Certamente non perch guadagnassi una borsa di monete d'oro.
Si sa che, se mi dicessero di disegnare un cavallo normale, nessuno
potrebbe competere con i miei cavalli. Chi ha convinto il Nostro
Sultano? Il Nostro Sovrano, malgrado i pettegolezzi degli invidiosi,
sa bene che sono io il miniaturista pi abile ed ama i miei disegni.
All'improvviso la mia mano si mosse con rabbia come se volesse
liberarsi di tutti questi ragionamenti e, iniziando dalla punta
della zampa, in un colpo solo, disegn un cavallo come si deve.
Li vedete per strada, in guerra. Stanco ma composto... Poi, con la
stessa rabbia, disegnai il cavallo di un cavaliere,  venuto pi bello.
Nessun miniaturista del laboratorio del sultano pu disegnare
cose cos belle. Stavo per disegnarne a memoria un altro, quando
il ragazzo che veniva da Palazzo mi interruppe: Ne basta uno.
Stava per prendere il foglio e andarsene via, ma lo fermai. Sapevo
bene che questi vigliacchi non avrebbero fatto vincere una
borsa di monete d'oro a questi cavalli.
Se disegno come disegno io non mi permetterebbero mai di ricevere
una borsa di monete d'oro! E se non la prendo, il mio prestigio
verr danneggiato. Pensai. Frmati, dissi al ragazzo. Andai
di l e presi due lucenti monete d'oro veneziane false e le infilai
nella mano del ragazzo che veniva da Palazzo. Ebbe paura,
sbarr gli occhi. Sei un ragazzo bello e forte, gli dissi.
Tirai fuori uno dei manuali di stile che nascondevo a tutti. Vi
avevo copiato i disegni pi belli che avevo visto nel corso degli anni.
E poi se dai dieci monete d'oro a Cafer, il capo dei nani di corte,
quel vile ti copia i migliori disegni di alberi, draghi, uccelli, cacciatori
e guerrieri dalle pagine segrete chiuse a chiave nel Tesoro.
Il mio manuale  meraviglioso per chi, invece di vedere il mondo
in cui vive nel disegno e nella miniatura, voglia ricordare gli antichi
maestri e le antiche storie.
Mostrandolo apertamente al ragazzo che veniva da Palazzo,
sfogliai le pagine e scelsi il cavallo pi bello. Passai velocemente
l'ago che tenevo in mano e feci dei buchi sul foglio. Sistemai un
foglio pulito sotto la sagoma. Vi versai sopra abbondante polvere
di carbone, la feci assorbire e la scossi un po' per farla passare di
sotto. Alzai la forma. La polvere di carbone era passata sul foglio
di sotto, a puntini, c'era tutta la forma del bel cavallo, mi fece piacere
vederlo.
Afferrai la penna. Con un'ispirazione che in quel momento mi
veniva da dentro, unii i punti con movimenti molto veloci e decisi,
in modo bello e raffinato, e mentre disegnavo il ventre, il bel
collo, il naso, la groppa di questo cavallo, lo sentii con amore dentro
di me. Ecco, - dissi. - Il cavallo pi bello del mondo. Nessuno
di quegli altri stupidi pu disegnarlo.
Diedi altre tre monete d'oro false al ragazzo che veniva da Palazzo
perch ci credesse anche lui e non andasse a raccontare al
Nostro Sultano con quale ispirazione l'avevo disegnato. Gli feci
capire che se avessi vinto una borsa di monete d'oro gli avrei dato
di pi. E poi, lui fantastic di vedere di nuovo mia moglie, l'aveva
contemplata a bocca aperta. Molti credono di essere dei bravi
miniaturisti se fanno un bel disegno di cavallo. Ma per poter essere
il miniaturista migliore non basta disegnare il cavallo pi bello,
devi anche convincere il Nostro Sultano e gli stupidi intorno a lui
che sei tu il migliore miniaturista.
Quando disegno un cavallo meraviglioso io posso solo essere
me stesso.
...
Capitolo quarantaseiesimo. Di me diranno che sono un assassino.

Siete riusciti a capire chi sono da come ho disegnato il cavallo?
Appena ho sentito che mi volevano far disegnare un cavallo,
ho capito che non era una gara ma che volevano individuarmi dal
cavallo disegnato. Sapevo che i miei schizzi di cavallo erano rimasti
sul cadavere del povero Raffinato Effendi. Ma io non ho un difetto,
uno stile che permetta di identificarmi dai cavalli che disegno.
Ne ero sicuro, ma mentre disegnavo il cavallo mi agitai comunque.
Quando ho fatto il cavallo per Zio Effendi ho disegnato
qualcosa che potrebbe smascherarmi? Adesso dovevo disegnare
un cavallo diverso. Questa volta avevo pensato cose completamente
diverse, mi ero trattenuto, e non ero stato me stesso.
Ma chi sono io? Sono uno che nasconde le meraviglie dentro
di s per adeguarsi allo stile del laboratorio del sultano? O uno che
un giorno disegner vittoriosamente il cavallo che ha dentro?
Per un attimo ebbi paura di sentire dentro di me l'esistenza di
questo miniaturista. Era come se un'altra anima dentro di me mi
contemplasse, me ne vergognai.
Dato che avevo capito subito che non riuscivo a stare a casa,
uscii e camminai a passo veloce per le strade. Nella sua epopea, Maestro
Osman Bab aveva scritto che per abbandonare il demonio
che ha dentro, il vero derviscio deve camminare per tutta la vita
senza mai fermarsi a lungo da nessuna parte, e dopo aver viaggiato
di citt in citt per sessantasette anni, stanco di sfuggire a Satana,
gli si deve consegnare. Questa  l'et in cui i maestri miniaturisti
abbracciano la cecit, il buio di Allah e, anche se del tutto
involontariamente, arrivano a possedere uno stile e, nello stesso
tempo, a liberarsi da ogni traccia di stile.
Passeggiai per il quartiere di Beyazit, al mercato dei polli, nella
piazza deserta del mercato degli schiavi, in mezzo ai piacevoli profumi
delle botteghe che vendevano zuppe e dolci come se fossi in
cerca di qualcosa. Passai davanti ai barbieri con le porte chiuse, agli
stiratori, a un anziano fornaio che mi guard meravigliato mentre
contava i soldi, a una drogheria che odorava di sottaceti e pesce salato
ed entrai in un negozio di spezie dove stavano pesando qualcosa
solo perch rimasi attratto dai colori e, come se osservassi la gente
con passione, alla luce di un lume guardai ammirato i sacchi di
caff, zenzero e cannella, le scatole di resina di tutti i colori, i mucchi
di anice, di cumino bianco e nero, e di zafferano di cui avevo
sentito il profumo gi dal bancone. A volte vorrei mettere tutto in
bocca, altre volte disegnare qualsiasi cosa su un foglio bianco.
Andai nel posto dove nelle ultime due settimane mi ero riempito
la pancia due volte e che chiamo mensa degli infelici - in verit
dovrei chiamarla mensa dei miseri. Per chi lo conosce le sue
porte sono aperte fino a mezzanotte. Dentro c'erano qualche infelice,
un paio di poveracci che parevano galeotti, ladruncoli di
polli miseri e disperati i cui occhi, come quelli degli oppiomani,
avevano lasciato questo mondo per altri paradisi; due mendicanti
disadattati anche rispetto alla loro categoria, e un gentiluomo che
sedeva in un angolo lontano da questa folla. Salutai educatamente
il cuoco di Aleppo. Mi riempii il piatto di involtini di cavolo con
carne, li condii con yogurt e tanto peperoncino piccante ed andai a
sedermi accanto al gentiluomo.
Ogni sera mi cala addosso una tristezza, una malinconia.
Fratelli, fratelli, ci stiamo avvelenando, diventiamo marci, moriamo,
ci sfiniamo vivendo, ci immergiamo fino al collo nella miseria...
Certe notti lo sogno che esce fuori dal pozzo e comincia ad inseguirmi,
ma l'abbiamo sepolto bene, con abbondante terra, non pu
uscire dalla tomba.
Il fatto che il gentiluomo con il naso dentro la zuppa che immaginavo
dimentico del mondo intero avesse iniziato a chiacchierare
con me  un segno inviatomi da Allah? S, mi dissi, la carne
era ben tritata, gli involtini di cavolo davvero squisiti. Gli feci delle
domande. Mi disse che dopo vent'anni di impiego in una scuola
coranica era appena diventato lo scrivano di Arifi Pasci. Non gli
chiesi perch a quest'ora della notte non se ne stesse nella signorile
dimora del suo pasci, in moschea, oppure a casa tra le braccia
di sua moglie, ma in questo ristorante per briganti scapoli. Lui mi
chiese da dove venissi, chi fossi. Ci pensai un attimo e gli dissi:
Il mio nome  Behzat. Vengo da Herat, da Tabriz. Ho fatto
i disegni pi straordinari, le meraviglie pi incredibili. In ogni laboratorio
di miniatura musulmano della Persia o dell'Arabia dove
si disegna, da secoli dicono: quando lo guardi credi che sia vero,
come il disegno di Behzat.
Ma la vera questione non  questa. Il mio disegno non elabora
ci che vede l'occhio ma ci che vede la mente. Il disegno invece,
come sapete,  una gioia per l'occhio. Mettete insieme questi due
concetti e viene fuori il mio mondo. Cio:
Alif: Il disegno  rappresentare ci che vede la mente per la
gioia dell'occhio.
Lam: Ci che vede l'occhio entra nel disegno quel tanto che
serve alla mente.
Mim: Di conseguenza, la bellezza  ci che l'occhio riscopre nel
mondo e che la mente conosce gi.
Quel gentiluomo reduce da vent'anni di scuola coranica aveva
capito la logica estratta dalle profondit della mia anima seguendo
un'improvvisa ispirazione? No. Perch neanche dopo avere passato
tre anni seduto accanto a un maestro di Corano dei quartieri
poveri che dava lezioni per venti ake al giorno - oggi con questo
denaro si comprano venti pani - non sapeva ancora chi  Behzat.
Era evidente che perfino questo venerabile maestro con vent'anni
di scuola coranica alle spalle non conosceva Behzat. Va bene,
mi spiego. Dissi:
Io ho disegnato di tutto, proprio di tutto. Il Nostro Profeta
seduto in moschea assieme ai suoi quattro califfi, davanti al mihrab
verde; in un altro libro ho disegnato l'Apostolo e Profeta di Allah,
Maometto sul suo cavallo Burak ascendere al settimo cielo in Paradiso
durante la notte di Mira; Alessandro Magno, sulla via della
Cina, che suona il tamburo del tempio sulla riva per spaventare
il mostro che agita il mare; il sultano che amava masturbarsi e
che, ascoltando il liuto, spiava le belle dell'harem nuotare nude
nella sua piscina; la sconfitta, avvenuta di fronte al sultano, di un
giovane lottatore che, credendo di conoscerne tutti i trucchi,
sosteneva che avrebbe battuto il proprio maestro, e il maestro che
lo batte con un ultimo trucco che aveva tenuto per s senza insegnarglielo;
l'innamoramento di Leyla e Mejnun ancora bambini,
mentre leggevano inginocchiati il Corano in una scuola dai muri
finemente decorati; gli innamorati che non riescono a guardarsi
negli occhi, cominciando dai pi timidi fino ai pi spudorati; la costruzione
di palazzi con pietre, il castigo e la tortura dei colpevoli,
il volo delle aquile, gli allegri conigli, le tigri crudeli, i cipressi,
i platani e le gazze che metto sempre in cima a questi alberi, la
morte, i poeti che gareggiano, i banchetti di vittoria e coloro che,
come te, a tavola non vedono altro che una zuppa.
Il prudente scrivano ormai non aveva paura, anzi mi trovava
divertente e sorrideva.
Il tuo venerabile maestro te l'ha letto senz'altro e lo sai, - dissi.
- C' un racconto che amo molto nel Giardino di Sadi. Ti ricordi,
il re Dario durante una caccia si allontan dalla folla e cominci
a passeggiare per le colline. Poi, all'improvviso, incontr
un pericoloso sconosciuto. Il re sul cavallo si agit e prese subito
l'arco, ma quell'uomo barbuto lo supplic dicendo, mio re, fermatevi
e non scoccate la vostra freccia! Come, non mi avete riconosciuto?
Non vedete che sono il fedele stalliere a cui affidate centinaia
dei vostri cavalli e puledri? Mi avete visto tante volte! Io conosco
tutti e cento i vostri cavalli, il loro temperamento, i loro colori.
E perch non prestate attenzione a uno dei servi che comandate,
uno che avete spesso occasione di incontrare?
Quando disegno questa scena, disegno felice e tranquillo i cavalli
neri, sauri e bianchi che lo stalliere guarda con affetto su un
paradisiaco prato verde coperto di fiori di ogni colore, in modo
che anche il lettore pi stupido capirebbe la lezione da trarre dal
racconto del poeta Sadi: la bellezza e il segreto di questo mondo
possono emergere solo con l'attenzione, l'interesse e l'affetto che
gli si mostra con amore. Se volete vivere in quel Paradiso dove vivono
giumente e cavalli felici, aprite bene gli occhi su questo mondo,
fate attenzione ai suoi colori, ai suoi dettagli e ai suoi scherzi.
L'alunno dell'insegnante da venti ake, oltre a divertirsi, aveva
anche paura di me. Voleva gettare il suo cucchiaio e fuggire via,
ma non lo lasciai in pace.
In quel disegno, Behzat, il maestro dei maestri, ha disegnato
il re, lo stalliere, i cavalli talmente bene, - continuai. - Sono passati
cento anni e non si smette di imitare i suoi cavalli. Ormai ognuno
dei cavalli che ha disegnato come ha immaginato e come gli 
venuto dal cuore,  diventato un modello. Centinaia di miniaturisti
- me compreso - disegnano quei cavalli a memoria. Tu hai mai
visto il disegno di un cavallo?
Avevo visto il disegno di un cavallo con le ali in un libro magico
che un grande maestro, un importante sapiente, aveva dato
un giorno alla buonanima del mio maestro.
Avrei dovuto affogare l per l quell'idiota che, assieme al suo
maestro, aveva preso sul serio lo Strane creature, immergendogli la
testa nella ciotola della zuppa, o dovevo lasciare che mi raccontasse
con grandi elogi l'unico disegno di cavallo - chiss che brutta
copia era - che aveva visto nella vita? Trovai una terza soluzione,
gettai il mio cucchiaio e uscii dal locale. Camminai a lungo,
e quando entrai in un convento derviscio abbandonato mi tranquillizzai.
Spazzai e pulii l intorno e restai ad ascoltare il silenzio
senza fare nulla.
Tirai fuori lo specchio da dove l'avevo nascosto e lo appoggiai
sul leggio, sistemai sulle mie ginocchia l'asse da lavoro e il disegno
di due pagine e, guardandomi in faccia da dove ero seduto, iniziai
a fare il mio ritratto a carboncino. Lavorai a lungo, pazientemente.
Dopo un bel po', vedere di nuovo che il volto sul foglio non somigliava
al mio nello specchio mi riemp di una tale tristezza che
mi vennero le lacrime agli occhi. Come facevano i maestri veneziani
di cui Zio Effendi raccontava con grandi elogi? Per un attimo
mi misi nei loro panni e pensai che sentendomi come uno di
loro forse sarei riuscito a fare un ritratto che mi somigliasse.
Dopo un po' maledissi i pittori europei e lo Zio Effendi e,
cancellando quello che avevo fatto, cominciai a disegnare di nuovo
guardando lo specchio.
Infine, mi trovai prima per le strade e poi in questo misero
caff. Non mi ero neanche reso conto di come vi ero arrivato. Entrando,
mi vergognai talmente di mescolarmi a questi miseri miniaturisti
e calligrafi che mi sudava la fronte.
Intuivo che mi osservavano e dandosi delle gran gomitate mi
indicavano e ridacchiavano, va bene, lo vedevo. Mi sedetti in un
angolo cercando di avere un atteggiamento disinvolto. Cercavo di
vedere gli altri maestri, i cari fratelli con i quali un tempo, da apprendista
di Maestro Osman, lavoravo. Ero sicuro che stanotte
avevano fatto disegnare anche a loro un cavallo e che questi stupidi
avevano preso la gara sul serio, si erano fatti in quattro.
Il cantastorie non aveva ancora iniziato a raccontare. Non aveva
nemmeno appeso il suo cartellone. E questo mi spinse a cercare
qualche contatto con la folla del caff.
Va bene, vi dir la verit: scherzavo come tutti, raccontavo storielle
vergognose, baciavo gli amici con modi esagerati, facevo battute
a doppio senso, allusioni, giochi di parole, chiedevo ai giovani
assistenti come stavano, come tutti, offendevo con parole spietate
i nemici comuni, ed esaltandomi di pi finivo per fare scherzi
di mano e per baciare la gente sul collo. Mentre mi comportavo
cos, sapere che parte della mia anima rimaneva spietatamente in
silenzio, mi provoc un dolore insopportabile.
Ad ogni modo, oltre a riuscire, con giochi di parole, a paragonare
il mio pene e quello di coloro su cui spettegolavamo a penne,
canne, alle colonne del caff, a oggetti, bitte, magli, porri, minareti,
dolci a forma di dito, pini e, per due volte, all'intero universo,
trovai similitudini per i sederi dei bei ragazzi di cui parlavamo
con arance amare, fichi, dolcetti e cuscini e con un minuscolo formicaio.
Invece il calligrafo pi presuntuoso, un mio coetaneo, in
tutto questo tempo era riuscito a paragonare il suo strumento soltanto
a un albero di nave o al bastone di un facchino, facendo questi
confronti in modo molto goffo e senza la minima fiducia in se
stesso. Trattai brevemente e con molte allusioni le canne degli anziani
maestri ai quali non si rizza pi, le labbra color amarena dei
nuovi apprendisti, i maestri calligrafi che (come me) nascondono
il denaro (nell'angolo pi svergognato), dissi che nel vino che stavamo
bevendo invece di una foglia di rosa era stato messo dell'oppio,
e che gli ultimi maestri di Shiraz e Tabriz, ad Aleppo,
mescolavano caff e vino, parlando dei calligrafi e dei bei ragazzi di
questa citt.
A volte credevo che una delle due anime dentro di me dominasse
sull'altra e mi sembrava finalmente di dimenticare la mia
parte silenziosa e priva d'amore. Allora mi ricordavo delle feste e
delle cerimonie della mia infanzia, le avevo condivise con tutti come
con tutto me stesso. Ma, malgrado questi scherzi, baci e abbracci,
dentro di me c'era sempre un silenzio che mi lasciava addolorato
e completamente solo anche in mezzo alla folla.
Chi mi aveva messo dentro quest'anima silenziosa e spietata -
era un ginn, non un'anima - che mi biasimava continuamente, mi
separava dalla compagnia? Satana? Il silenzio dentro di me non
trovava pace con le insolenze di Satana, ma al contrario, con storie
pi innocenti che mi penetravano nell'anima.
Pensando che, grazie all'effetto del vino, mi infondessero quella
pace, raccontai due storie. Un apprendista calligrafo alto, pallido,
ma dall'incarnato roseo, mi ascoltava attento, fissandomi con
i suoi occhi verdi.

DUE STORIE SULLA CECIT E SULLO STILE CHE IL MINIATURISTA
RACCONTA A CONFORTO DELLA SOLITUDINE DELLA SUA ANIMA.

Alif.

Disegnare cavalli guardando i cavalli non  una scoperta dei
maestri europei ma il primo ad averne l'idea fu Cemalettin, il grande
maestro di Kazvin. Dopo che Uzun Hasan, khan del Montone
Bianco, ebbe conquistato Kazvin, l'anziano Maestro Cemalettin,
oltre a entrare nel laboratorio di miniatura del khan vittorioso, gli
disse che voleva andare in guerra con lui per illustrare le sue gesta
con rappresentazioni di guerra viste con i propri occhi. E cos, questo
grande maestro che per sessantadue anni aveva disegnato cavalli,
cavalieri e guerre senza averne mai visti, and in guerra per
la prima volta, ma senza poter neanche vedere un violento e fragoroso
scontro di cavalli madidi di sudore, perch divenne cieco a
causa di una palla di cannone giunta dalle schiere nemiche e perse
entrambe le mani fino al polso. Come i veri grandi maestri, l'anziano
maestro che gi aspettava la cecit come un dono di Allah,
non consider la perdita delle mani una grande mancanza. Disse
che la memoria di un miniaturista non  nelle mani, come sostenevano
alcuni con insistenza, ma nella sua intelligenza e nel suo
cuore, e che adesso, da cieco, in realt vedeva i disegni e i panorami
veri, i veri e perfetti cavalli che Allah diceva di vedere. Per
condividere queste meraviglie con gli amanti della miniatura, prese
un apprendista alto, pallido ma dall'incarnato roseo e dagli occhi
verdi e gli raccont come avrebbe disegnato - se avesse potuto
tenere in mano la penna - i meravigliosi cavalli che gli apparivano
davanti agli occhi nel buio di Allah e glieli fece fare.
Dopo la morte del maestro, il bell'apprendista raccolse in tre
volumi - La Miniatura dei cavalli, Il Flusso dei cavalli, L'Amore per
i cavalli - la storia di trecentotre cavalli, tutti disegnati a cominciare
dalla zampa sinistra anteriore e, per un certo tempo, questa
storia fu molto amata e ricercata nelle terre del Montone Bianco;
ne uscirono nuove copie manoscritte ed imitazioni, vennero studiati
a memoria da miniaturisti, apprendisti e studenti e furono usati
come manuale di esercizi, ma quando il regno del Montone Bianco
di Uzun Hasan venne eliminato e la miniatura di Herat domin
tutta la Persia, vennero dimenticati. Indubbiamente, in questo,
ebbe influenza la ragionevole logica sostenuta da Kemalettin Riza
nel suo libro I cavalli del cieco, in cui si criticano violentemente
questi tre volumi sostenendo che dovrebbero essere bruciati.
Nessun cavallo di cui parla Cemalettin di Kazvin nei suoi tre libri pu
essere il cavallo di Allah, perch essi non sono puri, perch l'anziano
maestro li ha descritti dopo averli visti, anche se una sola
volta e per pochissimo tempo, su un vero campo di battaglia.
Dato che il tesoro di Uzun Hasan del Montone Bianco venne saccheggiato
e portato a Istanbul dal Sultano Maometto il Conquistatore,
non c' da meravigliarsi che alcune di queste trecentotre
storie si vedano in altri libri e che alcuni cavalli vengano disegnati
secondo queste storie.

Lam.

A Herat e Shiraz, se negli ultimi anni di vita un maestro miniaturista
diventava cieco per il troppo lavoro, il fatto non solo era
visto come un segno della determinazione del maestro, ma, nello
stesso tempo, veniva elogiato come contropartita di Allah per il
suo duro lavoro e la sua abilit. Per questo motivo, per un certo
periodo, a Herat, i vecchi maestri che non diventavano ciechi venivano
guardati con sospetto, una situazione che ne spinse molti
a cercare la cecit in vecchiaia. Dopo un lungo periodo in cui i miniaturisti
che si accecavano da soli o si accecavano per non lavorare
per un altro sci o per non cambiare stile, venivano ricordati
con ammirazione, Ebu Said, un nipote di Tamerlano della stirpe
di Miran Sci, apr una nuova ra nel laboratorio di miniatura fondato
dopo la conquista di Taskent e Samarcanda, rispettando pi
chi faceva finta di essere cieco che il vero cieco. Fu l'anziano Maestro
Veli il Nero a ispirare Ebu Said, dicendo che era ovvio che un
maestro cieco al buio avrebbe visto i cavalli di Allah, mentre la vera
abilit era nel guardare il mondo come un cieco pur vedendo;
glielo dimostr a sessantasette anni, disegnando un cavallo, guardando
il foglio a occhi spalancati, ma senza vederlo e pensarci,
cos come veniva alla punta della sua penna. Alla fine di questa cerimonia
di miniatura in cui Miran Sci fece suonare il liuto ai musicisti
sordi e raccontare storie ai cantastorie muti perch fossero
di aiuto al leggendario maestro, il meraviglioso cavallo disegnato
da Veli il Nero venne paragonato ai cavalli disegnati dal grande
maestro, rispetto ai quali non c'era alcuna differenza. Dopo questa
vicenda, che rese inquieto Miran Sci, il leggendario maestro
disse che l'abile miniaturista, sia ad occhi aperti che ad occhi chiusi,
non pu che vedere i cavalli sempre in un unico modo, come li
vede Allah. Secondo lui, se si tratta di un maestro, non c' differenza
tra il cieco e il vedente. La mano disegna sempre lo stesso
cavallo, perch allora non era stato scoperto ci che gli europei
chiamano stile. I cavalli del grande Maestro Veli il Nero furono
imitati da tutti i miniaturisti musulmani per centodieci anni, e dopo
la sconfitta di Ebu Said e la dispersione del laboratorio, egli lasci
Samarcanda per Kazvin e due anni dopo venne accecato e ucciso
dai giovani soldati di Nizam Sci che pensavano che volesse
rifiutare con cattive intenzioni il versetto del Corano che dice E
non sono uguali il cieco e il veggente.

Avrei raccontato ancora una terza storia all'apprendista calligrafo
dai begli occhi su come il grande maestro si accec da solo,
e non volle mai lasciare Herat, perch non disegn pi dopo essere
stato condotto a forza a Tabriz; avrei raccontato che lo stile del
miniaturista  quello del laboratorio di miniatura a cui  legato, e
altre leggende che avevo ascoltato da Maestro Osman, ma la mia
mente era stata catturata dal cantastorie. Come facevo a sapere
che stasera avrebbe raccontato la storia di Satana?
Chi parla di s  il primo Satana!, - mi venne da dire. -  Satana
chi ha uno stile, anche chi separa l'Oriente e l'Occidente 
Satana.
Chiusi gli occhi e disegnai Satana come mi veniva da dentro,
sul foglio grezzo del cantastorie. E mentre disegnavo, il cantastorie
ed il suo apprendista, gli altri miniaturisti e i curiosi ridevano
tra loro e mi provocavano.
Secondo voi ho uno stile, oppure  il vino che ho bevuto?
...
Capitolo quarantasettesimo. Io, Satana.

Mi piacciono il profumo del peperoncino fritto nell'olio, la pioggia
che cade sul mare calmo all'alba, l'apparizione improvvisa di
una donna alla finestra aperta, il silenzio, mi piace pensare e mi
piace la pazienza. Credo in me stesso e spesso non bado a quel che
si dice sul mio conto. Ma stasera sono venuto in questo caff ad
avvertire i miei fratelli miniaturisti e calligrafi di alcuni pettegolezzi,
di bugie e voci che circolano.
Naturalmente, so che siete pronti a credere esattamente il contrario
di ci che dico, solo perch sono io a dirlo. Ma sarete anche
abbastanza intelligenti da intuire che non sempre il contrario di
ci che dico  vero e sarete abbastanza sensibili da provare interesse
senza credere a tutto ci che dico. Sapete che il mio nome,
che  ripetuto cinquantadue volte nel Corano,  uno di quelli citati
pi spesso.
Va bene, cominciamo dal libro di Allah, dal Santo Corano. Tutto
quel che vi si dice sul mio conto  vero. Vorrei che sapeste che
dicendolo dimostro modestia. Perch c' anche la questione dello
stile. Il fatto che il Corano mi disprezzi, mi ha sempre causato dolore,
e questo dolore  il mio stile di vita. Non lo discuto.
S, Allah cre l'uomo davanti agli occhi di noi angeli. Poi ci
chiese di prosternarci davanti a lui. S, come  scritto nella Sura
del Limbo, mentre tutti gli angeli si prosternavano, io mi opposi.
Ricordai loro che Adamo era stato creato dal fango, mentre io, come
sapete, ero stato creato da un elemento molto pi pregiato, il
fuoco. Non mi prosternai davanti all'uomo. E Allah mi reput
orgoglioso.
Scendi dal Paradiso, - mi ordin. - L non hai nessun diritto
di fare l'altezzoso.
Concedimi di vivere fino al Giorno del Giudizio, quando i
morti torneranno in vita, dissi.
Me lo concesse. E io gli dissi che in tutto questo tempo avrei
traviato la stirpe di Adamo, la causa della mia punizione perch
non mi ero prosternato davanti a lui. E lui disse che avrebbe mandato
all'Inferno tutti coloro che avrei traviato. Sapete che abbiamo
mantenuto entrambi le nostre rispettive promesse. Non ho
molto da aggiungere sull'argomento.
C' chi afferma che in quel momento io e l'Altissimo Allah
stringemmo un accordo. Stando a loro, io aiutavo Allah a mettere
alla prova le sue creature cercando di traviare le loro menti. I
buoni, decidendo per il bene, non si facevano traviare, i cattivi venivano
sopraffatti dai loro desideri, peccavano e finivano all'Inferno.
Dato che se tutti fossero andati in Paradiso non sarebbe stato
possibile spaventare nessuno, e nemmeno gestire gli affari terreni
e di Stato con la sola benevolenza, e nel mondo era necessaria
la cattiveria quanto la benevolenza, il peccato quanto la buona
azione, il mio operato era molto importante. Il fatto che io sia sempre
stato il cattivo, che non mi siano mai stati riconosciuti dei
meriti, bench l'ordine del mondo si realizzi grazie a me e con il
permesso di Allah (perch mi aveva concesso di vivere fino al Giorno
del Giudizio?),  stato sempre un mio cruccio segreto. Persone
come Hallaci Mansur, o Ahmet Ghazzali, fratello del famoso
Imam Ghazzali, che difesero questa logica per mio conto fino alla
fine, arrivarono al punto di dire e scrivere che in realt tutti i
peccati che facevo commettere, erano cose che voleva Allah, visto
che si realizzavano con il permesso e il desiderio di Allah, che il bene
ed il male non esistevano perch tutto proveniva da Allah, e che,
inoltre, io ero parte di Allah.
Alcuni di questi idioti, giustamente, vennero uccisi e bruciati
assieme ai loro libri. Perch il bene ed il male esistono di certo, e
tracciare un limite tra queste due cose  il lavoro di tutti, io non
sono - che Allah mi perdoni! - Allah e non ho messo io queste
sciocchezze nella testa di questi idioti, hanno fatto tutto da soli.
E da qui nasce la mia seconda obiezione. Non sono io la fonte
di tutte le cattiverie e di tutti i peccati nel mondo. Molti peccano
senza bisogno delle mie provocazioni, delle mie convinzioni, delle
ansie che creo, ma a causa delle loro ambizioni, della lussuria,
dell'indecisione, della vilt e, nella maggior parte dei casi, della
stupidit. Quanto sono assurdi gli sforzi che fanno i mistici per
purificarmi da ogni cattiveria,  contro il Corano pensare che tutto
il male dipenda da me. Non sono io a traviare il fruttivendolo
che inganna il suo cliente vendendogli una mela marcia, il bambino
che dice bugie, l'adulatore, il vecchio dalle fantasie svergognate,
il ragazzino che si masturba. E poi, in questi ultimi due casi,
l'Altissimo Allah non troverebbe neanche che la cattiveria sia tale
da dover pensare a me. Certo che mi sforzo molto perch vengano
commessi i peccati, ma alcuni maestri scrivono che sono sempre
io a traviare chi sbadiglia a bocca aperta, chi starnutisce o scoreggia.
Questo vuol dire che non mi hanno capito affatto.
Potreste dire, non ti capiscono e cos tu puoi traviarli pi facilmente.
 vero. Ma devo ricordarvi che anch'io ho un orgoglio,
e proprio a causa di quest'orgoglio il mio rapporto con l'Altissimo
Allah si  guastato. Perch mai i miei fratelli miniaturisti continuano
a disegnarmi come una creatura orribile dalla faccia coperta
di bubboni, deforme, con le corna e la coda, visto che posso travestirmi
facilmente e, soprattutto, visto che in decine di migliaia
di libri  scritto che appaio ai veri credenti come una bella donna
che risveglia la lussuria, me lo potete spiegare?
Cos siamo arrivati al nostro vero argomento: la miniatura. Una
folla che riempie le strade di Istanbul provocata da un predicatore
che non nominer perch non vi faccia del male, dice che cantare
la preghiera come fosse musica, riunirsi nei conventi dervisci
lodando Allah con preghiere accompagnate dalla musica perdendo
i sensi e bere caff sono cose contrarie alla parola di Allah.
Alcuni miniaturisti che temono questo predicatore e le sue torme,
dicono che disegnare con il metodo europeo  opera mia, l'ho sentito.
In centinaia di anni su di me hanno detto solo calunnie. Ma
nessuna  cos lontana dalla verit come questa.
Torniamo all'inizio. Tutti sono rimasti a quando ho fatto mangiare
il frutto proibito a Eva, ma dimentichiamo questo. No, l'inizio
non  neanche che Allah mi trov orgoglioso. All'origine di
tutto, c' il fatto che io, con una scelta molto corretta,

NON MI PROSTERNAI DAVANTI ALL'UOMO.

quando Egli ce lo mostr, a me e agli altri angeli, e ci chiese di
prosternarci davanti a lui e gli angeli si prosternarono. Dopo avermi
creato dal fuoco, aveva creato l'uomo da una materia meno pregiata,
dal fango.

PROSTERNATI DAVANTI ALL'UOMO!

Secondo voi era giusto che dicesse cos? Fratelli, rispondetemi
con una mano sulla coscienza! Va bene, lo so, avete paura ad esporvi
pensando che nulla rimarr tra di noi, Egli udr tutto e un giorno
ve ne chieder conto. Allora non vi chiedo perch vi abbia dato
la coscienza, dico che avete ragione ad aver paura e dimentico
questa mia domanda e il dettaglio fuoco-fango. Ma c' una cosa
che non dimenticher mai e ricorder sempre con orgoglio:

IO NON MI SONO PROSTERNATO DAVANTI ALL'UOMO.

Invece,  esattamente questo che fanno adesso i maestri europei.
Non si accontentano di disegnare e mostrare tutto cos come
, cominciando dal colore degli occhi, dalla consistenza della pelle,
dalle ineguagliabili pieghe delle labbra dei signori, dei sacerdoti,
dei ricchi commercianti e anche delle donne, fino alle belle ombre
tra i seni, alle rughe sulla fronte, agli anelli sulle dita, anche ai
peli schifosi che spuntano dalle orecchie, addirittura mettono le
persone al centro dei loro disegni come se fossero creature davanti
alle quali prosternarsi e appendono i loro disegni al muro come
idoli da adorare. L'uomo  una creatura cos importante da ritrarlo
con tutti i suoi dettagli, compresa l'ombra? Disegnando le case
di una strada che mano a mano si rimpiccioliscono come l'occhio,
a torto, le vede, non si mette al centro del mondo l'uomo, invece
di Allah? Queste sono cose che conosce meglio l'Onnipotente e
Altissimo Allah. Ma penso che sia chiara l'assurdit: affermare che
sono io a suggerire l'idea di questi disegni, io che ho rifiutato di
prosternarmi davanti all'uomo e ne ho avuto pena e solitudine, che
sono scaduto di fronte ad Allah, che ho subto tante ingiurie per
questo motivo. Al limite,  pi logico credere che i ragazzini si masturbino
per colpa mia, che sia io a far scoreggiare tutti, come scrivono
certi mullah, come dicono alcuni predicatori.
Vorrei aggiungere un'ultima cosa sull'argomento, ma le mie parole
non sono per coloro che hanno sempre la testa annebbiata dalla
smania di farsi notare, dalla lussuria, dall'attaccamento al denaro
e da passioni assurde! Mi capirebbe solo Allah con la sua intelligenza
illimitata: non gli hai forse insegnato tu a essere orgogliosi
facendo prosternare gli angeli davanti a loro? Adesso loro fanno
quello che hanno imparato dai tuoi angeli, si prosternano davanti
ai loro simili e si mettono al centro del mondo. Tutti, anche i tuoi
servi pi fedeli, vogliono disegnare con i metodi europei.  il risultato
dell'adorazione di se stessi, presto ti dimenticheranno, ne
sono assolutamente certo. E poi, quando ti avranno dimenticato,
daranno la colpa a me.
Come posso spiegarvi che non bado a tutto quello che si crede?
Certamente rimanendo in piedi sano e salvo malgrado le pietre
che mi tirano, le ingiurie, le maledizioni, le imprecazioni che
arrivano senza piet al mio indirizzo. Se i nemici irosi e superficiali
che bestemmiano contro di me ad ogni occasione si ricordassero
che  stato il Supremo Allah a concedermi di vivere fino al
Giorno del Giudizio, le cose sarebbero pi facili per tutti. Invece,
loro hanno ottenuto da Allah una vita di solo sessanta,
settant'anni. Se dicessi loro di prolungare questa vita bevendo caff,
so che alcuni non lo metterebbero pi in bocca, volendo fare proprio
il contrario di quello che vuole Satana, oppure si metterebbero
a testa in gi e si farebbero versare il caff nel didietro.
Non ridete. Non  importante il contenuto dei pensieri, ma la
forma. Non  importante ci che disegna il miniaturista, ma lo stile.
Eppure anche questo non deve assolutamente essere evidente.
Per ultima cosa avrei voluto raccontare una storia d'amore, ma 
tardi. Il bravo cantastorie che mi ha prestato la voce stanotte ha
promesso che non domani, ma dopodomani, mercoled, racconter
questa dolce storia d'amore appendendo al muro il disegno di una
donna.
...
Capitolo quarantottesimo. Io, Sekre.

Ho visto mio padre in sogno, mi diceva qualcosa che non riuscivo
a capire, era terribile, mi sono svegliata. Sevket e Orhan mi
abbracciavano forte uno da una parte ed uno dall'altra, il loro calore
mi aveva fatto sudare. Sevket mi aveva messo una mano sulla
pancia. Orhan aveva appoggiato la testa sudata sul mio seno.
Riuscii a uscire dal letto e dalla stanza senza svegliarli.
Passai per l'anticamera e aprii silenziosamente la porta di Nero.
Alla luce del candelabro che tenevo in mano non vidi lui, ma
il suo letto bianco in mezzo alla stanza buia e fredda come un cadavere
avvolto nel sudario. La luce del candelabro non arrivava fino
al letto.
Quando avvicinai di pi la mano, la luce arancione della candela
si riflesse sul viso stanco, sulla barba, sulle spalle nude di Nero.
Mi avvicinai di pi, dormiva appallottolato come un porcellino
di Sant'Antonio, nello stesso modo di Orhan, e aveva l'espressione
di una fanciulla addormentata.
Questo  mio marito, dissi tra me e me. Lo sentivo cos lontano
ed estraneo che fui colta da un senso di pentimento. Se avessi
avuto in mano un pugnale l'avrei ucciso. Non perch lo volessi
veramente, pensavo solo, come abbiamo fatto tutti quanti da piccoli,
a come sarebbe stato se l'avessi ucciso. Non credevo che avesse
vissuto per anni pensando a me, n all'innocente espressione infantile
che aveva sul viso.
Lo scossi con la punta del mio piede nudo e lo svegliai. Vedendomi,
pi che incantarsi o agitarsi, ebbe paura, anche se solo
per un attimo, proprio come speravo. Prima che fosse sveglio del
tutto iniziai a parlare:
Ho visto mio padre in sogno. Mi ha detto una cosa terribile,
mi ha detto che sei stato tu a ucciderlo...
Non eravamo forse insieme mentre tuo padre veniva ucciso?
Lo so anch'io, - dissi. - Ma tu sapevi che mio padre sarebbe
rimasto solo in casa.
Non lo sapevo. Sei stata tu a mandare i bambini con Hayriye.
Lo sapeva Hayriye, e forse Esther. Tu meglio di chiunque altro sai
chi altro lo sapeva.
A volte mi pare che una voce dentro di me stia per dirmi perch
tutto va male, il segreto di questa sfortuna. Apro la bocca per
far uscire quella voce, ma come nei sogni, dalla gola non esce voce.
Ormai anche tu non sei pi quel Nero buono e innocente che
ho conosciuto nella mia infanzia.
Siete stati tu e tuo padre a scacciare quel Nero innocente.
Se mi hai sposato per vendicarti di mio padre, ti sei vendicato.
Forse  per questo che i bambini non ti amano affatto.
Lo so, - disse, ma c'era della tristezza nella sua voce. - Prima
che si addormentassero, quando tu sei scesa per un attimo gi,
dicevano in modo che sentissi: "Nero, Nero, il culo a pero".
Potevi picchiarli, dissi, e volevo davvero che li picchiasse.
Se alzi le mani su di loro ti ammazzo, aggiunsi poi agitata.
Vieni a letto, - disse. - Gelerai.
Forse non entrer mai nel tuo letto. Forse abbiamo fatto uno
sbaglio a sposarci. Dicono che il nostro matrimonio non  valido.
Stanotte, prima di addormentarmi ho sentito il rumore dei passi
di Hasan. Non dimenticare che quando abitavo con la buonanima di
mio marito, ho sentito per anni il rumore dei suoi passi. I bambini
gli vogliono bene.  senza cuore. Ha una spada scarlatta, gurdati
da lui.
Negli occhi di Nero vidi qualcosa di cos stanco e rigido che capii
che non sarei riuscita a spaventarlo.
Di noi due, il pi speranzoso ma anche il pi triste sei tu, - dissi.
- Io mi ostino a non essere infelice, per proteggere i miei figli, tu
invece ti ostini a dimostrare quanto vali. E non perch mi ami.
Raccont a lungo quanto mi amava, quanto mi aveva pensata
nei caravanserragli desolati, nelle nude montagne, nelle notti di
neve. Se non mi avesse detto tutto ci, avrei svegliato i bambini
e sarei tornata a casa del mio ex marito. All'improvviso, in maniera
assolutamente spontanea, gli dissi:
A volte mi sembra che il mio ex marito possa ritornare da un
momento all'altro. Non ho paura di rimanere con te in una stanza
di notte, di farmi sorprendere dai bambini, ho paura che appena
ci abbracciamo, lui bussi alla porta.
Sentimmo le grida dei gatti che lottavano a morte l fuori,
accanto alla porta del cortile. Poi silenzio. Per un attimo pensai che
mi sarei messa a piangere. Non riuscivo ad appoggiare sul tavolino
il candelabro che avevo in mano, n a tornare nella stanza con i miei
figli. Mi dissi che non sarei uscita da quella stanza finch non fossi
stata convinta che in questo omicidio non c'era il suo zampino.
Tu ci disprezzi, - dissi a Nero. - Da quando mi hai sposata
sei diventato orgoglioso. Ti facevamo gi pena perch mio marito
non tornava, adesso provi ancora pi pena perch mio padre  stato
ucciso.
Sekre, mia signora, - disse attentamente. Mi era piaciuto
che avesse aperto il discorso in questo modo. - Anche tu sai che
tutto questo non  vero. Farei qualsiasi cosa per te.
Allora esci dal letto e aspetta in piedi come me.
Perch gli avevo detto che aspettavo qualcosa?
Non posso, rispose indicando imbarazzato la trapunta e la
camicia da notte che indossava.
Aveva ragione. Ma mi arrabbiai comunque perch non mi dava
retta.
Prima che mio padre venisse ucciso, entravi in questa casa con
l'aria colpevole di un gatto sorpreso con il topo in bocca, - dissi.
- Invece, adesso sembra che quando dici "Sekre, mia signora"
non creda neanche tu alle tue parole e voglia farci sapere che non
ci credi.
Non tremavo di rabbia ma per il freddo gelido che mi prendeva
le gambe, la schiena e il collo.
Entra nel mio letto e sii mia moglie, disse.
Come faremo a trovare il vile che ha ucciso mio padre? - domandai.
- Se ci vorr tanto a trovarlo, non  giusto che io rimanga
in questa casa con te.
Grazie a te ed a Esther, Maestro Osman ha rivolto tutta la sua
attenzione ai cavalli.
Maestro Osman era il nemico principale della buonanima di
mio padre. Adesso il mio povero padre da lass vede che per trovare
il suo assassino c' bisogno di lui e ne soffre.
Salt improvvisamente fuori dal letto, mi venne addosso. Non
riuscii nemmeno a muovermi. Ma al contrario di quanto pensavo,
si ferm, spense con la mano il cero del candelabro che tenevo in
mano. Si fece completamente buio.
Cos tuo padre non ci vedr, - disse bisbigliando. - Siamo soli.
Adesso dimmi, Sekre, quando sono tornato qui dopo dodici anni,
mi hai lasciato capire che avresti potuto amarmi, che potevi
trovare un posto per me nel tuo cuore. Poi ci siamo sposati. Da
quando ci siamo sposati eviti di amarmi.
Mi sono sposata con te per forza, bisbigliai.
Sentivo che le mie parole, come dice il poeta Fuzuli, come dei
chiodi, penetravano spietate nel suo corpo davanti a me nel buio.
Se ti avessi amato, ti avrei amato quando eravamo bambini,
bisbigliai di nuovo.
Dimmi, mia bella, nel buio, - continu. - Hai senz'altro spiato
e conosciuto tutti quei miniaturisti che andavano e venivano a
casa vostra. Secondo te chi  l'assassino?
Mi piaceva che riuscisse ancora a scherzare. In fondo, era mio
marito.
Ho freddo.
Non ricordo se lo dissi davvero. Cominciammo a baciarci. Abbracciarlo,
mentre tenevo ancora il candelabro in mano, prendere
la sua lingua vellutata in bocca, le mie lacrime, i miei capelli, la
mia camicia da notte, il mio tremore, anche il suo corpo, era tutto
bello. Era bello anche riscaldare il naso appoggiandolo alla sua
guancia nel freddo ma, mentre si baciavano, la Sekre spaventata
si trattenne, non riusc a lasciarsi andare e pens al candelabro che
aveva in mano, al padre che la guardava, al suo ex marito, ai figli
che dormivano nel letto.
C' qualcuno in casa, urlai. Allontanai Nero e uscii in
anticamera.
...
Capitolo quarantanovesimo. Il mio nome  Nero.

Uscii di casa nel buio del mattino senza farmi vedere da nessuno,
silenzioso come un ospite colpevole, e camminai a lungo per
le strade fangose.
Eseguii le mie abluzioni nel cortile ed entrai nella moschea di
Beyazit. Dentro non c'era nessuno a parte un vecchio che continuava
a dormire mentre pregava, una capacit che si ottiene solo
dopo quarant'anni, e l'Imam Effendi. Come cpita a volte, quando,
tra i nostri sogni e i nostri ricordi infelici, sentiamo che Allah
per un attimo rivolge la sua attenzione su di noi, e con la speranza
di chi, pieno di aspettative, riesce a infilare una petizione nella
mano del sultano per chiedergli qualcosa, io supplicai Allah di
darmi una casa felice e piena di persone che mi vogliono bene.
Quando arrivai a casa sua, mi resi conto che, nel giro di una
settimana, Maestro Osman aveva pian piano preso nella mia testa
il posto della buonanima di mio zio. Era pi scontroso, pi distante,
ma la fede che dedicava ad illustrare i libri era pi profonda.
Il grande maestro somigliava pi a un anziano e innocuo derviscio
che a un uomo che per anni aveva fatto soffiare venti di paura,
ammirazione ed amore tra i miniaturisti.
Probabilmente, mentre andavamo da casa sua a Palazzo, lui leggermente
chino sul cavallo, io leggermente chino accanto al cavallo,
assomigliavamo a un anziano derviscio e al suo ansioso discepolo,
come nei disegni di scarso valore che decorano le vecchie favole.
A Palazzo, trovammo il Capo delle guardie imperiali e i suoi
uomini pi ansiosi e pronti di noi. Dato che il Nostro Sultano era
certo che quella mattina avremmo guardato i disegni di cavallo fatti
dai tre maestri e avremmo individuato velocemente e facilmente
chi di loro era il maledetto assassino, aveva disposto che venisse
torturato senza neanche aspettare il suo ordine. Cos non fummo
condotti davanti alla Fontana del Boia, dove tutto accadeva in
maniera palese perch servisse da lezione alla gente, ma nella casetta
costruita di materiale scadente in un angolo riparato del giardino
privato del sultano, quella che si preferiva per gli interrogatori,
le torture e le esecuzioni clandestine.
Un giovane raffinato e gentile che non poteva essere uno degli
uomini del Comandante delle guardie imperiali, con atteggiamenti
sicuri appoggi tre fogli su un leggio.
Quando Maestro Osman tir fuori la lente, il cuore cominci
a battermi forte. Fece passare piano piano la lente ed il suo occhio
- lo teneva sempre alla stessa distanza dalla lente - sui tre meravigliosi
disegni di cavallo, come un'aquila che vola delicatamente
sul territorio. Come un'aquila che individua la gazzella da cacciare,
rallent per un attimo sui nasi dei cavalli e concentr l la sua
attenzione, rimanendo completamente imperturbabile.
Non c', disse a sangue freddo.
Cosa non c'?, domand il Comandante delle guardie
imperiali.
Io pensavo che il grande maestro avrebbe lavorato lentamente,
avrebbe osservato ogni particolare dei cavalli, dalla criniera agli
zoccoli.
Maledetto miniaturista, non ha lasciato un segno, - disse Maestro
Osman. - Da questi disegni non si capisce chi ha disegnato il
sauro.
Presi la lente che aveva lasciato e guardai le narici dei cavalli.
Il maestro aveva ragione. Nessuno dei tre cavalli aveva qualcosa
che somigliasse alla strana narice del sauro disegnato per il libro di
mio zio.
Ecco, proprio in quel momento iniziai a pensare agli aguzzini
che attendevano fuori con uno strano strumento che non capivo
come sarebbe stato usato. Mentre cercavo di vederli dalla porta
socchiusa, notai che uno indietreggiava e fuggiva come fosse stato
spiritato, si gettava dietro un gelso e si acquattava l.
In quel preciso istante, come una luce che illuminava il mattino
plumbeo, entr il Nostro Eccellente Sultano, Fondamento
dell'Universo.
Maestro Osman gli spieg subito che non poteva determinare
nulla da questi disegni. Ma, comunque, non riusc a non attirare
l'attenzione del Nostro Sultano sui cavalli di questi meravigliosi
disegni, sulla finezza della posizione dell'uno e la seriet e l'orgoglio
del terzo cavallo, erano cavalli che si sarebbero potuti vedere
solo nei libri antichi. Nello stesso momento, individu uno a uno
i miniaturisti che avevano fatto i disegni, e il ragazzo che aveva
fatto il giro delle porte dei maestri conferm.
Non vi meravigliate, Mio Sovrano, del fatto che conosca i
miei miniaturisti come il palmo della mia mano, - disse il maestro.
- Io mi stupisco che siano stati questi maestri che conosco cos bene
a produrre un segno a me ignoto. Perch nessun difetto di un
maestro  privo di fondamento.
E cio?, chiese il Nostro Sultano.
Mio sultano, Felice Fondamento dell'Universo, questa firma
segreta sul naso del sauro, secondo me non  un assurdo e insignificante
difetto del miniaturista, ma  qualcosa le cui radici risalgono
ai tempi andati, ad altri disegni, ad altri metodi, ad altri stili
e forse anche ad altri cavalli. Se sfogliassimo le meravigliose pagine
dei libri di centinaia di anni fa che nascondete nel vostro
tesoro privato, nelle vostre segrete dai mille chiavistelli, nelle casse
di ferro, negli armadi, forse vedremo che quello che oggi consideriamo
un errore  in realt un metodo, e potremo collegarlo alla
penna di un miniaturista.
Vuoi entrare nel Tesoro del Palazzo Interno?, domand il
sultano stupito.
S, conferm il mio maestro.
Era una richiesta ardita, quasi quanto voler entrare nell'harem.
E in quel momento capii che l'harem e il Tesoro privato non solo
erano situati nei due angoli pi belli del cortile del paradisiaco cuore
del Palazzo del Nostro Sultano, ma occupavano anche i due angoli
pi delicati della sua anima.
Stavo per indovinare cosa sarebbe accaduto dal bel volto del
Nostro Sultano, ormai riuscivo a guardarlo con coraggio, quando,
all'improvviso, se ne and. Si era arrabbiato, era offeso? Tutti noi,
anzi tutti i miniaturisti, avrebbero potuto essere danneggiati dall'insolenza
del mio maestro?
Mentre guardavo i tre cavalli davanti a me, immaginai di essere
ucciso senza mai pi vedere Sekre, senza poter entrare nel suo letto.
Nonostante tutta la loro bellezza, questi meravigliosi cavalli adesso
mi sembrava provenissero da un mondo a me molto lontano.
In quel silenzio spaventoso si incise bene nella mia mente che,
come essere presi da piccoli nel Palazzo Interno, nel cuore del Palazzo,
crescere e vivere l, significava essere schiavi del Nostro Sultano
e morire per lui, cos, essere miniaturista significa essere schiavo
della bellezza di Allah e morire per essa.
Dopo un bel po', quando gli uomini del Comandante delle guardie
imperiali ci fecero salire su, verso la Porta Centrale, avevo in
mente questa morte; il silenzio della morte. Ma, mentre passavamo
dalla Porta della Felicit, dove molti pasci erano stati uccisi,
i guardiani non ci guardarono nemmeno. Il Cortile del Consiglio,
che ieri mi aveva abbagliato, anche la torre ed i pavoni non mi colpirono
affatto. Avevo capito che ci portavano sempre pi all'interno,
nel Palazzo Interno, nel cuore del mondo segreto del Nostro
Sultano.
Cos, passammo per porte che nemmeno i visir potevano varcare
senza permesso. Come un bambino entrato in una favola, non
alzavo gli occhi da terra per non incontrare le meraviglie ed i mostri
che avrebbero potuto apparirmi davanti. Non riuscii neanche
a guardare la Sala delle Udienze. L'occhio mi cadde per un attimo,
scivolando sulle mura dell'harem, su un platano che non aveva
nulla di diverso dagli altri alberi e su un uomo alto che indossava
un lucente caftano di raso azzurro. Passammo tra alte colonne.
Ci fermammo davanti a una porta pesante, pi grande ed
appariscente delle altre, decorata con gli stessi ornamenti che si vedono
di solito sulle cupole delle moschee. Sulla soglia c'erano degli
agh con caftani lucenti, e uno di loro era chino sulla serratura.
Il Tesoriere ci guard negli occhi e disse: Beati voi, perch il
Nostro Eccellente Sultano vi ha concesso di entrare nel Tesoro del
Palazzo Interno. Guarderete libri che nessuno pu vedere,
contemplerete pagine d'oro, incredibili disegni e, come un cacciatore,
ne seguirete le tracce. Il mio sultano ha detto di aver concesso
tre giorni a Maestro Osman - di questi tre il primo  gi terminato -
e che, in due giorni, fino a gioved a mezzogiorno, il maestro
avrebbe individuato il traditore ed informato il sultano. Nel caso in
cui non ci riuscisse, mi ha ordinato di ricordargli che il Comandante
delle guardie imperiali avrebbe risolto questa faccenda con
la tortura.
Prima tolsero la custodia del lucchetto sistemato a protezione
del sigillo messo sulla serratura perch non entrassero altre chiavi.
Il custode del Tesoro e due agh, vedendo che il sigillo era a
posto, annuirono. Il sigillo venne rotto e, non appena la chiave fu
infilata nella serratura, questa si apr scricchiolando in un silenzio
nel quale tutti rimanemmo con le orecchie ben tese. Maestro
Osman divenne all'improvviso terreo. Quando l'unica anta della
pesante porta di legno intarsiato fu aperta, il suo viso venne inondato
da un'antichissima luce nera.
Il mio sultano ha ritenuto che sarebbe stato inutile che con voi
venissero i maestri copisti e gli scrivani che curano l'inventario degli
oggetti, - disse il Tesoriere. - Il bibliotecario  morto, non c'
pi nessuno che si prenda cura dei libri. Per questo motivo il mio
sultano ha ordinato che con voi entrasse solo Cezmi Agh.
Questi era un nano dagli occhi brillanti che dimostrava almeno
settant'anni. Il suo copricapo, che somigliava ad una vela, era
ancora pi strano di lui.
Per Cezmi Agh qui  come fosse casa sua.  colui che meglio
conosce i libri, come qualsiasi altra cosa.
L'anziano nano non ne sembrava orgoglioso. Esaminava un braciere
dai piedi d'argento, un vaso da notte con il manico intarsiato
di madreperla, le lampade ed i candelabri che alcuni paggi stavano
portando nella stanza del Tesoro.
Il Tesoriere disse che la porta sarebbe stata nuovamente chiusa
a chiave dietro di noi e vi sarebbe stato apposto il sigillo dei settant'anni
del Sultano Yavuz Selim e che, dopo la preghiera serale,
con la testimonianza dei molti agh presenti, il sigillo sarebbe
stato rotto e aperto di nuovo; ci disse anche di stare attenti che
nei nostri abiti, nelle nostre tasche o sotto le nostre cinture non
entrasse qualcosa per sbaglio, perch ci avrebbero perquisiti fino
alle mutande.
Entrammo dentro passando tra gli agh messi in fila. Faceva
un freddo cane. Quando la porta si chiuse, improvvisamente divenne
buio pesto e sentii un odore di muffa, polvere ed umidit
penetrarmi nel naso. Era pieno zeppo di cose; oggetti, casse, elmi,
tutto mescolato e trasformato in un'unica folla. Ebbi la sensazione
di assistere da molto vicino a una grande guerra.
I miei occhi si abituarono alla strana luce che batteva ovunque
tra le spesse sbarre delle finestre e le scale che salivano lungo i muri
fino al mezzanino e i parapetti della passerella di legno che circondava
il secondo piano. La stanza era rossa per il colore dei velluti
sui muri, dei tappeti e dei kilim. Provai grande rispetto per
l'esito delle campagne, delle guerre, per il sangue versato, le citt
e i tesori saccheggiati per accumulare tutta questa ricchezza e tutti
questi oggetti.
Avete avuto paura? - chiese l'anziano nano dando voce al sentimento
che avevo dentro. - Tutti, quando entrano qui per la prima
volta, hanno paura. Di notte l'anima di questi oggetti parla
bisbigliando.
La cosa spaventosa era il silenzio in cui era immersa questa incredibile
moltitudine di oggetti. Dietro di noi si udiva lo scricchiolio
del sigillo che veniva apposto alla serratura della porta e
noi, assolutamente immobili, ci guardavamo attorno ammirati.
Vidi spade, avori, caftani, candelabri d'argento, bandiere di raso. Vidi
scatole di madreperla, casse di ferro, vasi cinesi, cinture, strumenti
musicali, corazze, cuscini di seta, sfere che mostrano il mondo, stivali,
pellicce, corni di rinoceronte, uova di struzzo miniate, fucili,
frecce, mazze, armadi, armadi, e ancora armadi. Dappertutto
era pieno di stoffe, tappeti e tessuti pregiati, e sembrava colassero
gi, su di me, in un'unica lentissima massa, dai piani superiori
ricoperti di legno, dai parapetti, dagli armadi a muro, dalle piccole
nicchie costruite nei muri. Sulle stoffe, le scatole, i caftani dei
sultani, le spade, le grandi candele rosa, i turbanti, i cuscini coperti
di perle, le selle ricamate d'oro, le scimitarre dall'impugnatura
intarsiata di diamanti, le mazze con i rubini sul manico, i turbanti
imbottiti, i pennacchi, gli strani orologi, le statue di cavalli
ed elefanti d'avorio, i narghil con il coperchio di diamanti, i cassetti
di madreperla, i pennacchi dei cavalli, i grossi rosari, gli elmi
ornati di rubini e turchesi, le brocche ed i pugnali, sembrava si riflettesse
una strana luce, una luce che non avevo mai visto prima.
Questa luce, che filtrava appena dalle finestre di sopra, proprio
come la luce del sole che, in un giorno d'estate, entra dalla lanterna
sopra la cupola di una moschea, illuminava i granelli di polvere
nella stanza in penombra, ma non era la luce del sole. Grazie
a questa strana luce, l'aria era quasi diventata palpabile e tutti gli
oggetti sembravano fatti dello stesso materiale. Dopo aver ascoltato,
spaventati e tutti insieme, il silenzio della stanza ancora per
un po', mi resi conto che la cosa che faceva sbiadire il rosso dominante
sulla gelida stanza e che rendeva della stessa misteriosa
consistenza ogni oggetto, era la polvere che copriva tutto. Quel
che rendeva pi orribile tutta questa massa era il fatto che l'occhio
si mescolava a questi oggetti strani e indistinti e non riusciva a capire
cosa fossero neanche al secondo od al terzo sguardo. Un oggetto
che prima mi era sembrato una cassa, adesso mi sembrava
un leggio e poi uno strano strumento europeo. Capivo che la cassa
di madreperla tra i caftani e i pennacchi tirati fuori dalle casse
e buttati alla rinfusa, in realt era uno strano forziere mandato dallo
Zar di Mosca.
Cezmi Agh sistem con una certa dimestichezza il braciere nel
focolare aperto nel muro.
Dove sono i libri?, bisbigli Maestro Osman.
Quali libri? - domand il nano. - Quelli che vengono dall'Arabia,
o i Corani in stile cufico, quelli che port da Tabriz quel
sant'uomo del Sultano Yavuz Selim, o quelli sequestrati ai pasci
condannati a morte, o i volumi portati in dono ai nonni del Nostro
Sultano dall'ambasciatore veneziano, o i libri cristiani che risalgono
ai tempi di Maometto il Conquistatore?
Quelli che trent'anni fa Sci Tahmasp ha inviato in dono a
quel sant'uomo del Sultano Yavuz Selim, disse Maestro Osman.
Il nano ci condusse accanto a un grande armadio di legno. Ne
apr le ante, ma quando Maestro Osman si vide i volumi davanti
cominci a spazientirsi. Apr un volume, lesse la firma del calligrafo,
ne sfogli le pagine. Insieme a lui, anch'io guardai stupito
le pagine, i disegni di khan dagli occhi lievemente a mandorla, disegnati
uno a uno, con grande cura.
Gengiz Khan, Sagatay Khan, Tuluy Khan, Kubilay Khan imperatore
della Cina, lesse Maestro Osman, chiuse il volume e ne
prese un altro.
Ci trovammo di fronte un disegno incredibilmente bello che
mostrava la scena in cui Ferhat, con la forza dell'amore, prende
sulle spalle la sua amata Sirin insieme al cavallo e la porta con dolore.
Per mettere in rilievo la passione e la tristezza degli innamorati,
le rocce delle montagne, le nuvole e le foglie dei tre nobili cipressi,
testimoni dell'amore di Ferhat, erano state disegnate dal
tremolio di una mano triste con un dolore cos intenso che fummo
subito contagiati dal sapore di lacrime e dalla tristezza delle foglie
che cadevano. Questa toccante rappresentazione non era stata disegnata,
come fanno tutti i grandi maestri, per indicare la forza
del braccio di Ferhat, ma per esprimere che tutto il mondo in quel
momento provava le pene dell'amore.
Maestro Osman disse:  una delle imitazioni di Behzat fatte ottant'anni
fa a Tabriz, mise il volume al suo posto e ne apr un altro.
Si trattava di un disegno che illustrava l'amicizia forzata tra gatto
e topo dal Kelila e Dimna. Il povero topo schiacciato nel campo
tra gli assalti della martora da terra e del nibbio dal cielo, trova salvezza
in un povero gatto caduto nella trappola di un cacciatore. Si
mettono d'accordo. Il gatto comportandosi da amico lecca affettuosamente
il topo. La martora e il nibbio hanno paura del gatto e
decidono di non dare pi la caccia al topo. Quindi il topo libera con
prudenza il gatto dalla trappola. Prima che potessi capire la sensibilit
del miniaturista, il maestro aveva gi rimesso il libro accanto
agli altri e aperto un'altra pagina di un altro volume a caso.
Era un gradevole ritratto di una donna misteriosa che, aprendo
delicatamente una mano, chiedeva qualcosa e con l'altra si teneva
un ginocchio sopra il mantello verde e poi di un uomo che,
girato di profilo verso di lei, la ascoltava attentamente. Invidioso
dell'intimit, dell'amore e dell'amicizia che c'era tra loro, guardai
il disegno con piacere.
Maestro Osman lo lasci e pass a una pagina di un altro libro.
I cavalieri degli eserciti dell'Iran e del Turan, eterni nemici,
avevano indossato le loro corazze, gli elmi, gli schinieri, gli archi, le faretre,
le frecce ed avevano montato quei bellissimi e leggendari cavalli
armati fino al collo e si erano allineati in una steppa con uno
sfondo giallo polvere rizzando le loro lance dalla punta adorna di
vari colori e, prima di attaccarsi a morte, contemplavano pazienti
la lotta dei loro comandanti che si erano buttati avanti per primi
cominciando a combattere. Stavo per dire a me stesso che ci che
disegna e mostra veramente il miniaturista, vero credente,  la guerra
che fa con se stesso e l'amore per la pittura, e questo non cambia
se il disegno  di oggi o di cent'anni fa, che rappresenti la guerra
o l'amore. Significa che quel che disegna un miniaturista  la propria
pazienza, questo stavo per dire a me stesso, quando:
Non  neanche questo, afferm Maestro Osman, chiudendo
il pesante volume.
In un album, vedemmo il disegno di un vasto panorama che si
allungava dove le montagne alte scomparivano tra nuvole ricciute.
Pensai che disegnare significasse guardare questo mondo e poterlo
mostrare come se fosse l'altro mondo. Maestro Osman raccont
come questo disegno cinese potesse essere giunto a Istanbul
dalla Cina, prima da Bukhara a Herat, poi da Herat a Tabriz e da
Tabriz al Palazzo del Nostro Sultano dopo essere entrato e uscito
da diversi libri, strappato da volumi fatti a pezzi, poi rilegato assieme
ad altri disegni.
Vedemmo disegni di guerra e di morte, uno pi terribile e pi
bello dell'altro: Rstem e Sci Mzendern; Rstem che attacca
l'esercito di Afrasiyab; Rstem il misterioso e irriconoscibile guerriero
dentro la corazza... In un altro album ammirammo eserciti
leggendari che non riuscivamo a identificare, cadaveri fatti a pezzi
mentre combattevano spietatamente, pugnali insanguinati, soldati
infelici con il riflesso della luce della morte negli occhi,
guerrieri che si straziavano a vicenda come fossero cipolle. Per l'ennesima
volta, Maestro Osman guard il disegno in cui Cosroe spiava
Sirin che, di notte, si bagna nel lago alla luce della luna, i due innamorati,
Leyla e Mejnun che quando s'incontrano dopo una lunga
separazione, svengono entrambi, e il vivace e felice disegno di
Salman e Absal che fuggono su un'isola felice rimanendo soli, tra
alberi, fiori e uccelli e, come un vero grande maestro, anche con
la peggiore delle illustrazioni, egli fu capace di attirare la mia
attenzione sulla stranezza che si notava in un angolo, forse per la debolezza
d'animo del miniaturista, forse per un discorso costruito
spontaneamente dai colori. Mentre Cosroe e Sirin ascoltavano le
dolci favole raccontate dalle loro damigelle, quale miniaturista infelice
e malevolo aveva messo quel gufo iellato su un ramo di albero
dove non avrebbe dovuto assolutamente posarsi? Chi aveva
sistemato quel bel ragazzino vestito da donna tra le egiziane che
sbucciando le arance si tagliano le dita per contemplare la bellezza
di Giuseppe? Il miniaturista che aveva disegnato l'accecamento
di Isfendiyar con una freccia, avrebbe mai potuto immaginare
che, un giorno, a diventare cieco sarebbe stato lui?
Vedemmo gli angeli che circondano il Nostro Profeta mentre
sale in cielo, il vecchio dalla carnagione scura, con sei braccia e la
barba lunga che rappresenta Saturno, Rstem bambino che dorme
tranquillo nella sua culla intarsiata di madreperla sotto lo sguardo
della madre e delle balie. La dolorosa morte di Dario tra le braccia
di Alessandro Magno, Behram Giir che si chiude nella stanza scarlatta
con la principessa russa, Siyavus, che passa in mezzo alle fiamme
con un cavallo nero che non portava alcuna firma segreta sul
naso, il triste funerale di Cosroe ucciso dal figlio. Maestro Osman,
scegliendo e lasciando i volumi in fretta, a volte riconosceva un miniaturista
e me lo indicava, trovava la firma timidamente nascosta
tra i fiori, nell'ombra di un rudere oppure in un angolo del pozzo
buio dove si nascondeva lo spirito, e guardando le firme e i segni
spiegava chi avesse rubato cosa a chi. Di alcuni volumi girava le pagine,
pensando di trovare qualche pagina illustrata. A volte c'erano
lunghi silenzi e si udiva solo il vago fruscio delle pagine. Altre
volte Maestro Osman cacciava un urlo Aah!, e io non capendo
perch si stupisse, rimanevo zitto. Mi ricordava che avevamo incontrato
lo stesso ordine di pagina, lo stesso ammassamento di alberi
e cavalieri in altri disegni di altri volumi, in altre rappresentazioni
di storie completamente diverse ed apriva i disegni per farmeli
vedere. Confrontava un disegno di un volume dell'Hamse di
Nizami realizzato al tempo del figlio di Tamerlano, Sci Reza, cio
quasi duecento anni fa, con un disegno di un volume che riteneva
fosse stato realizzato settanta od ottant'anni fa a Tabriz e mi chiedeva
come mai i miniaturisti avessero fatto lo stesso disegno senza
aver mai visto uno l'opera dell'altro; poi si dava la risposta da solo:
Disegnare  ricordare.
Apriva e chiudeva gli antichi volumi, si rattristava di fronte a
quelle meraviglie (perch ormai nessuno riusciva pi a disegnare
cos), si rallegrava di fronte all'incapacit (perch in realt noi
miniaturisti eravamo tutti fratelli!), mostrava quello che il miniaturista
aveva ricordato, i vecchi disegni di alberi, gli angeli, gli ombrelli,
le tigri, le tende, i draghi e i principi tristi e li confrontava
tra loro. Una volta Allah aveva veduto il mondo nel suo stato pi
straordinario e, credendo alla bellezza di quanto aveva visto, l'aveva
lasciato alle sue creature. Il lavoro di noi miniaturisti e quello
degli amanti della miniatura era ricordare questo meraviglioso
panorama che Allah aveva visto e ci aveva lasciato. I pi grandi
maestri di ogni generazione, con sforzo e ispirazione, cercavano
di raggiungere e disegnare questa meravigliosa immagine che Allah
diceva agli uomini di vedere, dedicandovi tutta la vita e lavorando
fino a diventare ciechi. Con il loro lavoro riportavano alla
memoria i propri ricordi dorati. Ma, purtroppo, anche i pi grandi
maestri, proprio come i vecchi stanchi e i grandi miniaturisti divenuti
ciechi a furia di lavorare, di quel meraviglioso disegno riuscivano
a ricordare vagamente solo qualcosa. Malgrado non avessero
mai visto l'uno le opere dell'altro e, inoltre, ci fossero tra loro
centinaia di anni di differenza, gli antichi maestri di tanto in tanto
disegnavano allo stesso modo, era una specie di miracolo: un albero,
un uccello, un principe che si lava nell'hamam, la posizione
di una triste fanciulla alla finestra, tutti uguali tra loro.
Dopo un bel po', quando la luce rossa della stanza del Tesoro si
fece lievemente pi cupa, e si cap che nell'armadio non era rimasto
neanche uno dei libri recati in dono da Sci Tahmasp al nonno del
Nostro Sultano, Maestro Osman riprese lo stesso ragionamento:
A volte, l'ala di un uccello, l'attaccatura di una foglia all'albero,
la piega dell'orlo di una cornice, la posizione di una nuvola nell'aria,
il sorriso di una donna vengono mostrati, insegnati, studiati
a memoria dal maestro all'apprendista per generazioni, e celati
per secoli. Il maestro miniaturista non dimentica mai un dettaglio
appreso dal suo maestro e pensando che sia un modello, crede con
tutto il cuore alla sua immutabilit come crede all'immutabilit del
Corano e, come se studiasse a memoria il Corano, lo incide nella
memoria. Ma il fatto di non dimenticarlo non significa assolutamente
che il maestro user sempre e solo questo dettaglio. Le abitudini
del laboratorio dove il miniaturista consuma la luce dei suoi
occhi, del maestro capriccioso accanto al quale disegna, il suo gusto
per i colori e i gusti del sultano, qualche volta non gli permettono
di disegnare questo dettaglio, e allora lui non disegna l'ala di
un uccello od il sorriso di una donna...
Oppure il naso di un cavallo, lo interruppi di colpo.
Oppure il naso di un cavallo... - riprese Maestro Osman senza
assolutamente sorridere, - ... come sono penetrati nelle profondit
della sua anima, ma li disegna secondo le abitudini del laboratorio
in cui lavora in quel momento, nel modo in cui disegnano
tutti. Capisci?
Lesse un'iscrizione incisa sulla pietra del muro del palazzo, in
una pagina che mostrava Sirin sul trono, dal Cosroe e Sirin di Nizami,
ne avevamo gi esaminate molte copie. Supremo Allah, proteggi
la forza, l'impero, il paese del Nostro Nobile Sultano,
Nostro Imperatore Giusto, figlio del vittorioso khan Tamerlano in
modo che lui sia felice (questo era inciso sulla pietra a sinistra) e
ricco (questo sulla pietra a destra).
Dove troveremo i disegni in cui il miniaturista ha disegnato il
naso del cavallo com'era inciso nella sua memoria?, chiesi poi.
Dobbiamo trovare il volume del leggendario Libro dei re che
Sci Tahmasp ha mandato in dono, - disse Maestro Osman. -
Dobbiamo andare a quei bei tempi vecchi e leggendari in cui Allah
partecipava alla realizzazione della miniatura. Abbiamo ancora
molti libri da guardare.
Mi pass per la testa che il vero obiettivo di Maestro Osman
non fosse trovare i cavalli dal naso strano, ma poter guardare il pi
a lungo possibile questi meravigliosi disegni che dormivano da anni
nella stanza del Tesoro, lontani dagli occhi di tutti. Ero talmente
ansioso di trovare gli indizi che mi avrebbero fatto riabbracciare
Sekre che mi aspettava a casa da rifiutarmi di credere che il
grande maestro potesse voler rimanere nella gelida stanza del Tesoro
il pi possibile.
Cos, con le indicazioni dell'anziano nano, continuammo ad
aprire altri armadi, altre casse ed a guardare i disegni. A volte mi stufavo
di quei disegni tutti cos simili tra loro, non ne potevo pi di
vedere Cosroe che andava ad ammirare Sirin sotto la finestra della
sua dimora, mi allontanavo dal maestro senza nemmeno dare
un'occhiata al naso del cavallo di Cosroe, cercavo di riscaldarmi accanto
al braciere o camminavo con rispetto e ammirazione tra la
spaventosa massa di stoffe, oro, bottino, armi e corazze nelle altre
stanze del Tesoro che si aprivano una dopo l'altra. Invece, a volte,
per un'esclamazione di Maestro Osman o per un gesto della sua mano,
immaginavo che in un nuovo volume fosse apparsa una nuova
meraviglia, oppure, s, alla fine, in una qualche pagina, un cavallo
dal naso strano e correvo accanto a lui; guardando la pagina che il
maestro teneva tra le mani che tremavano leggermente, rannicchiato
su un tappeto di USak risalente ai lontani tempi del Sultano
Maometto il Conquistatore, incontravo un disegno mai visto prima,
Satana che, infido, saliva sull'Arca del profeta No.
Contemplammo felici e beati la cacciata di centinaia di sci, re,
imperatori e sultani saliti sul trono di vari stati a cominciare dai
tempi di Tamerlano fino al Sultano Solimano il Magnifico, tra gazzelle,
leoni, conigli. Vedemmo che anche Satana rimaneva a bocca
aperta e si meravigliava dello svergognato che violentava un
cammello dopo essersi costruito una scaletta con pezzi di legno legandoli
alle rotule delle gambe posteriori dell'animale indifeso. In
un libro in arabo, proveniente da Baghdad, vedemmo il volo del
commerciante che attraversava i mari planando, aggrappato alle
zampe del leggendario uccello. Nella prima pagina del volume successivo
che si apr spontaneamente, ammirammo la rappresentazione
che pi piaceva a me e a Sekre: Sirin che s'innamora di Cosroe
guardando il suo ritratto appeso all'albero. Vedendo il disegno
che rappresentava il meccanismo di un complesso orologio
fatto di carrucole, uccelli e statuette arabe sistemati sul dorso di
un elefante, ci ricordammo del tempo.
Non so per quanto rimanemmo cos a guardare i volumi e i disegni,
passando dall'uno all'altro. Era come se un tempo dorato,
che non scorreva e non mutava, scandito dai disegni e dalle storie
che guardavamo, si mescolasse al tempo ammuffito e umido che
vivevamo nella stanza del Tesoro. Le pagine disegnate nei laboratori
dei vari sci, principi, khan, sultani sacrificando la luce degli
occhi, dopo tanti anni passati nelle casse, sembravano rianimarsi
mettendo in movimento elmi, spade con l'impugnatura incastonata
di diamanti, e ancora pugnali, corazze, tazze provenienti dalla
lontana Cina, delicati liuti impolverati, cuscini coperti di perle
che era possibile vedere veramente solo nei disegni e kilim e ancora
cavalli che ci circondavano.
Adesso capisco che migliaia di miniaturisti, facendo in delicato
segreto sempre gli stessi disegni per secoli, avevano disegnato
il segreto e delicato trasformarsi del mondo in un altro mondo.
Confesso di non avere capito del tutto cosa intendesse il grande
maestro. Ma l'attenzione che mostrava per quelle migliaia di
disegni fatti negli ultimi duecento anni, iniziando da Bukhara ed
Herat, fino a Tabriz, Baghdad e Istanbul, andava ben oltre la ricerca
di un segno nelle narici dei cavalli. Stavamo compiendo una
specie di triste cerimonia in onore dell'ispirazione, del talento e
della pazienza dei grandi maestri che, su quelle terre, disegnavano
e facevano miniature da un paio di secoli.
Per questo motivo, quando, all'ora della preghiera serale, le
porte della stanza del Tesoro si aprirono, e quando Maestro Osman
mi disse che non aveva voglia di uscire, e che solo guardando i disegni
fino al mattino alla luce delle candele e delle lampade avrebbe
meritevolmente portato a termine l'incarico affidatogli dal Nostro
Sultano, la prima cosa che pensai fu di rimanere qui con lui -
e con il nano - e glielo comunicai.
Quando le porte si aprirono e il mio maestro conferm questa
nostra decisione agli agh che attendevano fuori e chiese il permesso
al Tesoriere, io gi ne ero pentito. Sekre e la casa mi mancavano
molto. Ero sulle spine pensando a come avrebbero passato
la notte, ai bambini, chiedendomi se avrebbero chiuso le finestre
con le persiane ormai riparate.
I grandi platani bagnati nel cortile del Palazzo Interno, che s'intravedevano
in mezzo a una vaga nebbia dall'anta socchiusa della
porta della stanza del Tesoro, e i movimenti di due giovani paggi
che parlottavano a gesti per non disturbare il Nostro Sultano, mi
richiamarono alla mente la meravigliosa vita che c'era fuori, ma
restai immobile, in preda ai sensi di colpa e alla vergogna.
...
.
...
FINE Parte 3.